Il futuro della Russia non si scriverà soltanto in Asia, proiezione congenita e inevitabile dell’agenda estera del Cremlino per ragioni geografiche, ma anche in Africa, il continente in cui si scriverà il domani dell’intero pianeta per una combinazione di fattori demografici, economici e politici e per una dotazione straordinaria in termini di risorse naturali strategiche quali i metalli preziosi, le terre rare e gli idrocarburi.

La costruzione di una presenza duratura, solida e stabile nel continente nero si inquadra (anche) nel contesto della corsa all’Africa del 21esimo secolo, un paragrafo centrale della competizione tra grandi potenze, ma nel caso russo entrano in gioco delle ambizioni geostrategiche di origine remota: la ricerca di uno sbocco su mare caldo e l’emancipazione dalla condizione di intrappolamento in una dimensione terrestre.

In questo contesto si inquadrano, ad esempio, il primo vertice Russia-Africa, gli accordi con il Sudan per lo stabilimento di una base navale nel Mar Rosso, la collaborazione intensa con Nigeria e Mozambico, e il rapporto idilliaco costruito con la prima potenza dell’Africa settentrionale, l’Egitto.

L’accordo

Le dinamiche geopolitiche nell’area Medio Oriente e Nord Africa (MENA) stanno venendo condizionate in maniera crescente dal rapporto del mondo arabo con Israele, ma la debita attenzione dovrebbe essere prestata alle mosse di un’altra potenza la cui agenda regionale sta progredendo a ritmo sostenuto: la Russia.

Il Cremlino, infatti, dopo aver costruito un avamposto in Libia, sfruttando l’opportunità offerta dalla detronizzazione di Muammar Gheddafi, e riportato la qualità della collaborazione con l’Algeria ai livelli della guerra fredda, sta lavorando intensamente per incrementare la propria influenza in Egitto, una potenza che riveste una centralità assoluta nella grande strategia russa per il Mediterraneo.

Dal 15 dicembre 2020, data che resterà impressa nella storia delle relazioni bilaterali tra Mosca e Il Cairo, il dialogo fra i due Paesi ha cessato di poggiare su una piattaforma di cooperazione ordinaria per assumere la forma di un partenariato strategico. Il Parlamento egiziano, quel giorno, ha ratificato un accordo per la costituzione di una “cooperazione strategica e partenariato globale”, che era stato siglato a Sochi il 17 ottobre 2018 e approvato dalla Duma a luglio dell’anno scorso.

La rilevanza del trattato può essere compresa soltanto attraverso una lettura approfondita dello stesso. Il documento, infatti, ha stabilito che i presidenti dei due Paesi debbano incontrarsi con cadenza regolare e che abbiano luogo periodicamente dei vertici interministeriali e delle consultazioni di alto livello fra i ministri della difesa e degli affari esteri. Prossimamente, inoltre, verrà creato un gruppo di lavoro russo-egiziano per coordinare la lotta al terrorismo internazionale.

Il partenariato stabilito dall’accordo, in quanto di natura “globale”, non sarà ristretto ai soli ambiti di difesa, sicurezza ed esteri; la collaborazione potenziata investirà anche il commercio, l’economia, la tecnologia, la scienza, la cultura, l’istruzione, la cooperazione umanitaria, il turismo e lo sport. Verranno rafforzate le piattaforme di dialogo attualmente esistenti, come ad esempio il Consiglio Affaristico Russo-Egiziano, e verranno organizzati eventi ed iniziative per favorire scambi studenteschi, circolazione di conoscenze e investimenti reciproci.

Il meccanismo di cooperazione strategica e partenariato globale avrà una durata decennale, quindi fino al 2030, termine oltre il quale – se le due parti lo vorranno – si estenderà in maniera automatica per periodi quinquennali.

L’Egitto nella visione russa

Due sono state le ragioni principali che hanno determinato la nascita graduale di un partenariato russo-egiziano: le primavere arabe ed Euromaidan. Le prime hanno inciso profondamente nella società e nella politica egiziana, conducendo dapprima alla caduta di Hosni Mubarak e poi al breve paragrafo di Mohamed Morsi, al quale è stato posto fine da Abdel Fattah Al-Sisi. L’agenda del generale e statista è stata guidata sin dagli albori dal duplice obiettivo di stabilizzare il Paese e convertirlo in una potenza regionale.

Euromaidan, invece, ha provocato una frattura all’interno del mondo russo e fra la Russia e l’Occidente, sancendo il riavvio ufficiale di una guerra fredda mai del tutto terminata. Le sanzioni e il gelo diplomatico da parte della comunità euroatlantica hanno accelerato la globalizzazione dell’agenda estera del Cremlino, che, sullo sfondo dell’asse di ferro costruito con la Cina e di una maggiore esposizione nell’intera Asia, ha fatto rientro in un continente a lungo dimenticato, l’Africa.

Dialogare in maniera intensa e costante con l’Egitto è fondamentale per la Russia, alla luce della sua posizione geostrategica: esso è il punto d’unione fra mar Mediterraneo e mar Rosso, fra Maghreb e Medio Oriente, fra Eurasia e Africa. Il Cairo è una porta che, quando e se attraversata, permette di uscire da una realtà geopolitica per fare ingresso in un’altra.

L’Egitto è, in breve, la chiave di volta per l’egemonizzazione di Mediterraneo orientale e Maghreb e per una proiezione di potenza in Medio Oriente e Africa subsahariana. Nel primo contesto si inquadrano, ad esempio, le esercitazioni navali “Ponte di amicizia“, quest’anno giunte alla quinta edizione ed elaborate in chiave antiturca, mentre la seconda logica spiega perché Vladimir Putin abbia selezionato Al-Sisi per co-presiedere il primo vertice Russia-Africa: quando Il Cairo parla, l’intero continente nero ascolta.

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