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Nella grande strategia approntata dal Cremlino per trarre profitto dal cambiamento climatico rientrano il ripopolamento e la rinascita della Siberia e dell’Estremo oriente e lo sviluppo infrastrutturale dell’Artico, regione che nei prossimi decenni potrebbe essere aperta ad un florido ed intenso traffico marittimo per via dell’arretramento dei ghiacciai e sulla quale, perciò, ha puntato lo sguardo anche la Cina.

Fra l’agenda e la sua realizzazione, però, pesa la presenza di alcune incognite, prima fra tutte l’isolamento dal mercato occidentale del credito e dei beni dell’alta tecnologia. La Russia potrebbe non avere le risorse per sviluppare indipendentemente l’Artico – e neanche Siberia ed Estremo oriente.

La decisione della Shell e i precedenti

Nell’ambito del Forum Economico di San Pietroburgo 2019, il gigante olandese degli idrocarburi, la Shell, e Gazprom Neft, sussidiaria petrolifera di Gazprom, avevano siglato un accordo per lo sviluppo congiunto di cinque campi petroliferi ed altre aree nell’estremo nord del circondario autonomo Jamalo-Nenec, dove i monti Urali finiscono.

L’accordo bilaterale era stato definito, ai tempi, una “pietra miliare” dall’amministratore delegato della Shell, Ben Van Beurden, e non sorprende il perché: piano d’investimenti per oltre 1 miliardo e 600 milioni di euro, soltanto nel campo ribattezzato “Meretoyakha Neftegaz” sarebbero più di 8 miliardi i barili di petrolio potenzialmente estraibili, mentre la regione Yamal complessivamente ospiterebbe più di un quinto dei giacimenti di gas naturale di tutto il pianeta.

Le due compagnie avrebbero dovuto sviluppare i campi dando vita ad un’associazione temporanea (joint venture) che, però, non ha mai visto la luce. Infine, a poco meno di un anno dal raggiungimento dell’accordo, la Shell si è ritirata, adducendo come motivo “il difficile ambiente esterno”.

Nonostante l’uscita di scena della Shell, che portava con sé capitale ma anche tecnologia all’avanguardia per l’esplorazione e l’estrazione, Gazprom Neft intende continuare lo sviluppo dei cinque blocchi, “indipendentemente”, ed iniziare le attività produttive in uno di essi, Tazovsky, il prima possibile.

La decisione della Shell ha ricordato alla Russia che la guerra fredda con l’Occidente non è ancora terminata e che il regime sanzionatorio è ancora in piedi. La realpolitik ha infine prevalso e il gigante olandese degli idrocarburi ha dovuto rinunciare ad un progetto dalle prospettive economiche elevatissime: firmare quell’accordo era stato azzardato e prematuro.

Anche la ExxonMobil, nel 2018, era stata costretta a ritirarsi da un’associazione temporanea estremamente redditizia con Rosneft per lo sviluppo di progetti petroliferi nell’Artico e nel Mar Nero, stimando perdite fra i 200 milioni ed il miliardo di dollari.

L’agenda per l’Artico e la sua realizzabilità

Il piano per l’Artico 2020-2035 recentemente svelato dal Cremlino ha stabilito l’ambizioso obiettivo di portare lavoratori e capitale, anche straniero, nelle regioni polari più ricche di risorse naturali, i cui pochi e sparuti insediamenti umani dovrebbero trasformarsi in città ricche di vita, ben collegate fra loro a livello infrastrutturale e capaci di attrarre nuovi pionieri, spinti all’avventura da incredibili incentivi fiscali, come la tassazione zero sui profitti per i primi anni di attività per le imprese che estraggono idrocarburi, e sussidi statali per l’apertura di piccole e medie imprese.

Se attrarre capitale è importante, ripopolare è fondamentale. Negli ultimi quindici anni le regioni artiche hanno registrato la perdita di 300mila abitanti ed oggi ospitano solo l’1,5% della popolazione totale della federazione russa. Il Cremlino vorrebbe che queste regioni diventassero attrattive nel lungo termine e che cessassero di essere caratterizzate da insediamenti temporanei, ma è chiaro che il clima estremamente rigido rappresenti un grave limite, anche per gli stessi russi.

Nel Cremlino, però, c’è ottimismo: surriscaldamento climatico e creazione di un ambiente favorevole a delocalizzazioni e migrazioni interne volontarie potrebbero alimentare l’arrivo massivo di lavoratori. L’agenda per l’Artico prevede almeno 21 cantieri faraonici, circoscritti all’apertura di fabbriche, miniere e grandi opere infrastrutturali, e l’apertura di centinaia di attività commerciali a costellare sia le città che le strade che le connettono. Grandi e piccoli cantieri, insieme, dovrebbero creare 200mila posti di lavoro.

Il piano per l’Artico è tanto ambizioso quanto irto di insidie: l’isolamento dai mercati occidentali, l’effettiva liquidità disponibile dello stato russo e dei grandi privati, la capacità di spingere lavoratori ed imprese straniere a trasferirsi in luoghi remoti e grosso modo inabitabili, l’incognita climatica.

Le sanzioni occidentali sono, indubbiamente, il più grande ostacolo. Il partenariato con i giganti europei e statunitensi dell’energia aiuterebbe Mosca ad alleggerire significativamente i costi di esplorazioni ed estrazioni, ed il ritorno alla normalità potrebbe anche attrarre i grandi costruttori, che contribuirebbero così ad accelerare la costruzione di strade e città. L’isolamento non ha bloccato i piani del Cremlino, li ha semplicemente rallentati, ma in un clima internazionale tanto conflittuale quale quello odierno, ogni ritardo potrebbe essere letale.