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Vladislav Surkov, il teorico della “democrazia sovrana” che ha condizionato profondamente le direttrici dell’era Putin, sarebbe stato tradotto in arresto l’11 aprile. I fedelissimi Sergej Lavrov, Sergej Shoigu e Valerij Gerasimov hanno diminuito le comparsate davanti ai riflettori di pari passo con l’incedere della guerra. E, a fare da sfondo, si è assistito alla caduta in disgrazia di personaggi-chiave come il comandante Viktor Zolotov e il generale Roman Gavrilov, entrambi appartenenti alla Guardia nazionale, e di alcuni elementi del potente Fsb, tra i quali Sergej Beseda e Anatolij Bolyukh.

La domanda, alla luce del repulisti in corso nelle stanze dei bottoni, è più che lecita: che cosa sta succedendo nella Federazione russa all’ombra della guerra in Ucraina?



Surkov e gli altri

La presunta traduzione in arresto di Vladislav Surkov, il teorico della democrazia sovrana, è stata accolta e vissuta dall’opinione pubblica russa come un fulmine a ciel sereno. Il brillante e influente ideologo, classe 1964, era stato allontanato dalle stanze dei bottoni nel 2020 a mezzo di ordine presidenziale, per ragioni mai chiarite, e l’11 aprile sarebbe stato posto ai domiciliari per appropriazione indebita.

Dopo la silenziosa estromissione di Shoigu, Lavrov e Gerasimov dalle sale di comando, e dopo il ciclo di epurazioni tra servizi segreti e forze armate, l’affare Surkov (di)mostra che all’interno della Federazione è in corso un terremoto di elevata magnitudo dalla notte del 24.2.22, cioè da quando Vladimir Putin ha deciso di invadere l’Ucraina e di personalizzare l’intero processo decisionale. Sbarrata la strada ai diplomatici, è stata spianata la strada ai falchi.

Caccia agli incompetenti o alle quinte colonne?

Il susseguirsi di vibrazioni telluriche che sta attraversando la Federazione è, per certi versi, naturale e fisiologico. I repulisti sono tipici dei paesi in stato di guerra, che è il momento per antonomasia in cui ogni nodo viene al pettine. Ed epurazioni, non a caso, sono in corso anche in Ucraina. Ma non è questo il punto. Perché non è il siluramento stricto sensu a rappresentare un problema, quanto la sua natura: se semplice o complesso.

I repulisti di natura semplice riguardano la sostituzione del personale rivelatosi non all’altezza, cioè degli inetti, degli incompetenti e dei negligenti. I repulisti di natura complessa hanno a che fare con qualcosa di molto più profondo, cioè con la lealtà allo stato, e coinvolgono i soggetti in odore, a torto o ragione, di doppiogiochismo e congiure di palazzo.

In Russia, data la difficoltà ad accedere ad informazioni di prima mano e considerata la guerra informativa in atto tra i blocchi, non è dato sapere quale genere di opera di pulizia stia dirigendo il Cremlino. È possibile, visti i nomi nell’elenco degli epurati e degli estromessi, che Putin stia portando avanti una maxi-campagna di defenestrazioni di natura mista: fuori gli incompetenti, fuori i sospetti. I primi come corsa ai ripari per la malagestione dell’operazione Ucraina. I secondi per prevenire trame sovversive, che, alla luce delle indiscrezioni del giornalismo investigativo e del desiderata di un cambio di regime espresso da Biden sul palco di Varsavia il 26 marzo, potrebbero non appartenere al mondo della fantapolitica.

La cricca fa crac (e Biden sorride)

Purghe ed effetto raduno attorno alla bandiera potrebbero aiutare Putin a compattare l’intera nazione attorno alla sua persona. Se ciò avvenisse, chiaramente, sarebbe un successo enorme e con implicazioni durevoli e tangibili, significanti stabilità, continuità e impermeabilità del sistema putiniano. Ma il pugno duro non è esente dal rischio del ritorno di fiamma e, allo stesso modo, l’ondata patriottica è destinata a scemare con il tempo, influenzata dall’esito della guerra e dallo stato dell’economia. Spiegato altrimenti: le crepe emerse con e a causa del conflitto non state chiuse, ma semplicemente stuccate, e potrebbero riaprirsi gradatamente, e pericolosamente, con l’approssimarsi dell’attesissimo appuntamento elettorale del 2024.



Tanti sono i fattori che influiranno sul risultato della stagione di destituzioni, inclusi alcuni esogeni – il dopo-Lukashenko in Bielorussia, gli sviluppi postguerra nello spazio postsovietico –, e nell’attesa di capire la profondità del malcontento e l’estensione delle divisioni resta un fatto: la cricca sta emettendo un fastidioso crac e questo è, anche se solo temporaneamente, un altro colpo a segno per la presidenza Biden e un’altra conseguenza del rischio calcolato male di Putin. Un’altra prova, l’ennesima, che questo primo tempo è stato vinto a mani basse dall’amministrazione Biden, come avevamo previsto sulle nostre colonne all’alba della guerra.

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