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La strage del 22 marzo al Crocus City Hall va analizzata a diversi livelli. Anzitutto si tratta di un attacco diretto a Putin. Vinte le elezioni, lo zar è più forte che mai. Si trattava di minare tale percezione, non per nulla il Washington Post titolava “L’attacco terroristico in Russia mette in luce le vulnerabilità del regime di Putin”.

Il discorso di Putin

Non è casuale, infatti, che l’obiettivo dell’attacco fosse un teatro, richiamando alla memoria l’attacco al teatro Dubrovka, che fu il momento più critico della lunga storia presidenziale di Putin. Allora, la presa di ostaggi nel teatro, col passar dei giorni stava logorando l’autorità dello zar, rischiando di porre fine alla sua presidenza, un po’ (mutatis mutandis) come accadde per Jimmy Carter con la cattura di ostaggi presso l’ambasciata Usa in Iran. Da cui il blitz affrettato nel Dubrovka, che costò la vita a decine di civili. E però, ad oggi, non sembra che l’attacco al Crocus sia riuscito in tale obiettivo.

Lo denota anche la reazione indignata, ma ragionata di Putin. Avrebbe potuto reagire come gli Stati Uniti dopo l’11 settembre o Israele dopo il 7 ottobre, ma non l’ha fatto. Nel caso, l’Ucraina, verso cui convergono le accuse dei russi, avrebbe subito la stessa sorte dell’Iraq o di Gaza, ma ciò avrebbe danneggiato irreparabilmente l’immagine internazionale della Russia e l’avrebbe costretta a mosse affrettate e rischiose. Inoltre, ne sarebbe uscita rafforzata l’idea dell’attentato auto-inflitto a tale scopo, tesi propalata da Kiev subito dopo l’eccidio.

Invece, nel suo discorso alla nazione, Putin ha evitato di attaccare direttamente Kiev, limitandosi a riferire che gli attentatori erano diretti verso il confine ucraino, lungo il quale li attendeva una “finestra” per esfiltrare, come risultava dalle indagini. Non che abbia escluso eventuali responsabilità, ma si è lasciato il tempo per modulare la reazione.

L’attacco

Se le eventuali responsabilità ucraine sono da dimostrare, resta che la rivendicazione dell’Isis lascia dubbi, essendo gli autori della strage non radicalizzati, ma pagati, ed essendo fuggiti, al contrario di quanto avviene per i suoi agenti, usi ad auto-immolarsi.

La matrice islamista dell’attentato poneva un’altra criticità all’impero russo. Subito dopo l’attentato, infatti, il web russo era stato inondato da messaggi nei quali si incitava a reagire contro gli islamici sul territorio nazionale, incitando all’odio e al pogrom (en passant, si noti che anche Navalny, al tempo della crisi cecena, aveva assunto posizioni ferocemente anti-islamiche).

Dei messaggi anti-islamici ne informa Ria Novosti, spiegando che se tali appelli avessero attecchito il Paese ne sarebbe uscito destabilizzato, non solo per le violenze, ma anche per le ovvie recriminazioni degli islamici contro le autorità russe, criticate per la loro incapacità di assicurare loro sicurezza.

Non solo, come segnala un’altra nota del sito russo, avrebbe posto criticità anche nelle relazioni con le nazioni islamiche, proprio ora che si è sanata la frattura creatasi con l’invasione sovietica dell’Afghanistan, che innescò la jihad globale contro gli aggressori del Paese islamico (frattura e jihad alimentate dall’Occidente).

Un pericolo di cui Putin è conscio, tanto che nel suo discorso alla nazione ha rimarcato la natura “multietnica” dell’impero russo, sottolineando che non sarà messa in discussione. Elusa la trappola dello scontro di civiltà, nella quale è caduto a lungo l’Occidente, lo zar ha parlato dell’Agenzia del Terrore in altri termini, dichiarando che si tratta di assassini le cui azioni riecheggiano gli orrori perpetrati dai nazisti “nei territori occupati”.

Nel suo discorso, Putin non ha menzionato mai l’Isis, ma ha definito i terroristi come degli “individui disumani che non hanno nazionalità e non possono averne una, [i quali] si trovano di fronte a una triste prospettiva: punizione e oblio. Non hanno futuro”.

Cenni che richeggiano la diatriba verbale con l’Occidente, al quale Putin rimprovera di voler perpetuare forzosamente il dominio sul mondo attraverso la globalizzazione a trazione Usa (il mondo basato sulle regole etc.). Una prospettiva che, secondo lo zar, è senza futuro, essendo il mondo proiettato verso il multipolarismo.

L’Isis colpisce anche il Niger

Putin, ha concluso il suo discorso chiedendo una cooperazione internazionale contro il Terrore, ma rivolgendosi specificamente a quegli Stati che “condividono sinceramente il nostro dolore” e sono interessati a unire gli sforzi per combattere il mostro (che sabato ha colpito Mosca e domani colpirà altrove, anche l’Europa).

Quel “sinceramente” è fondamentale. Infatti, ormai la Politica estera Usa, e di conseguenza quella dei suoi alleati, è influenzata in maniera decisiva da ambiti che vedono il confronto tra grandi potenze come una lotta esistenziale che non lascia alcuna possibilità di interlocuzione con l’antagonista.

Fulgido esempio di tale feroce determinazione è Victoria Nuland, che un mese fa rilanciava la sfida alla Russia affermando che, grazie agli aiuti Usa, Kiev avrebbe condotto una “guerra asimmetrica” contro Mosca che avrebbe riservato “sorprese” a Putin.

Se citiamo Toria, e non altri del suo bellicoso ambito neocon, è perché la Nuland si è fatta paladina di tale determinazione a ogni livello. Come accadde quando si precipitò in Niger lo scorso luglio, subito dopo il golpe che aveva deposto il governo fantoccio di Bazoum, per minacciare i nuovi leader di Niamey a non legarsi alla Russia e a non toccare la basi americane site nel Paese.

Sabato scorso, lo stesso giorno dell’attentato a Mosca, l’Isis ha rivendicato un attentato in Niger che ha mietuto decine di vittime, a chiusura di una settimana particolarmente critica per Niamey che il 16 marzo, dopo aver a lungo tentennato, aveva chiesto il ritiro delle basi americane perché inadempienti rispetto alla loro missione di contrastare il terrorismo, scopo precipuo della loro esistenza in loco.

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