Nell’attesa della ormai prossima annessione della valle del Giordano da parte israeliana, la Russia ha reiterato la propria posizione storica: no ad annessioni unilaterali, sì al dialogo con i palestinesi per una soluzione bi-nazionale.

Avere una voce in capitolo negli affari israeliani non è una priorità soltanto per Washington ma, storicamente, anche per Mosca ed il motivo è dato da una complessa combinazione di pragmatismo, geopolitica della fede ed eredità della tradizione sovietica. L’insieme di questi tre elementi caratterizza le relazioni bilaterali con Tel Aviv sin dal 1948, in un’alternanza fra collaborazione ed antagonismo, in un modo non dissimile dal caso del Vaticano, anch’esso legato allo stato ebraico da una storia burrascosa e travagliata.

La posizione russa sull’annessione

Il Cremlino ha intenzione di sfruttare l’annessione della valle del Giordano per promuoversi come mediatore fra le parti ed organizzare un incontro al quale prendano parte israeliani, palestinesi e statunitensi. La diplomazia russa starebbe anche lavorando ad un obiettivo più ambizioso: un faccia a faccia fra il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu e il presidente dell’Autorità Nazionale Palestinese, Mahmoud Abbas.

Lo scopo di Mosca è chiaro: aumentare la propria esposizione all’interno del teatro israelo-palestinese, fornendo appoggio sia ad una parte che all’altra, sul solco di una tradizione che affonda le radici nell’epoca sovietica. La Russia è consapevole dell’inevitabilità dell’annessione e, infatti, non tenterà di fermarla ma, più semplicemente, di dare l’opportunità ai palestinesi di proporre modifiche all’accordo del secolo dell’amministrazione Trump.
L’entrata in scena del Cremlino in qualità di co-protagonista, però, sarà molto ardua ed è difficile anche solo fare una previsione sull’eventuale riuscita di almeno uno dei due incontri; i motivi sono molteplici: la lobby statunitense a Tel Aviv è molto più influente di quella russa, non è nell’interesse di Netanyahu fare concessioni ad Abbas, e l’agenda di Mosca per il Medio oriente è sempre stata vista con sospetto e ostilità dagli israeliani per via del supporto al pan-arabismo nasseriano, alla famiglia Assad, ad Hezbollah, ai guerriglieri palestinesi e, infine, anche ad Hamas.

L’avvicinamento ad Hamas

Hamas detiene il controllo della striscia di Gaza sin dalle elezioni legislative del 2006 e, proprio come Hezbollah, il panorama mondiale è diviso fra chi ritiene l’organizzazione come interamente terroristica e chi distingue fra l’ala militare e quella politica. La Russia appartiene alla seconda categoria e ha allacciato rapporti con Hamas sin dal 2006, ma è solamente nei tempi recenti che il dialogo e la collaborazione sono aumentati in maniera significativa.

A luglio dello scorso anno, Mousa Abu Marzouk, il vicepresidente dell’ala politica di Hamas, è volato a Mosca per un incontro a porte chiuse con Mikhail Bogdanov, l’inviato speciale del Cremlino per il Medio oriente e l’Africa. Pochi mesi dopo, in ottobre, i due si sono rivisti a Doha (Qatar), ed il mese seguente la diplomazia russa ha inoltrato un invito ufficiale a Mosca a Ismail Haniyeh, il capo di Hamas.

Dopo diversi ritardi e rinvii, la visita di Haniyeh in Russia si è materializzata a inizio marzo. Gli argomenti dell’incontro, al quale ha preso parte Sergey Lavrov, il ministro degli esteri russo, sono stati essenzialmente due: la situazione dei palestinesi nella striscia di Gaza, la riconciliazione con Israele.

Eppure, è sbagliato pensare che l’interesse russo per Hamas si riduca alla semplice questione israelo-palestinese, perché la visione di Mosca è di ampio respiro e poggia sulla consapevolezza che l’organizzazione è parte di una rete internazionale di alleanze, ruotante attorno la Turchia e di cui fanno parte i Fratelli Musulmani e il Qatar, il cui supporto è fondamentale per avere una voce in capitolo in Medio oriente.

