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Le diplomazie di Russia e Stati Uniti hanno raggiunto un’intesa per discutere ad una bilaterale ufficiale del rinnovo del trattato New Start, la cui scadenza è prevista nel febbraio 2021. Le due potenze rivaleggiano in molti teatri geopolitici e siedono al lato opposto del tavolo in numerosi dossier internazionali ma il superamento del quadro di limitazione degli armamenti della guerra fredda è una questione di vitale importanza per entrambe, per una ragione: la Cina.

La bilaterale di Vienna

L’8 giugno, Marshall Billingslea, assistente segretario nel Dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti, ha annunciato su Twitter che a fine mese, il 22, avrà un incontro a Vienna con Sergei Ryabkov, funzionario del Ministero degli Esteri russo, per discutere del trattato New Start (Strategic Arms Reduction Treaty). Per capire l’importanza dell’evento è necessario spiegare di cosa si tratta: il New Start è un accordo sulla riduzione delle armi nucleari, siglato fra i due paesi nel 2010 ed entrato in vigore l’anno successivo, che ha sostituito tutti i precedenti accordi Start e Sort. Come gli altri documenti sul controllo degli armamenti partoriti durante e dopo la guerra fredda, il New Start pone dei limiti soltanto ai firmatari, ossia Russia e Stati Uniti.

Nel dettaglio, il New Start ha imposto i seguenti tetti massimi per i contraenti: 1.550 fra testate e bombe atomiche, 800 vettori nucleari fra missili balistici intercontinentali, sottomarini nucleari lanciamissili e bombardieri pesanti, e 700 vettori nucleari fra missili balistici intercontinentali, sottomarini nucleari lanciamissili e bombardieri pesanti simultaneamente attivi.

Sia l’amministrazione Trump che la presidenza Putin hanno compreso la miopia di un simile atteggiamento dinanzi l’ascesa preponderante, e senza limiti di sorta, della Cina. In questo contesto di ripensamento strategico si inserisce e va letta la “battaglia ai trattati” di Trump, ultimo in ordine temporale ad essere colpito quello sui cieli aperti, che ha come obiettivo ultimo la riscrittura di un nuovo quadro d’azione che coinvolga anche Pechino.

Gli occhi puntati sulla Cina

Il Cremlino ha espresso la volontà di estendere il trattato per altri cinque anni, ma la Casa Bianca non è della stessa opinione: si può pensare ad un prolungamento soltanto qualora si riesca a convincere Pechino a partecipare. Billingslea, d’altronde, ha reso chiaramente l’idea nel tweet con il quale ha dato comunicazione dell’evento: “Anche la Cina è invitata. La Cina mostrerà e negozierà in buona fede?”

La risposta di Pechino è arrivata molto rapidamente. Il 9 maggio, Hua Chunying, direttrice del Dipartimento di Informazione del Ministero degli Esteri cinesi, ha declinato l’invito: “Abbiamo chiarito ripetutamente la nostra posizione. La Cina non intende partecipare alle cosiddette discussioni trilaterali sul controllo degli armamenti con la Russia e gli Stati Uniti. […] Gli Stati Uniti continuano a cercare di coinvolgere la Cina. È tipico degli Stati Uniti cercare di scaricare la responsabilità sugli altri. Negli anni recenti, gli Stati Uniti si sono ritirati da molti accordi internazionali, inclusi l’accordo sul nucleare iraniano, l’INF, il trattato sul commercio delle armi e il trattato sui cieli aperti, e adesso stanno considerando la possibilità di riprendere gli esperimenti nucleari. È assurdo sentire un ufficiale di questo paese parlare di buona fede”.

La nuova guerra fredda sta per cominciare, o forse è già iniziata, e le dichiarazioni della Chunying sono molto eloquenti: nessuna seconda interpretazione è possibile e nessuno spiraglio di collaborazione si può intravedere. La Cina non ha intenzione di rallentare la propria corsa egemonica, incatenandosi in trattati limitanti e limitativi che avrebbero gravi ripercussioni sul potenziamento dell’arsenale nazionale, e neanche le pressioni provenienti dal partner russo hanno sortito l’effetto sperato, sino ad oggi. Lo scenario più probabile, al contrario, è quello delineato recentemente dal Global Times, il quotidiano del Partito Comunista Cinese: l’espansione in tempi rapidi dell’arsenale atomico a mille testate, come deterrente “per frenare le ambizioni strategiche degli Stati Uniti”.