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Guerra fredda infinita o guerra fredda 2.0? Contenimento senza fine o neo-contenimento? In quali termini dovrebbe essere descritto ed esplicato l’attuale clima di scontro tra Russia e Occidente: il frutto e il legato di Euromaidan, ergo un fenomeno contingente e destinato a evaporare nel tempo, o il risveglio dal dormiveglia di un’antica ostilità?

La realpolitik suggerisce che non esistano rivalità imperiture, perché l’interesse tende per natura a prevalere sull’ideologia, ma la storia sembra provare il contrario sin dall’età delle guerre egemoniche tra Atene e Sparta per il controllo del mondo ellenico. E che fra Russia e Occidente sia guerra fredda infinita lo dimostrano secoli di rapporti conflittuali, stereotipi duri a morire e scontri egemonici in ogni parte del mondo.

Guerra fredda infinita?

Un diplomatico a stretto contatto con la Russia viene a conoscenza di un piano per il dominio globale ordito nelle stanze dei bottoni del Cremlino. Ha urgenza di mettere su carta quanto ha saputo e di trasmettere il messaggio con urgenza alle cancellerie delle grandi potenze europee. Il contenuto della lettera è altamente confidenziale e gli argomenti trattati potrebbero ustionare chiunque venga colto a diffonderli, perciò il diplomatico chiede di rimanere anonimo: in gioco, secondo quanto si scrive, v’è il destino dell’Europa, o meglio la preservazione della sua integrità territoriale e della sua sovranità.

Il diplomatico sostiene che Mosca voglia espandersi sull’intero Vecchio Continente, infettandolo con la propria ideologia e sottomettendone i popoli, perciò chiede a chi lo legge la massima serietà: il disegno egemonico va fermato a ogni costo e v’è una sola maniera di impedirne la messa in atto, ritenuta prossima e inevitabile, cioè un’azione in contropiede. I russi, in sintesi, vanno colpiti prima che attacchino e, soprattutto, urge un loro accerchiamento contenitivo. Il suggerimento del diplomatico sarebbe stato accolto, perché i suoi timori reputati fondati, ed è così che nel 1812 avrebbe avuto inizio la campagna napoleonica di Russia.

Sorpresi che non stessimo raccontando la genesi del celebre Lungo Telegramma di George Kennan del 1946? Non dovreste: la storia è ciclica e tende a riproporre gli stessi eventi a cadenza regolare e periodica, un’alternanza eterna di guerre, farse e tragedie che riesce sempre e comunque a ingannare le masse. Le vicende (vere) ivi raccontate riguardano “Aperçu sur la Russie” di Michał Sokolnicki, altresì noto come “La volontà di Pietro il Grande“, uno dei più celebri falsi storici dell’Ottocento, nonché uno dei principali strumenti che Napoleone avrebbe impiegato per legittimare la guerra alla Russia.

Alcuni anni più tardi, nel 1828, le elezioni presidenziali degli Stati Uniti sarebbero state infiammate dallo scoppio di un Russiagate ante litteram. La prestazione elettorale e l’immagine del presidente uscente, John Quincy Adamsfurono danneggiate irreparabilmente da accuse diffamanti (e infondate), provenienti dai Democratici e rilanciate dalla grande stampa, inerenti la sua presunta collusione con l’impero russo. Adams, ribattezzato “il magnaccia dello zar” (familiare?), avrebbe perduto le elezioni in favore del rivale Andrew Jackson, uomo di punta del Partito democratico.

A sette anni di distanza da quel tesissimo e quanto mai attuale appuntamento elettorale – impregnato di un’antesignana “paura rossa” e costellato da disordini nelle strade – il pensatore Alexis de Tocqueville diede alle stampe un’opera senza tempo, “La democrazia in America“, ivi preconizzando l’ineluttabilità di un futuro scontro tra Russia e Stati Uniti; due stati-civiltà, secondo lui, condannati dal destino a rivaleggiare eternamente a causa delle loro dimensioni geografiche, delle loro ambizioni globali e, soprattutto, delle loro identità intrinsecamente antipodiche.