Gli interessi del patriarcato di Mosca

A gennaio è terminata l’odissea di Naama Issachar, una cittadina israeliana fermata nell’aprile 2019 all’aeroporto internazionale di Mosca perché in possesso di sostanze stupefacenti ed in seguito arrestata, finendo inconsapevolmente al centro di un braccio di ferro fra il Cremlino e Tel Aviv che nulla aveva a che fare con la sua vicenda personale. L’obiettivo di Mosca, infatti, era quello di agitare lo spettro di una lunga condanna detentiva per la Issachar per ottenere un’importante concessione da Israele in favore del patriarcato di Mosca in Terra Santa.

Negli stessi giorni in cui il presidente russo Vladimir Putin firmava la grazia per la Issachar, le autorità israeliane davano notizia dello scongelamento ufficiale delle pratiche per il trasferimento di proprietà del cosiddetto “cortile di Alessandro“, un lembo di terra nei pressi della Basilica del Santo Sepolcro sul quale il patriarcato di Mosca vorrebbe pieno possesso da decenni, per ragioni storiche e di prestigio.

Ad ogni modo, una volta ottenuta la liberazione della Issachar, il processo di trasferimento dei diritti di proprietà è stato di nuovo bloccato, e sebbene il Cremlino sia fiducioso che Netanyahu manterrà la promessa fatta a Putin perché “[è un luogo] molto importante per noi”, l’ufficio stampa della presidenza ha comunicato che “la federazione russa prenderà tutte le misure necessarie per difendere i suoi legittimi interessi di proprietà in Israele”.

Il cortile di Alessandro, o più precisamente il “metochio di Alessandro”, è un complesso costruito nel 1896 dalla Società Imperiale Ortodossa della Palestina (IOPS, Императорское православное палестинское общество) su una terra acquistata nel 1859 dallo zar Alessandro III, che si trova nelle prossimità della Basilica del Santo Sepolcro, uno dei più importanti luoghi sacri della cristianità.

Il dibattito sui diritti di proprietà è iniziato all’indomani della rivoluzione d’ottobre, con la fuga in Germania della dirigenza della IOPS per timore di persecuzioni e la continuazione delle attività da parte dei rimanenti membri nella Società Russa di Palestina (Российское Палестинское Общество), il surrogato laico prodotto dai sovietici.

Entrambe le società rivendicano, dal 1917, la proprietà sul metochio e la situazione si è aggravata nel dopo-Urss, quando la Società Russa di Palestina ha cambiato nome in IOPS, come segno di continuità con il passato ed inviando un messaggio molto esplicito alla controparte, di cui si contestano le pretese di legittimità alla luce del rifiuto di tornare in patria e della presenza irrilevante in Terra Santa. Infatti, il surrogato laico creato da Lenin e potenziato dai successori per rendere possibile la permanenza del Cremlino in Israele, ha sostituito in tempi rapidi la IOPS originale, ereditandone l’agenda, le attività, l’influenza ed anche i rapporti con la comunità ortodossa russa di Gerusalemme.

Oggi, esistono quindi due entità che rispondono al nome di Società Imperiale Ortodossa della Palestina, ma solo una è legata a doppiofilo con il Cremlino e con il patriarcato di Mosca, soltanto una è l’instrumentum regni della diplomazia russa in Terra Santa alla quale spetta il riconoscimento dei titoli immobiliari. La Società Russa di Palestina, in effetti, ha giocato un ruolo fondamentale negli anni della guerra fredda, fungendo da motivo legittimante per le rivendicazioni sovietiche sul quartiere russo di Gerusalemme, passato sotto il quasi totale controllo di Mosca negli anni di Nikita Kruschev, ad eccezione di alcuni complessi, come il metochio di Alessandro.

Putin, che ha deciso di riportare il cristianesimo al centro dell’agenda politica interna ed estera della Russia, tornata ad essere la “Terza Roma” dopo quasi un secolo di ateismo di stato, ha aumentato le pressioni su Tel Aviv, in relazione ai diritti di proprietà sul quartiere russo, sin dal 2000. Convincere il collega ed amico Netanyahu a cedere quel pezzo di terra ad un’organizzazione che ha storicamente rappresentato, custodito e difeso gli interessi dei cristiani ortodossi in Terra Santa, equivarrebbe ad un importante successo diplomatico dai considerevoli risvolti sul piano del potere morbido russo in Israele.

