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I rapporti tra Mosca e Teheran hanno subito nel corso della storia recente un andamento altalenante anche in considerazione del programma nucleare iraniano. Col collasso dell’Unione Sovietica si apriva una prospettiva di attiva collaborazione tra i due Paesi, soprattutto per questioni legate sia alla vicinanza geografica sia alle risorse strategiche (gas e petrolio) che gravitano intorno all’Iran dal Mar Caspio – accreditato di detenere riserve pari al 12% di quelle mondiali – sino al Golfo Persico, che ancora risulta essere l’hot spot per il greggio e gas mondiale. La Russia infatti ha visto Teheran come il cavallo di Troia per espandere la propria influenza in Medio Oriente, ma questa volontà di raggiungere uno sbocco verso “i mari caldi” ricercata sin dai tempi degli Zar ha fatto i conti con diversi fattori legati alle congiunture internazionali: lo stato delle relazioni con Washington, la sicurezza nazionale, la situazione nel Caucaso e nelle repubbliche ex sovietiche dell’Asia Centrale, gli interessi economici altalenanti e dipendenti soprattutto dal mercato del petrolio, il nucleare e, ovviamente, la mutevole situazione in Medio Oriente.

Un esempio lampante di come possa variare questo rapporto su queste basi è dato dal decennio post dissoluzione dell’Unione Sovietica che ha visto prima una stretta collaborazione tra Mosca e Teheran che ha portato, nel 1995, ad ultimare la costruzione di una centrale nucleare nel sud dell’Iran – a Bushehr – nonostante l’intensa opposizione degli Stati Uniti, addirittura con uno scambio di tecnologie e formazione di personale con gli istituti di ricerca nucleari iraniani in un’ampia gamma di attività rivolte non solo all’uso “pacifico” dell’atomo. Molti di questi progetti paralleli alla costruzione della centrale di Bushehr hanno avuto diretta applicazione nella produzione di materiale fissile per scopi militari, fatto che ha portato Washington ad elevare sanzioni contro due enti russi – Nikiet e l’Università Mendeleyev – rei di aver fornito assistenza all’Iran per la costruzione di armamenti atomici.

Questo ha portato direttamente agli accordi dello stesso anno tra Gore e Chernomyrdin che ponevano fine ad ogni tipo di esportazione di materiale militare verso Teheran entro il 1999 e a tagliare la possibilità di accordi futuri in questo senso. Questa mossa di Mosca, arrivata in un periodo storico di crisi profonda per la Russia, non portò gli effetti sperati al Cremlino: oltre a causare un ovvio peggioramento dei rapporti con l’Iran, non ha convinto Washington della buona fede di Mosca che è stata accusata di non aver perseguito nel rispetto di alcune clausole del trattato.

La presidenza Bush, con la sua decisione di ritirarsi unilateralmente dal trattato ABM, ha riavvicinato i due Paesi ma ancora una volta le congiunture internazionali si sono messe in mezzo: nel 2010, l’allora presidente della Federazione Russa Medvedev – forse in risposta alla scoperta del nuovo sito nucleare iraniano di Fordow tenuto segreto – ha supportato la risoluzione Onu numero 1929 che elevava pesanti sanzioni all’Iran per scoraggiarlo dall’intraprendere un programma nucleare, e ha immediatamente bloccato l’esportazione del nuovo sistema missilistica S-300, il cui accordo di fornitura era stato stipulato nel 2007.

Nonostante Mosca non veda un Iran dotato di armi atomiche come una minaccia ai propri interessi, se non come un possibile fattore destabilizzante nell’area del Golfo Persico e del Medio Oriente in quanto potrebbe indurre una corsa agli armamenti atomici tra le altre potenze regionali (come l’Arabia Saudita), il Cremlino ha avuto un ruolo fondamentale nel luglio del 2015 per far approvare il JCPOA (Joint Comprehensive Plan Of Action) dell’Onu per garantire che lo sviluppo del nucleare iraniano abbia solo utilizzi pacifici.

Siamo già in una fase di rottura tra la Russia e gli Usa, ma questa mossa si spiega col desiderio di Mosca di usare i suoi rapporti con Teheran come una sorta di carta da giocare a piacimento in politica estera, e la crisi siriana, in cui interverrà nel settembre del 2015, dimostra come questa possibilità sia stata messa in pratica.

L’avvicinamento definitivo avviene infatti quando la Russia decide di aiutare militarmente Bashar al-Assad nella sua lotta contro l’Isis e indirettamente anche contro i ribelli del FSA – in più di una occasione però Mosca ha fornito appoggio a milizie antigovernative del FSA – in un’abile mossa che ha costretto gli Stati Uniti a rivedere i propri piani di spartizione della Siria.

In ballo per Mosca c’era – e c’è – il controllo del Medio Oriente e soprattutto la lotta alla politica americana di “cambio di regime” attuata per vie dirette ed indirette tramite le sedicenti “primavere arabe” o attraverso vere e proprie guerre (cosa che ha spinto anche la Corea del Nord a dotarsi di armamento atomico). Per Teheran, invece, c’è la volontà di difendere la “mezzaluna sciita” che dall’Iran arriva sino al Libano passando per l’Iraq e quindi arginare l’espansionismo sunnita foraggiato dall’Arabia Saudita e da altre petromonarchie del Golfo. Una comunione di intenti che ha infatti fatto ripartire il flusso di armamenti dalla Russia verso l’Iran: è notizia di questi giorni riportata dalla Tass che il Cremlino intende fornire altri sistemi S-300 oltre a quelli già consegnati nel 2016 e sbloccati da Putin nel 2015 la cui consegna è stata completata a ottobre di quest’anno. Ma non si tratta solo del moderno – anche se non ultimo nato – sistema di difesa aerea basato su missili ad essere al centro dell’export militare di Mosca verso Teheran. A gennaio di quest’anno i due Paesi hanno firmato un accordo per una roadmap di sviluppo e cooperazione tecnica che si protrarrà per i prossimi 4 anni sempre limitato però dal JCPOA che vieta la vendita di sistemi offensivi pesanti per 5 anni e di tecnologia missilistica per 8, ma già nel corso del 2016 i volumi del commercio di armi tra i due Paesi sono raddoppiati anche grazie alla vendita di elicotteri – come il Mil Mi-17 – e di altri sistemi d’arma minori.

Del resto le sanzioni internazionali elevate a seguito della crisi ucraina – che stanno strangolando lentamente Mosca – non hanno fatto altro che spingere ulteriormente il Cremlino a guardare altrove e a rispolverare vecchie amicizie, più o meno sincere, per cercare di vendere quello che ha: ovvero gas, petrolio e armamenti.
Però le sanzioni sono solo l’ultimo tassello: già nel 2012 la Russia, definendosi una “potenza non occidentale”, ha preso le distanze dagli Stati Uniti e dall’Europa, rei, agli occhi del Cremlino, di instaurare un nuovo ordine mondiale “unipolare” con al centro gli Usa, portandola a guardare ad oriente (non solo alla Cina). Gli eventi in Libia, Iraq, Siria, Egitto e ovviamente Ucraina, hanno infatti mutato radicalmente la politica russa riportando l’orologio della storia indietro di 30 anni.  

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