La storia avrebbe dato rapidamente ragione a Tocqueville: nel 1853 le grandi potenze del sistema-Europa misero da parte secoli di ostilità e antagonismi nazionali unendosi in una grande coalizione avente come obiettivo l’indebolimento dell’orma russa su Balcani orientali e Mar Nero. Quell’inusuale “bellum omnium contra unum“, al quale partecipò anche la Casa Savoia, sarebbe passato alla storia come “guerra di Crimea” ed è considerabile, a tutti gli effetti, l’evento precursore e ispiratore della successiva dottrina del contenimento formulata dalla presidenza Truman su suggerimento di Kennan.

Nuova guerra fredda, quindi? Historia homines docet che quello fra Occidente e Russia sembra essere un confronto egemonico eterno. Non si tratterebbe, dunque, di una guerra fredda 2.0, e neanche di un neo-contenimento, ma del risveglio di una rivalità diluviana che, entrata in dormiveglia con la dissoluzione dell’Unione Sovietica e proseguita in maniera silente e morbida durante l’era Bush e la prima amministrazione Obama con l’allargamento a levante dell’Alleanza Atlantica e le rivoluzioni colorate nello spazio postsovietico, ha riaperto gli occhi e le fauci a partire da Euromaidan.

Il parere dell’esperto

Per capire se fra Stati Uniti e Russia è guerra fredda 2.0, o se come crediamo noi è una “guerra fredda infinita”, e per dare una spiegazione e fornire una contestualizzazione alle recenti dichiarazioni di Joe Biden su Vladimir Putin, abbiamo raggiunto e intervistato Tiberio Graziani, noto politologo e presidente del think tank Vision and Global Trends.

Dottor Graziani, che cosa ne pensa delle dichiarazioni di Biden? Siamo davanti ad una gaffe o ad una minaccia pianificata e congeniata?

Le dichiarazioni di Biden possono sembrare strane, estemporanee, persino goffe. Ma non è questo il caso. Esse esprimono da un lato la difficoltà dell’establishment statunitense che, alle prese con gravi problemi interni d’ordine sociale, economico e politico – si pensi alla questione degli scontri interetnici, alla persistenza della criminalità nelle grandi città, all’impoverimento della classe media accentuato dalla pandemia, allo sfaldamento del sistema di potere operato da Trump – reagisce distraendo l’opinione pubblica con il timore di un pericolo esterno, identificato, nel caso specifico, nella Federazione russa. La creazione del nemico esterno è un classico modello di “distrazione di massa”, adottato dal potere per consolidare ed ampliare – attorno al proprio ceto dirigente – il consenso nei momenti di crisi nazionale. La scelta del pericolo russo, incarnato attualmente da Putin, risulta essere quella più facile, dopo anni di continua demonizzazione del presidente russo, attuata dai principali mezzi di comunicazione statunitensi e dei Paesi del cosiddetto “campo occidentale”. La Russia, nell’immaginario statunitense, sembra rappresentare un vero e proprio incubo che viene ciclicamente riproposto all’opinione pubblica americana: il maccartismo, l’impero del male di Reagan, ed ora il killer russo, tanto per fare pochi esempi.

Per un altro verso, le dichiarazioni del presidente Biden esplicitano nervosamente la profonda crisi che Washington sta attraversando, ormai da alcuni anni, riguardo al proprio ruolo nell’ambito internazionale. Si tratta di una vera e propria crisi d’identità che potrebbe sfociare in esiti disastrosi per la sicurezza mondiale. Gli Usa, abituati ad esercitare un ruolo egemone su scala mondiale da circa ottanta anni, peraltro in parte condiviso, tra alti e bassi, proprio con la Russia quando questa era sovietica, mal digeriscono la presenza di nuovi attori globali come la Cina, la resilienza della Russia e, soprattutto, la sua riconquista di un ruolo di grande potenza dopo il collasso sovietico; una riconquista, va sottolineato, dovuta proprio alla guida di Putin e del suo gruppo di potere.

L’accusa personale rivolta a Putin, oltre a rientrare nello schema classico della criminalizzazione dell’avversario politico al punto di renderlo disumano (“l’ho visto negli occhi, non ha un’anima”), sottintende almeno tre obiettivi pratici: additare il pericolo pubblico numero uno all’attenzione dei propri connazionali e del sistema occidentale; creare fratture all’interno dei centri di potere russi tentando di isolare Putin mediante l’implementazione di sanzioni ad hoc contro personalità a lui vicine; strizzare l’occhio alla opposizione interna russa (è Putin il pericolo, non la Russia).