I rapporti durante l’epoca sovietica

I primi ideologi sovietici, guidati da Lenin, ritenevano il sionismo una dottrina imperialista e razzista da combattere alla pari del capitalismo occidentale. I rapporti fra Mosca e gli esponenti del sionismo politico con base nel mandato britannico di Palestina, in Unione Sovietica ed in Europa furono, quindi, incardinati sull’ostilità sin dal 1917.

Fu Lenin a gettare le fondamenta del pan-arabismo sovietico, poi stravolte da Stalin all’indomani della nascita di Israele, di cui riconobbe immediatamente l’indipendenza e che supportò nelle prime fasi di esistenza, nell’aspettativa, o meglio, nella falsa convinzione, che sussistessero i presupposti per l’entrata del paese nella sfera di influenza sovietica per via della presenza preponderante di politici di sinistra nelle posizioni di potere.

Israele, però, si trasformò rapidamente in un caposaldo della presenza statunitense in Medio oriente, determinando un’inversione di rotta da parte di Stalin, poi continuata ed approfondita dai successori. Fu così che l’Unione Sovietica diventò il più grande promotore del nazionalismo arabo laico ed anche il punto di riferimento dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina di Yasser Arafat, che finanziò, armò ed aiutò in vari modi per l’intera durata della guerra fredda.

La guerra dei sei giorni del 1967 fu l’evento spartiacque che consacrò l’avviamento definitivo di una redistribuzione del potere in Medio oriente in favore di Israele (e Stati Uniti), ponendo le basi per una posizione egemonica ancora perdurante, e fu anche la ragione della rottura diplomatica con Mosca, che tagliò i rapporti bilaterali con Tel Aviv.

I rapporti oggi

La normalizzazione avvenne soltanto nel 1991, favorita direttamente dal collasso dell’Unione Sovietica ed indirettamente dall’emigrazione di centinaia di migliaia di ebrei russi in Terra Santa. Quell’imponente moto migratorio ha riscritto profondamente l’identità di Israele dal momento che, oggi, il 20% della popolazione ebraica avrebbe origini russe, ossia uno su cinque.

La Russia ha compreso rapidamente l’opportunità geopolitica derivante dalla diaspora, sfruttando il potere dei media, dell’intrattenimento e della cultura per evitare che gli ebrei russi si integrassero completamente nel tessuto israeliano. Fino ad oggi, i risultati hanno ripagato il potere morbido del Cremlino: la maggioranza degli immigrati russofoni continua a ritenersi legata sia a Mosca che a Tel Aviv, è tendenzialmente conservatrice, coesa socialmente e propensa al voto in blocco. Quest’ultimo punto è particolarmente importante, poiché avere la simpatia di questa minoranza equivale ad ottenere le preferenze di un blocco elettorale che forma un quinto degli ebrei aventi diritto di voto.

Ogni candidato politico che punti realisticamente al governo è obbligato a tenere conto della stratificazione etno-linguistica del paese, degli interessi della minoranza russa, e questo è uno dei fattori esplicativi del rapporto di estrema cordialità che Netanyahu ha voluto instaurare con Putin.

Nonostante la normalizzazione e l’estensione della cooperazione bilaterale su numerosi fronti, il Cremlino ha comunque voluto raccogliere l’eredità sovietica del pan-arabismo e, più nel dettaglio, della questione palestinese. Il vero motivo travalica la semplice velleità di sostituirsi agli Stati Uniti nei tavoli negoziali fra israeliani e palestinesi e tocca l’anima stessa della Russia, che è al tempo stesso faro della cristianità orientale e casa storica di milioni di musulmani.

Nel 2018 si stimava che il 10-14% della popolazione russa fosse di fede islamica, ma la percentuale dovrebbe aumentare vertiginosamente nelle prossime decadi per via di immigrazione e tendenze demografiche. Sin dalla caduta dell’Urss, fra i musulmani di Russia si è assistito ad un vero e proprio ritorno alla fede e, conseguentemente, ad un aumento dell’interesse verso questioni sensibili a metà fra religione e politica come la guerra al terrore e la causa palestinese. Per il Cremlino, ottenere il supporto dell’elettorato musulmano è importante tanto quanto godere del favore ortodosso; è solo comprendendo questa complessità che si possono contestualizzare e decifrare le mosse russe nel mondo islamico, come l’intervento in Siria e il supporto alla Palestina.

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