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Il sistema internazionale sta venendo interessato da dei processi di deformazione tettonica di natura epocale. Perché la guerra fredda 2.0, e in esteso la competizione tra grandi potenze, condurranno inevitabilmente ad un profondo rimescolamento della divisione del potere nelle terre emerse, simile, per dimensioni e portata, a quello avvenuto all’indomani della fine della seconda guerra mondiale (crollo definitivo dell’eurocentrismo nelle relazioni internazionali) o della guerra fredda (estinzione del bipolarismo e avvio del momento unipolare).

In palio, rispetto agli episodi storici menzionati di cui sopra, non v’è l’egemonia globale: né gli Stati Uniti né la Cina, e meno che mai la Russia, invero, sono o sarebbero in grado di sostenere i gravi oneri derivanti dal mantenimento di un impero terracqueo. Il mondo è troppo caotico perché su di esso troneggi un solo re: la Casa Bianca ha appreso questa dura ed inalterabile verità nel corso del breve paragrafo unipolare post-guerra fredda, che, cominciato all’insegna delle crisi in Iraq e Iugoslavia e proseguito con Afghanistan, Guerra al Terrore (War on Terror) e inattesi ritorni di fiamma in una varietà di teatri, si trova, oggi, sul viale del tramonto a causa della resurrezione della Russia, dell’ascesa della Cina e, a latere, di una competizione tra grandi potenze che, divise dalla (geo)politica, sono accomunate dall’anelito di accelerare la transizione multipolare.

Fondamentale è il ruolo che sta venendo giocato da Russia e Cina all’interno di questo contesto altamente conflittuale e dalle implicazioni potenzialmente epocali. Le due potenze egemoni dell’Eurasia, approfittando del fatto che gli Stati Uniti abbiano avuto gli occhi puntati sulla Guerra al Terrore per un’intera decade, hanno lentamente guadagnato terreno nel continente (e oltre) e istituzionalizzato la loro visione di lungo termine per tramite di un partenariato strategico che con lo scorrere del tempo ha dato vita ad un asse adamantino. Ed è così che, nel periodo compreso tra Euromaidan e l’inizio dell’era Trump, l’Orso e il Dragone hanno messo da parte le ultime diffidenze e rivalità, tenendo a mente la lezione del tranello Kissinger, inaugurando ufficialmente l’avvio della nuova guerra fredda tra Occidente e Oriente.

Le ragioni del Cremlino

Euromaidan è stato per gli anni 2010 quello che gli attentati dell’11 settembre sono stati per i primi anni 2000: uno spartiacque. Perché la riapertura ufficiale del confronto egemonico tra Russia e Occidente si deve precisamente alla rivoluzione colorata più celebre del nuovo secolo, che ha comportato la transizione subitanea e traumatica dell’Ucraina dalla sfera d’influenza russa a quella occidentale – traslando in realtà i sogni di Zbigniew Brzezinski – e che è stata seguita dall’invasione-per-annessione della Crimea da parte del Cremlino e dall’introduzione di un regime sanzionatorio antirusso da parte del blocco euroamericano.

Ed è a quel punto, in occasione dell’annuncio di un regime sanzionatorio avente come obiettivo il tracollo economico della Russia, che Vladimir Putin opta l’incamminamento in una strada battuta in passato e terminata rovinosamente: l’asse antiegemonico con il Celeste impero. L’amalgamazione è tanto rapida quanto estesa: non v’è settore che le due potenze escludano dalla cooperazione avanzata, dai più intuibili (come lo scambio di beni energetici e il turismo) ai più imprevedibili (come Artico, telecomunicazioni e difesa).

A questo punto sorge un “però”. La fusione tra le due potenze è avvenuta troppo rapidamente perché possa essere giustificata da una delle tante rivoluzioni colorate, e da una delle molteplici e periodiche crisi tra Russia e Occidente. È vero: la differenza tra Euromaidan e la rivoluzione delle rose in Georgia è immane, ma perché rivolgersi proprio alla Cina?

La verità è che le due potenze, legate da un trattato di amicizia e buon vicinato siglato nel 2001, stavano ponderando la costruzione di un asse antiegemonico da molto tempo. Entrambe erano state toccate direttamente dal dramma delle guerre iugoslave – con Mosca testimone inerme della disgregazione di Belgrado e con Pechino spettatrice del bombardamento della propria ambasciata, ufficialmente avvenuto per errore ma ufficiosamente condotto per punire gli scambi di intelligence con i serbi – ed entrambe avevano appoggiato con riluttanza i cambi di regime nell’Iraq di Saddam Hussein e nella Libia di Muammar Gheddafi, sullo sfondo di rivoluzioni colorate nello spazio postsovietico e di un crescente protagonismo militare occidentale nell’Indo-Pacifico.

Euromaidan, in sintesi, ha svolto la funzione della classica goccia che fa traboccare il viso: vaso che, lungi dall’essere stato riempito nel corso del 2014, era stato saturato da oltre un decennio di operazioni di polizia globale da parte della Casa Bianca. Non a caso, dapprima che la Cina intervenisse in soccorso della Russia nel dopo-regime sanzionatorio, le due nazioni avevano dato prova di una volontà collaborativa in Siria e in Venezuela.

