Russia: il ricordo di Stalin val bene un monumento. Anzi, 123

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Nei giorni scorsi, nella metropolitana di Mosca, alla fermata Taganskaja della linea Kolzevaja (ovvero quella che segue per intero il Sodovoe Kol’zo, l’anello dei giardini, la grande circonvallazione interna alla capitale), si potevano notare piccoli assembramenti davanti a un bassorilievo. Erano i moscoviti di passaggio che si fermavano per dare un’occhiata a tre strani cartelli. Uno conteneva una citazione dall’intervista televisiva pubblica che Vladimir Putin concede ogni anno e diceva: “Tutti i risultati positivi dell’era Stalin furono ottenuti a un costo inaccettabile. Ottenere i risultati attraverso la repressione è inaccettabile. In quel periodo ci fu non solo il culto della personalità ma anche una massiccia quantità di crimini contro la popolazione”. Il secondo riportava un brano del discorso tenuto da Dmitrij Medvedev per la Giornata della Memoria delle vittime della repressione politica, in cui si diceva che Stalin e gli altri leader sovietici meritavano “la più aspra delle condanne” per le loro azioni contro il popolo sovietico. Il terzo cartello, invece, riportava solo l’emoji del clown.

La singolare e peraltro discreta protesta (inutile dire che i cartelli sono stati rapidamente rimossi) era rivolta a un grande bassorilievo, intitolato “La riconoscenza del popolo per la sua guida e comandante!, che raffigura Stalin circonfuso di luce e circondato da cittadini adoranti, inaugurato guarda combinazione per i 90 anni del metro moscovita e gli 80 anni dalla vittoria sull’invasore nazista, celebrati con la solita parata sulla Piazza Rossa il 9 maggio. Il bassorilievo era stato inaugurato nel 1950, all’apertura della stazione Taganskaja, poi rimosso nel 1966 per aprire un passaggio verso un’altra fermata, la Krasnopresenskaja. E ora è stato ripristinato anche se con un filo meno di pompa: quello attuale è di gesso mentre l’originale era in ceramica, il colore ora è azzurro invece dell’oro della prima versione. Ma è chiaro che con quei tre cartelli qualcuno ha voluto richiamare l’attenzione sul fatto che Stalin, a dispetto delle dichiarazioni ufficiali, è tornato. E non solo nel metro.

Tornare a Stalingrado

Tra fine aprile e l’inizio di maggio, appunto alla vigilia delle celebrazioni sulla Piazza Rossa, sono stati inaugurati in Russia sette monumenti dedicati a Stalin, sparsi un po’ dappertutto: Serpukhov (oblast’ di Mosca, a un centinaio di chilometri dalla capitale), Ulan-Ude (capitale della Buriatia), Mozhaisk (un centinaio di chilometri a Ovest di Mosca), Amirovo (un piccolo villaggio in Bashkiria), Melitopol’ (la città dell’oblast’ ucraina di Zaporizzhia occupata dai russi) e due nella regione di Vologda. Praticamente in tutti i casi si è trattato di iniziative delle autorità locali. che hanno tirato dritto anche quando i cittadini hanno mostrato contrarietà: ad Amirovo, in Bashkhiria, gli abitanti hanno votato contro l’installazione del busto a Stalin ma il sindaco ha trovato comunque un cittadino disposto a ospitare il piccolo monumento nel proprio terreno. Spostato in ambito privato, il monumento è diventato pienamente legittimo.

Nel 2025 sono stati inaugurati in totale 8 monumenti a Stalin, e siamo solo a maggio. Il che mette quest’anno pienamente in gara per il posto di “anno più staliniano”, in concorrenza con il 2016 (9 monumenti) e il 2019 (l’anno record con 13). È stato anche calcolato che in Russia ci sono già 123 monumenti dedicati a Stalin, 110 dei quali sono stati inaugurati nell’era Putin. Il dato statistico vuol dire poco o nulla, anche perché Putin si è giocato la memoria del dittatore da furbo calcolatore, come suo solito.

