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Il 29 gennaio ha avuto luogo una video-conferenza tra i membri permanenti del Consiglio di Sicurezza della Federazione Russa (SBRF, Совет безопасности Российской Федерации), l’organismo a direzione presidenziale che compete in materia di sicurezza nazionale. Un tema, fra i diversi dibattuti, è risaltato in modo particolare: l’ombra dell’instabilità su Siberia ed Estremo Oriente.

L’allarme del Consiglio di Sicurezza

L’ultima riunione dello SBRF è stata organizzata da remoto a causa della pandemia e ha visto la partecipazione, tra gli altri, di Vladimir Putin, Sergey Lavrov, Sergei Shoigu e dei direttori di Fsb e Svr, ovvero Aleksander Bortnikov e Sergei Naryshkin. I partecipanti, tra i vari argomenti, hanno discusso dell’evoluzione delle minacce alla sicurezza nazionale nella Russia che giace al di là degli Urali, ovvero nella Siberia ed Estremo Oriente (Сибирь и Дальний Восток).

Il presidente russo ha confermato che esiste un problema, di cui i decisori politici sono a conoscenza e che stanno monitorando: “Non c’è bisogno che io evidenzi l’importanza e la natura fondamentale dell’Estremo Oriente per il nostro Paese. […] La situazione sta sviluppandosi in maniera complicata. Siamo a conoscenza di tutte le minacce e parleremo di questo nel dettaglio”.

Cosa i presenti si siano detti dopo il discorso introduttivo di Putin non è ovviamente noto, ma, come riporta l’agenzia di stampa TASS, la consapevolezza da parte del Cremlino che esistano delle insidie è alla base dell’attività senza sosta di “certe agenzie e del governo” oltre gli Urali, un’attività incentrata sulla creazione di opportunità di crescita, sviluppo e prosperità.

Cosa si nasconde oltre gli Urali?

Di spettri aleggianti sulla Russia asiatica si sta parlando in maniera sempre più assidua nelle stanze dei bottoni del Paese. L’ultimo personaggio di caratura adamantina ad aver discusso dell’argomento-tabù è stato il celebre politologo Andrey Kortunov, direttore del Russian International Affairs Council (RIAC), il centro studi ufficioso del Cremlino. Kortunov, lo scorso 2 ottobre aveva firmato un lungo articolo, pubblicato per il Riac, dal titolo eloquente: “Recep Erdogan in un campo minato russo” (Recep Erdogan in a Russian Minefield).

L’articolo conteneva una disamina dello stato attuale delle relazioni russo-turche, illustrando i principali punti di attrito fra i due Paesi e quei “vulcani addormentati” da sorvegliare con oculatezza per via del loro possibile risveglio, come ad esempio la Siberia e l’Estremo Oriente. Ad Est degli Urali, infatti, sta accadendo qualcosa di preoccupante: vi sono avvisaglie di una possibile primavera separatista, un argomento trattato in maniera approfondita sulle nostre colonne, e il fatto che l’argomento abbia cessato di essere un tabù, smettendo di essere analizzato soltanto al di fuori del Paese, è il segno che qualcosa sta cambiando e che, effettivamente, un rischio esiste.

Come notava Kortunov, “la promozione del panturchismo da parte di Ankara [con il tempo] sarà sempre più interconnessa alla promozione dell’islam politico [e] questo porrà una sfida diretta alla sicurezza nazionale della Russia e persino alla sua unità territoriale”. In effetti, non vi è regione della federazione russa abitata da popolazioni turciche e/o musulmane che non sia stata raggiunta dai tentacoli della Turchia, dal Tatarstan alla Baschiria, passando per Jacuzia e Tuva – le ultime due recentemente sono entrate a far parte dell’Assemblea Mondiale dei Turchi (World Turks Qurultai). Erdogan, e la Russia ne è cosciente, sta utilizzando ogni mezzo a disposizione per “penetrare nelle regioni turcofone e a maggioranza musulmana del Caucaso settentrionale e della regione del Volga”: centri culturali, moschee, scuole private, organizzazioni non governative, movimenti sociali e partiti politici.

Ma sarebbe erroneo imputare alla Turchia l’intera responsabilità nel fascicolo Siberia ed Estremo Oriente; la realtà è molto più complessa, le minacce variegate (dal separatismo al terrorismo islamista), e i giocatori coinvolti sono diversi (dagli Stati Uniti ai movimenti e ai partiti dalle aspirazioni regionaliste ed autonomiste).

Panturchismo e islam radicale minacciano l’integrità territoriale, ma vi sono anche le problematiche relative alla cosiddetta “colonizzazione cinese” a base di investimenti predatori e migrazioni pianificate e al crescente sentimento antisistema presso la società civile – come rammentano le proteste di Chabarovsk –; una combinazione eterogenea di fattori scollegati tra loro che, per una curiosa eterogenesi dei fini, sta riportando in vita l’antico e micidiale spettro del regionalismo siberiano.

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