Il 2019 si era concluso all’insegna della prima esercitazione militare congiunta nella storia di Russia, Cina e Iran. Un evento indubbiamente significativo, ma facilmente male interpretabile e che, sicuramente, non ha posto le basi per l’emergere di alcuna coalizione antiegemonica in chiave antiamericana.

Messe da parte le dichiarazioni (critiche) di circostanza circa l’assassinio di Qasem Soleimani, è altamente improbabile che Russia e Cina optino per la strada della sovraesposizione nel conflitto in corso fra Teheran e l’asse Washington-Tel Aviv-Riad, sia perché entrambe le potenze continuano a lavorare per, e sperare nella, normalizzazione dei rapporti con l’Occidente, sia perché il loro stesso partenariato, per quanto sempre più intenso, e viziato da una serie di contraddizioni che lo rendono meno solido delle apparenze e vulnerabile al pericolo costante di rottura in quanto sorto per soddisfare bisogni contingenti e tutelare interessi che sono, sì, comuni, ma temporanei e destinati a svanire.

Iran: una pedina sacrificabile

I rapporti fra i tre Paesi non sono mai stati così buoni come a partire dagli anni 2000, ciononostante l’Iran continua ad essere considerato dai due vicini asiatici come una pedina sacrificabile nel grande gioco che li contrappone agli Stati Uniti e le ragioni sono tanto discutibili quanto legittime.

Per quanto riguarda la Russia, è impossibile comprendere pienamente le ragioni dell’atteggiamento ambivalente nei confronti del Paese ignorando il fattore Israele. Lo Stato ebraico ospita una delle più grandi comunità di russofoni al mondo e Vladimir Putin non ha mai nascosto il sogno recondito di sottrarlo all’orbita statunitense per includerlo nel cosiddetto mondo russo (Russkiy Mir), giocando anche la carta di un accordo di libero scambio con l’Unione economica eurasiatica (UEE). La comunità russofona residente in Israele rappresenta il secondo blocco elettorale più importante, dopo quello ortodosso, perciò i principali partiti rivolgono ad essa una parte consistente della loro agenda e gli scambi diplomatici bilaterali sono particolarmente intensi.

La Russia non può conseguire alcun sogno egemonico sul Medio Oriente senza il beneplacito israeliano, e viceversa, perciò all’Iran può essere fornito di un supporto limitato in termini diplomatici ed economici – semplicemente in chiave anti americana – ma senza mai mettere a repentaglio la sicurezza nazionale di Tel Aviv. Si spiega così il tacito assenso russo ai periodici raid israeliani sulla Siria contro le postazioni iraniane, ma anche la cooperazione relativamente scarsa con Teheran dal punto di vista militare, nonostante i rapporti siano migliorati negli anni recenti.

I raid di Israele in Siria e Libano, nell'estate 2019 (Infografica di Alberto Bellotto)
I raid di Israele in Siria e Libano, nell’estate 2019 (Infografica di Alberto Bellotto)

La Cina, diversamente dalla Russia, non è limitata da alcun tipo di rapporto strategico con Israele, perciò gode di margini di manovra teoricamente più ampi. Tuttavia, i rapporti con l’Iran sono estremamente sottosviluppati se comparati a quelli, a titolo esemplificativo, instaurati con il Turkmenistan e con lo Sri Lanka. L’Iran è uno dei più grandi produttori di petrolio al mondo, la Cina uno dei più grandi consumatori: la logica vorrebbe che quest’ultima si rivolgesse al primo per soddisfare una parte della propria domanda, ma la realtà è radicalmente diversa.

All’indomani dell’annuncio della reintroduzione del regime sanzionatorio contro l’Iran, scaturito dalla decisione dell’amministrazione Trump di annullare l’accordo sul nucleare, la Cina aveva annunciato che avrebbe continuato a fare affari con il Paese, riferendosi specialmente all’acquisto del greggio. Nonostante i proclami, Pechino ha poi bruscamente ridotto di due terzi le importazioni nell’arco di pochi mesi, altalenando aumento e riduzione nell’acquisto sulla base delle tensioni con Washington.

Petrolio a parte, lo stesso volume complessivo del commercio bilaterale è diminuito nel giro di un anno, come certificato dall’Atlantic Council: il valore degli scambi è passato dai quattro miliardi di dollari del gennaio 2018 a poco meno di due miliardi di dollari dell’agosto 2019.

Questi numeri sono indicativi di un fatto: anche il rapporto di Pechino con Teheran è condizionato da fattori esogeni, in questo caso il rapporto con Washington.

Le mille contraddizioni dell’asse Mosca-Pechino

Il sogno eurasiatico di Putin e quello cinese di Xi Jinping si basano sulla comune visione, ed ambizione, di un’Eurasia che sia bi-multipolare, ossia a guida russo-cinese, e in cui l’influenza occidentale sia ridotta al minimo. Per realizzare questo obiettivo, la Russia ha dato il via all’Uee, che lentamente sta integrando le economie di cinque Paesi ex sovietici, mentre la Cina ha lanciato la Belt and Road Initiative, volgarmente nota come “Nuova via della seta“.

Nonostante il partenariato russo-cinese copra ormai ogni settore di rilevanza strategica, dall‘energia alla difesa, e regioni geostrategiche, come l’Artico, la Mongolia e l’Asia centrale, i motivi di collisione persistono e non sono stati annullati neanche dall’ottimo clima di cooperazione garantito dall’amicizia personale che lega Putin e Xi.

La Cina ha malinteso la politica delle porte aperte offerta dal Cremlino, colonizzando economicamente Siberia ed Estremo oriente e conducendo comportamenti predatori che hanno riportato in auge la “paura gialla” fra gli abitanti della Russia profonda, minando la popolarità di Putin e di Russia Unita. Ciò è avvenuto sullo sfondo di un protagonismo senza precedenti nei vari “cortili di casa” di Mosca a base di maxi-investimenti, diplomazia dei regali, prestiti-trappola e accordi a somma zero, che ha causato una riduzione dell’influenza russa dalla Bielorussia al Turkestan.

La Russia, d’altra parte, sta aumentando la propria esposizione nell’Asia meridionale ed orientale, armando e supportando in vari modi tutti quei Paesi tradizionalmente guidati da agende ostili a Pechino, come Giappone, Filippine, Vietnam, India, Laos. In questo modo, il Cremlino ha velocemente controbilanciato l’accerchiamento subito dal partner-rivale, creandogli attorno un “cordone sanitario” attivabile al momento opportuno.

Alla luce di tutti questi fatti, dovrebbe essere ancora più chiaro il motivo per cui nessuna coalizione anti egemonica sia ancora nata, e neanche nascerà nel prossimo futuro: le uniche due potenze realmente capaci, e volenti, di sfidare l’ordine americano-centrico vedono il loro partenariato come uno strumento, per fronteggiare la pressione internazionale creatasi recentemente, piuttosto che come un fine, ossia il multipolarismo, e in luogo di gettare le fondamenta per un nuovo ordine mondiale si stanno accerchiando a vicenda e spalleggiano indirettamente Washington decidendo di relegare ai margini dei partner dall’elevato potenziale, come l’Iran.

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