Lo si è visto bene di recente, quando ha deciso di rinominare Stalingrado l’aeroporto internazionale di Volgograd (appunto l’ex Stalingrado), “al fine di perpetuare la Vittoria del Popolo sovietico nella Grande Guerra Patriottica del 1941-1945”. Fondata come Tsarytsin nel 1589, con lo scopo di farne un baluardo contro le invasioni turche, era stata poi ribattezzata Stalingrad nel 1925 (Lenin era morto l’anno prima) in onore del segretario generale del partito, che proprio in quella regione si era distinto nella lotta contro i “bianchi” controrivoluzionari. Khruscev, nel 1961, nel pieno della campagna contro il culto della personalità, aveva infine deciso di chiamarla Volgograd.

Il ricordo della battaglia decisiva

I nomi sono importanti e, come abbiamo visto, sono serviti a distinguere precise fasi politiche. Ma per i russi Stalingrado, comunque si chiami, resta Stalingrado. Ovvero, il luogo in cui l’Armata Rossa oppose una resistenza erpica e disperata alle armate naziste, fino a sconfiggerle in una battaglia durata dall’estate del 1942 al febbraio del 1943 e in cui i tedeschi e i loro alleati persero 1 milione di uomini e subirono 400 mila prigionieri. Gli specialisti del senno del poi puntano spesso l’attenzione sui crudeli ordini di servizio dei comandi sovietici, del “resistere a qualunque costo” imposto alle truppe e ai civili. È tutto vero. Ma se i sovietici avessero ceduto, forse la guerra avrebbe avuto un altro corso. Forse oggi marceremmo tutti al passo dell’oca.

Per questo è piuttosto facile, per Putin, far passare la “rinascita” della memoria di Stalin come la rinascita non del feroce dittatore delle “purghe” degli anni Trenta ma del comandante delle vittoriose campagne militari sovietiche. E infatti l’aeroporto di Volgograd è stati rinominato Stalingrado dopo che il governatore della regione, Andrej Bocharov, che guarda caso è un ex ufficiale dell’esercito, gli ha rivolto una supplica a nome “della popolazione, dei veterani e della grande guerra patriottica e dei reduci dell’operazione militare speciale (il nome che le autorità russe danno alla guerra in Ucraina, n.d.r.)”. E Putin ha risposto: “La parola dei reduci per me è legge”.

Il parere dei cittadini

Com’è ovvio, allo Zar l’ambiguità conviene e su questa lavora da anni. Già nel 2017 un sondaggio del Levada Center stabilì che il 46% esprimeva “rispetto e ammirazione” per Stalin, la cifra più alta del quindicennio precedente. Avendo però in crescita anche coloro che esprimevano “paura, odio e disgusto”, arrivati al 21%. Se il ricordo della vittoria sul nazismo fa passare, neppur troppo sottilmente, l’idea che la Russia necessità di un vozhd, una guida, un uomo forte capace di indirizzare il Paese, a Putin, che potrebbe anche battere il record di durata al potere di Stalin (31 anni, dal 1922 al 1953), non può che tornare utile. Ma da qui a credere che i russi siano diventati, negli anni, dei fanatici di Stalin il passo sarebbe lunghissimo. Intanto, sono moltissime le famiglie che hanno perso antenati a parenti negli stermini organizzati dal dittatore, e certe memorie restano, proprie come quelle dei caduti in guerra. E poi, quando si è provato a chiedere il loro parere, i russi hanno chiuso subito certe porte.

Non è un caso se il già citato governatore Bocharov nel 2022 ha emesso una legge regionale che prevede che il nome di Volgograd possa essere cambiato (sottinteso: per tornare a Stalingrado) solo in seguito a un referendum popolare, che peraltro non è mai stato convocato. Anche perché un sondaggio Vtisiom (istituto peraltro considerato “sensibile” alle autorità di Mosca) ha stabilito che oltre il 65% dei residenti di Volgograd è contrario al ritorno del vecchio nome. In linea peraltro con quanto era successo già prima (2002, 2013, 2021) quando erano partite petizioni o iniziative per cambiare il nome alla città.

La memoria dello stalinismo, nella Russia di oggi, è vissuta all’insegna dell’ambiguità: il dittatore feroce delle purghe è ricordato soprattutto come il vincitore della guerra contro il nazismo. Sono i meandri del sentimento collettivo russo, ai nostri occhi sempre un po’ misterioso. Scoprilo con noi, segui InsideOver e abbonati subito!