Jon M. Huntsman Jr., ambasciatore degli Stati Uniti a Mosca e già candidato repubblicano alla Casa Bianca, ha rassegnato le sue dimissioni. Motivo? Nessuna divergenza in particolare ma la volontà di candidarsi nuovamente a governatore dello Utah. Come sottolinea il New York Times, Huntsman, nominato da Donald Trump nel 2017, ha mantenuto un basso profilo in questi anni per via delle indagini del procuratore speciale Robert Mueller sul Russiagate e sulle presunte interferenze russe nella campagna elettorale americana del 2016.
Nella sua lettera di dimissioni, Huntsman ha sottolineato di essere onorato della fiducia che il Presidente Trump ha riposto in lui “durante questo periodo storicamente difficile nelle relazioni bilaterali” fra Washington e Mosca. Durante il suo mandato, ha sottolineato Huntsman, l’Ambasciata degli Stati Uniti ha visto “espulsioni senza precedenti e partenze forzate”. I suoi diplomatici, ha aggiunto, hanno lavorato in “uno degli ambienti più difficili al mondo”.
Mosca, l’ambasciatore di Trump lascia
“Andando avanti, dobbiamo continuare a considerare la Russia responsabile quando il suo comportamento quando minaccia noi e i nostri alleati”, ha sottolineato Huntsman nella sua lettera di dimissioni, inviata dall’ambasciata americana a Mosca. “Nessun ripristino o riavvio delle relazioni aiuterà, solo una chiara comprensione dei nostri interessi e valori”. Le dimissioni dell’ambasciatore sono effettive dal prossimo 3 ottobre.
Nella giornata di ieri, il Dipartimento di Stato ha confermato le dimissioni di Huntsman, elogiando l’operato del diplomatico. “Ringraziamo l’ambasciatore Huntsman per il suo servizio e i suoi sforzi per far avanzare le politiche dell’amministrazione Trump in Russia”, ha detto un portavoce del Dipartimento di Stato in una nota. “L’ambasciatore Huntsman è stato ambasciatore in Russia dall’ottobre 2017 e concluderà il suo incarico diplomatico dopo due anni a Mosca nell’ottobre 2019. L’ambasciatore Huntsman, prosegue la nota, “in precedenza ha ricoperto l’incarico di ambasciatore degli Stati Uniti in Cina (2009-2011) ambasciatore degli Stati Uniti a Singapore (1992-1993). È stato il governatore dello Utah (2005-2009)”, ha continuato il portavoce.
Come riporta la Cnn, il successore di Huntsman, chiunque sia, dovrà affrontare il difficile compito di soddisfare l’obiettivo di Trump di migliorare i legami con la Russia in un momento di forti tensioni tra le due potenze su questioni cruciali tra cui la Crimea e le presunte interferenze elettorali di Mosca, oltre al ritiro dal trattato Inf.
La telefonata di Trump a Putin
La scorsa settimana, Donald Trump ha telefonato a Vladimir Putin e “ha offerto aiuto alla Russia nel contrastare gli incendi nelle foreste della Siberia”. Ma come riferiva sempre la Cnn, durante la conversazione i due presidenti hanno hanno discusso di potenziali sostituiti di Huntsman. Il nuovo ambasciatore americano, a maggior ragione che l’indagine del Russiagate si è conclusa con un nulla di fatto, potrebbe essere chiamato a mettere in atto la strategia iniziale di Trump nei confronti della Russia. Quest’ultima, spiega Germano Dottori nel suo libro La Visione di Trump. Obiettivi e strategie della nuova America, “avrebbe dovuto essere staccata dalla Cina, anche per impedire a quest’ultima di realizzare pienamente tutte le ambizioni del suo progetto di restaurazione delle “vie della seta”, invece di essere ulteriormente indebolita dopo la già grave perdita dell’Ucraina”.
Compito non facile, dato che soltanto pochi giorni fa la Casa Bianca ha imposto un secondo round di sanzioni alla Russia per il presunto utilizzo di un agente nervino nel tentato omicidio di Serghej Skripal, l’ex spia avvelenata l’anno scorso insieme alla figlia a Salisbury (Regno Unito). Il rapporto fra le due potenze rimane conflittuale. Lo scorso anno, l’amministrazione Trump ha coinvolto le forze degli Stati Uniti nelle esercitazioni militari della Nato in Polonia e in altri Paesi dell’est europeo ai confini della Russia, nonché nel Mar Nero, avvicinandosi pericolosamente alla base russa di Sebastopoli. Come racconta The American Conservative, Washington ha inoltre inviato le truppe americane a partecipare a esercitazioni militari congiunte con le forze ucraine, un atto che Mosca considera particolarmente provocatorio, date le tesissime relazioni con Kiev.
Come se non bastasse, il Congresso ha approvato nei mesi scorsi una legge che autorizza 250 milioni di dollari di assistenza militare, comprese armi letali, all’Ucraina nel 2019. Il Congresso aveva votato per due volte il sostegno militare a Kiev durante gli ultimi anni dell’amministrazione di Obama, ma la Casa Bianca ne aveva bloccato l’attuazione. Nel frattempo, riporta Milano Finanza, Cina e Russia hanno tenuto la loro prima esercitazione navale congiunta nel Mar Baltico. Nel giugno 2018, Xi Jinping chiamò Vladimir Putin “il mio migliore e più intimo amico”, e più tardi quell’anno le forze cinesi parteciparono alla più grande esercitazione militare sul suolo russo dal 1981. Il direttore uscente dell’intelligence nazionale, Dan Coats, sostiene che i due supergiganti eurasiatici sono vicini così come lo erano negli anni 50.