Definendo Putin un assassino e preannunciando gravi conseguenze per il presunto tentativo di interferire sull’esito elettorale delle ultime presidenziali, è possibile che Biden abbia voluto lanciare anche un messaggio agli alleati europei. Lei crede che, a parte la volontà di distrarre l’opinione pubblica dai problemi domestici e di inviare un segnale premonitore su quella che sarà la politica estera dell’attuale amministrazione, dietro le accuse di celi anche una chiamata alle armi?

Quando un presidente degli Stati Uniti identifica un nemico, chiama sempre alle armi i suoi alleati. È ad un tempo una chiamata, un monito ed una sorta di test: chi non è con me è contro di me. Occorre però fare delle precisazioni. Washington, nonostante, le dichiarazioni ufficiali che si sono susseguite sin dalla fine del secondo conflitto mondiale, non ha mai tuttavia, nella pratica, considerato alleati alla pari gli europei. Il caso più esemplare è dimostrato proprio dalla Nato, l’Organizzazione del trattato dell’Atlantico del Nord, che è di fatto un’alleanza militare egemonica, il cui principale ed indiscusso azionista – gli Usa – detta le regole, ovviamente a proprio ed esclusivo beneficio geostrategico, anche contro gli interessi dei propri partner.

Inoltre, l’ancora consistente interdipendenza economica euroamericana, costringe gli europei a seguire gli Usa nelle loro politiche economico-finanziarie, incluse le pratiche sanzionatorie e le guerre commerciali degli ultimi anni, anche contro i propri specifici interessi di medio e lungo periodo. Tuttavia, negli ultimi anni, alcuni Paesi europei – tra cui la Francia e la Germania – hanno, nei fatti, perseguito agende nazionali in materia di commercio ed energia molto dissonanti rispetto alle aspettative statunitensi. Il caso del progetto Nord Stream 2, che nonostante tutto ancora procede, è un esempio di questi tentativi di autonomia dai diktat d’Oltreoceano.

Ritornando agli alleati degli Usa, ricordo che Recep Tayyip Erdogan, presidente della Turchia, membro della Nato, ha definito “inaccettabili” le parole di Biden rivolte contro Putin: non sempre le chiamate alle armi hanno pieno successo.

Stiamo realmente assistendo ad un ritorno della guerra fredda, come scrivono alcuni, oppure la guerra fredda non è mai terminata?

Di ritorno della Guerra Fredda se ne riparla con insistenza a partire dal 2014, cioè dall’annessione della Crimea da parte della Federazione russa. La Guerra Fredda 2.0, oltre ad essere un caso studio, è un argomento tipico dei centri di analisi internazionali che si occupano delle relazioni russo-americane ed esprime il punto di vista di quei gruppi politici statunitensi ed europei (principalmente est-europei) che, per motivi diversi, tendono ad isolare la Federazione russa.

La retorica sulla Guerra Fredda 2.0 è un valido espediente mediatico che accompagna le attività di sensibilizzazione di centri decisionali e di vasti strati dell’opinione pubblica ai fini dell’incremento del potenziale bellico degli Usa e del posizionamento strategico di dispositivi militari occidentali, ovviamente in funzione antirussa.

In riferimento al fatto se uno stato di “guerra fredda” tra Usa e Russia perduri o meno a partire dalla fine del secondo conflitto mondiale, forse è meglio parlare di un confronto geopolitico di lunga durata tra una potenza terrestre ed una marittima, o talassocratica, nel nostro caso rispettivamente la Russia e gli Usa. Nella prospettiva geopolitica, il confronto tra questi due tipi di potenze è continuo.

Secondo numerosi esperti, anche statunitensi, la minaccia numero uno di Washington è rappresentata dalla Cina. Ma Biden cosa farà: si concentrerà su Pechino oppure su Mosca?

Molto probabilmente Biden sarà costretto ad adottare una strategia che alternerà momenti di contrasto alle politiche cinesi (in particolare a quelle concernenti l’espansione economica e il potenziamento dell’innovazione tecnologica) con azioni di provocazione verso la Russia, secondo una prassi ormai collaudata dal tempo delle rivoluzioni colorate.