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Il governo Medvedev ha rassegnato le dimissioni dopo il discorso del presidente Vladimir Putin all’Assemblea federale, marcando l’inizio ufficiale dell’importante e obbligatoria fase di transizione che da qui al 2024 dovrà garantire al sistema di potere post-eltsiniano capacità di adattamento e sopravvivenza al suo creatore, in maniera tale da garantire alla Russia prosperità e grandezza negli anni a venire.

Cosa succede adesso

Putin ha voluto immediatamente sfatare le indiscrezioni, soprattutto di provenienza occidentale, che lo vorrebbero interessato ed intenzionato a monopolizzare la presidenza anche dopo la scadenza del secondo mandato. L’attuale assetto costituzionale, infatti, pone il limite dei due mandati ma i detrattori di Putin sostengono che sarebbe in sede di discussione una modifica di tale clausola per permettergli di concorrere anche alle future elezioni.

Le proposte di riforma costituzionale lanciate dal presidente russo, in realtà, ridurrebbero i poteri dell’esecutivo in favore del legislativo e prevedono, fra le altre cose, che la Duma (la camera bassa dell’assemblea federale) debba approva i candidati al ruolo di primo ministro e l’abolizione del veto presidenziale sulle nomine di ministri ratificate dal parlamento.

Altre proposte degne di nota annunciate da Putin e che si inquadrano nel progetto di lungo termine di diminuire al minimo le interferenze straniere negli affari interni riguardano emendamenti volti a chiarificare che il diritto nazionale prevale su quello di origine internazionale e ad impedire agli alti funzionari, come governatori e parlamentari, di svolgere l’incarico se in possesso di doppia cittadinanza o permessi di residenza all’estero.

Potenziando il ruolo del parlamento, Putin mira ad assicurarsi che non possa ripetersi un nuovo scenario in stile Eltsin nel dopo-2024, che la volontà popolare sia più ascoltata da parte della politica – nella consapevolezza del crescente distacco fra popolazione e il partito-sistema Russia Unita, sempre più espressione di corruzione e personalismi e dal quale lo stesso Putin si è distaccato – e che si mantenga in piedi il complesso sistema di potere da lui lentamente costruito a partire dal 31 dicembre 1999, il giorno in cui Boris Eltsin rassegnò le proprie dimissioni durante il tradizionale discorso alla nazione di fine anno.

Il futuro della Russia dipende da Putin

La transizione al dopo-Putin è iniziata all’insegna delle proteste anticinesi nelle repubbliche più remote di Siberia ed Estremo oriente, del ritorno dello spettro del separatismo etno-religioso nel Caucaso settentrionale e in altre regioni, e delle mobilitazioni di massa a Mosca della scorsa estate legate alle elezioni locali, sullo sfondo della crescente pressione militare-economica esercitata dall’Occidente. Alla luce di questi motivi, chiunque succederà a Putin nel 2024 erediterà un fardello così pesante da non permettere alcun margine d’errore, pena la possibile implosione della federazione ed l’incubo di una nuova guerra civile.

Le dimissioni del governo Medvedev e la decisione di Putin inerente il futuro ribilanciamento dei poteri sembrano indicare che la ricerca di un successore non sia andata a buon fine. Putin aveva, ed ha, bisogno di qualcuno capace, determinato e lungimirante quanto lui, perché l’orizzonte che attende il paese è tutt’altro che roseo, essendo ricco di incognite geopolitiche e problemi economici da risolvere.

Delegare maggiori funzioni ad un potere legislativo riformato e più sensibile ai bisogni popolari potrebbe limitare gli eventuali danni causati da scelte miopi della presidenza, garantendo al tempo stesso vitalità al sistema putiniano, poiché basato sulla commistione fra interessi pubblici e privati e sull’interdipendenza fra politica, diplomazia e complesso militare-industriale.