Le ragioni di Pechino

Quella tra Russia e Cina è la più classica delle alleanze strategiche possibili e immaginabili. Per capirlo, e senza scendere troppo nel dettaglio, basta focalizzare l’attenzione sui principali punti di forza dei due attori in campo:

  • Mosca ha da sempre prediletto l’apparato militare, puntando sullo sviluppo di armi e strumenti sempre più potenti e, al tempo stesso, relegando l’economia in secondo piano. Ancora oggi, infatti, il governo russo continua a dipendere eccessivamente dall’esportazione di gas e risorse naturali, risultando troppo sensibile a fattori esterni avversi (e non parliamo soltanto delle sanzioni economiche).
  • Pechino ha puntato tutto sulle riforme economiche. Dal 1979, in maniera “graduale e progressiva”, come amano ripetere i funzionari cinesi, la Cina si è aperta al mondo esterno mettendo a disposizione degli altri prima la sua immensa forza lavoro, poi il suo enorme mercato interno. È così che il Dragone ha frantumato ogni record, arrivando oggi a insidiare gli Stati Uniti per ciò che riguarda gli indicatori economici più rilevanti.

Per quanto riguarda l’esercito, Xi ha modernizzato le forze armate imitando, non a caso, la Russia. L’Esercito Popolare di Liberazione cinese (EPL), ovvero il braccio armato del Partito Comunista cinese, è stato ridimensionato tanto dal punto di vista numerico che nell’intera struttura di comando. Marina e Aeronautica hanno eroso spazi di importanza alle forze di terra, ora ridimensionate e ridotte. L’Epl ha, di fatto, assorbito la dottrina militare di Mosca, sia per ristrutturare l’esercito che per modernizzare l’equipaggiamento. Xi Jinping ha poi “imitato” Putin, usando le suddette riforme militari per stabilire un fermo controllo sull’esercito.

Non solo: strateghi e ufficiali cinesi continuano a essere istruiti nel pensiero russo della cosiddetta New Generation Warfare, ovvero nella guerra di nuova generazione. Questo punto di contatto ha cementato un patto d’acciaio tra russi e cinesi sfociato in esercitazioni terrestri, marittime e aree. Tutte esercitazioni congiunte, affiancate ad altre operazioni in aree altamente sensibili come l’informazione e la tecnologia antimissile. Possiamo dunque dire che la Russia ha messo sul tavolo le proprie conoscenze militari, mentre la Cina ha risposto con una notevole spinta economica.

Considerando che i progetti inerenti alla Belt and Road Initiative hanno un valore totale di 575 miliardi di dollari, e che l’investimento in campo energetico vale, da solo, il 45% del pacchetto, la Russia è ben felice di prestarsi a una sorta di relazione win-win. Non solo: stando alle ultime statistiche, al termine del primo trimestre del 2020, Mosca ricopre il ruolo di maggior beneficiario della BRI, con 126 progetti all’attivo e un valore di 296 miliardi di dollari. Facile, dunque, intuire già così le ragioni dell’alleanza russo-cinese. Siamo di fronte a un rapporto complementare, un asse calibrato al dettaglio per garantire un mondo multipolare e opporsi, in più ambiti, all’egemonia incarnata dagli Stati Uniti.

Appurate le ragioni della partnership russo-cinese, è interessante dare un’occhiata alle origini di questa vicinanza. Iniziamo subito col dire che le relazioni tra Mosca e Pechino sono migliorate dal 1991 in poi, ossia dopo il crollo dell’Unione Sovietica. In seguito alla caduta dell’Urss, infatti, la Cina iniziò a specchiarsi nella Federazione Russa, lasciando in secondo piano la sponda americana. Ricordiamo che quelli erano gli anni in cui l’opinione pubblica statunitense riteneva plausibile trascinare il Dragone nell’alveo delle democrazie occidentali soltanto appoggiando le sue riforme economiche e coinvolgendolo nelle organizzazioni internazionali, tra cui l’Organizzazione Mondiale del Commercio. Nel 1992 Russia e Cina affermarono di star perseguendo una partnership costruttiva, mentre nel 1996 si parlò di partnership strategica. Nel 2001, invece, le due potenze firmarono un trattato di amicizia e cooperazione.

La SCO, un esempio di successo

La punta dell’iceberg della partnership russo-cinese può essere rappresentata dall’Organizzazione per la cooperazione di Shanghai (SCO). Siamo di fronte al segno più evidente di una svolta eurasiatica nelle alleanze globali, realizzabile in molteplici campi d’azione: dalla cooperazione economica e militare alla lotta al terrorismo, dalle esercitazioni congiunte a una spiccata convergenza negli atteggiamenti politici e dei valori perseguibili.

Alcuni analisti hanno definito la SCO una sorta di Nato asiatica, visto e considerando che questo organismo intergovernativo è stato fondato nel giugno 2001 da sei capi di Stato – Cina, Russia, Kazakistan, Kirghizistan, Tagikistan e Uzbekistan – sulle ceneri del precedente Gruppo di Shanghai. Oggi si sono aggiunti altri Paesi, Pakistan e India, oltre che Afghanistan, Bielorussia, Iran e Mongolia nei panni di osservatori e Azerbaigian, Cambogia, Nepal, Turchia, Sri Lanka ed Armenia nelle vesti di partner di dialogo.

La SCO, utile sia alla Cina che alla Russia, è operativa per quanto concerne la cooperazione in sicurezza, economia e cultura. La sua efficacia potrebbe tuttavia essere indebolita dall’asimmetria insita nella relazione sino-russa, ben visibile in ambito economico. Il Pil della Russia non raggiunge neppure quello della provincia cinese del Guandong, mentre la sua spesa per la difesa, come ha sottolineato ISPI, è appena un terzo rispetto a quella cinese.

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