Lo scorso aprile, all’acme della crisi nel Donbass, avevamo utilizzato le nostre colonne per illustrare una tesi originale ed in controtendenza: nessuna guerra all’orizzonte e nessuna volontà da parte del Cremlino di dare il via ad un’invasione terra-mare dell’Ucraina, quanto una mostra di muscoli funzionale a preparare il terreno all’evento più atteso dell’anno, la bilaterale Biden-Putin, e alla ripresa dei negoziati di pace per l’Ucraina orientale.

I fatti successivi ci hanno dato ragione: le tensioni fra Stati Uniti e Russia hanno registrato una diminuzione, venendo controbilanciate dalla velocizzazione dei lavori per l’allestimento del grande vertice, e le diplomazie del Cremlino e del Marinskij hanno cominciato a dialogare con l’anelito di concretare un incontro tra Vladimir Putin e Volodymyr Zelensky.

Una crisi, quella di marzo-aprile, che, spiegavamo, pur essendo stata sfruttata magistralmente dalla Russia per incrementare il proprio potere contrattuale in sede di Putin-Biden, sarebbe stata concepita originariamente in Ucraina con il duplice obiettivo di drenare l’emorragia di consensi gravante sulla solidità della presidenza Zelensky e di cementare l’asse con l’Occidente – piano naufragato dinanzi all’apatia di quest’ultimo e al muscolarismo del Cremlino. Oggi, a più di un mese e mezzo di distanza dall’escalation, uno dei più influenti (e meno conosciuti) poteri dietro al trono del Cremlino è voluto tornare su quei giorni nevrastenici.

Il parere di Dmitrij Kozak

La recente stagione di tensione nel Donbass non sarebbe da leggere in termini di escalation incontrollata, frutto delle semplici ostilità fra esercito ucraino e forze separatiste, quanto di crisi artificiale ordita con lo scopo precipuo di strumentalizzare e politicizzare gli eventi a favore dell’Ucraina. Dichiarazioni gravi e  pesanti, quelle di cui sopra, che sono state rilasciate in diretta televisiva da Dmitrij Kozak, ex viceprimo ministro della Federazione russa e capo della delegazione russa nel Donbass, e che corroborano la tesi esposta sulle nostre colonne ai tempi dell’escalation degli scorsi mesi.

I detrattori potrebbero sostenere che la presa di posizione di Kozak è estremamente di parte, in ragione della sua nazionalità e del ruolo rivestito, ma il motivo per cui le sue dichiarazioni sono meritevoli di un rilancio è che trattasi di un politico influente, silente, riservato e poco incline alla luce dei riflettori e all’esposizione in pubblico dei propri pensieri. Kozak non è un amante del protagonismo e solitamente parla soltanto se interpellato: una vera e propria eminenza grigia, che ha ricoperto il ruolo di vicepremier dal 2008 al 2020 e che suggerisce all’orecchio di Vladimir Putin dal lontano 2000.

Parlando ai microfoni di Rossiya-24, l’enigmatico Kozak ha chiosato: “L’escalation è stata evidentemente artificiale”. E le ragioni alla base della crisi, secondo lui diretta da Kiev, sarebbero state legate ad esigenze di politica interna (consenso) ed internazionale (chiamata alle armi degli alleati occidentali). Più nello specifico, ha spiegato Kozak, “[gli ucraini] potrebbero aver deciso di aggravare la situazione [nel Donbass] per adescare gli Stati Uniti e la Gran Bretagna all’interno del formato Normandia e, oggi, l’intera Unione Europea“, ma anche per mediare al “drammatico calo di consensi” registrato dalla presidenza Zelensky e dal partito di governo.

Una disamina del contesto

Kozak non si è limitato ad imputare alla presidenza Zelensky lo scoppio dell’escalation dei mesi scorsi, perché ha profittato del tempo concessogli per effettuare una disamina del contesto ed un bilancio complessivo degli ultimi sette anni. E il giudizio del potere dietro alla corona del Cremlino è inclemente: gli accordi di Minsk non sono mai stati realmente rispettati né implementati da parte dell’Ucraina, che, anzi, continuerebbe a violare periodicamente e sistematicamente il cessate il fuoco, e il coinvolgimento di Francia e Germania nel processo di pace si sarebbe rivelato più controproducente che utile, cristallizzando le ostilità in luogo di porvi fine.

In estrema sintesi, la decisione di Kozak di uscire dal dietro le quinte in questo preciso momento, per criticare più l’operato franco-tedesco che la presidenza Zelensky, potrebbe preludiare ad un cambio di rotta nelle politiche del Cremlino con l’asse Parigi-Berlino e, più in generale, all’entrata delle relazioni con l’Ue in una nuova fase. Perché, oggi come in passato, il presente e il futuro dei rapporti tra Occidente e Russia si giocano (anche e soprattutto) in Ucraina.

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