Quando c’è la Russia di Vladimir Putin di mezzo spesso dall’Europa si fa fatica ad essere imparziali . É scattato infatti da parte delle istituzioni e i principali media dell’Europa occidentale un meccanismo di “due pesi e due misure” nel giudicare fatti che coinvolgono Mosca. Ecco un recentissimo esempio.

La “scomparsa” della giornalista russa in Ucraina

Si ha notizia certa che una giornalista di nazionalità russa, Anna Kurbatova, sia stata espulsa dall’Ucraina, Paese dove esercitava legittimamente il proprio mestiere. Lo scorso 31 agosto l’emittente russa Pervyj Kanal, per la quale la giornalista lavorava, annunciava la sparizione della propria collaboratrice/dipendente in territorio ucraino. La giornalista russa in realtà non era sparita, ma era stata “prelevata” dai servizi di sicurezza ucraini, come confermato poco dopo da Elena Gitlyanskaya, proprio la portavoce degli “007” di Kiev.

La stessa portavoce ribadiva tuttavia che la procedura di fermo si era svolta nel pieno rispetto della legalità e che la giornalista sarebbe stata da lì a poco espulsa dal Paese perché sorpresa a svolgere attività che “ledono gli interessi nazionali ucraini”.

Un episodio che va di pari passo con il divieto imposto dall’Estonia alla partecipazione di giornalisti russi dell’emittente Rossiya Segodnya al summit tra i Ministri degli Esteri dell’Ue in programma a Tallin. In questo caso il rifiuto estone non è stato nemmeno accompagnato da una spiegazione. Ora più che sprecare parole per l’evidente unilateralità di provvedimenti liberticidi, è più interessante osservare il meccanismo di “due pesi e due misure” prima citato.

Il silenzio di media e istituzioni sull’accaduto

Vi è stato infatti un imbarazzante silenzio mediatico nell’Europa occidentale circa l’azione repressiva del Governo di Kiev e quello estone. Tra i principali media nostrani solo Il Giornale si è prodigato nel riportare la notizia della Kurbatova, mentre a livello europeo e internazionale è stata solo la Reuters a spenderci qualche parola. Sul divieto dell’Estonia ne ha parlato solo la sezione italiana di Sputnik News.  

A livello istituzionale il silenzio si è fatto ancora più assordante. Non una parola è ancora arrivata dai vertici di Bruxelles. Un silenzio molto sospetto, sopratutto se consideriamo la reazione immediata e veemente che gli stessi funzionari Ue riservarono a Mosca dopo l’arresto di Alexei Navalny.

Quando l’Ue difendeva Navalny

Quando, infatti, lo scorso marzo 2017 il noto attivista anti Putin, Navalny, venne arrestato per aver organizzato una manifestazione non autorizzata a Mosca, un portavoce dell’Unione europea così dichiarava: “Le operazioni di polizia nella Federazione Russa, che hanno tentato di disperdere i manifestanti e hanno arrestato centinaia di cittadini, tra i quali il leader dell’opposizione, Alexei Navalny, hanno impedito di esercitare le loro libertà fondamentali, tra i quali la libertà di espressione, associazione e riunione pacifica, che sono iscritte nella Costituzione russa”.

Sorvolando sull’errore, marchiano, di identificare Navalny come “leader dell’opposizione”, quando in realtà non lo è affatto, osserviamo l’attenzione e l’enfasi posta dal portavoce Ue su temi quali “libertà d’espressione”. La stessa che è stata recentemente negata ad Anna Kurbatova e ai giornalisti di Rossiya Segodnya, nell’indifferenza proprio dell’Unione europea.

L’amnesia di Bruxelles non è passata però inosservata. La Federazione Europea dei Giornalisti ha infatti deciso di segnalare l’accaduto al Consiglio d’Europa (organo non facente parte dell’Ue) attraverso la sua piattaforma web. La speranza è che tale organo, fuori dai meri interessi politici di una Bruxelles più russofoba che mai, possa prendersi a carico la questione ed esercitare una pressione politica affinché venga rispettata la libertà di lavoro per qualsiasi giornalista, a prescindere dalla nazione d’appartenenza.