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Lo spazio postsovietico è in subbuglio a causa della recente riapertura della guerra nel Karabakh superiore, conclusasi con l’arrivo di forze armate russe in loco ma anche con la ri-estensione della sovranità azera su una serie di territori perduti negli anni ’90. La guerra congelata, ma non dimenticata, è stata studiata con meticolosità da tutti quei Paesi ex sovietici che hanno sperimentato il separatismo e la secessione, come Moldavia, Ucraina e Georgia, con l’obiettivo di trarre delle lezioni per il loro futuro.

La Georgia, al cui interno esistono due repubbliche separatiste, ha aumentato gradualmente il livello di allerta e sta monitorando alcuni sviluppi che stanno avendo luogo in Abcasia.

La Georgia in allarme

La riaccensione delle ostilità nel Nagorno superiore ha spinto le autorità di Tbilisi ad aumentare il livello di allerta sull’Abcasia e sull’Ossezia del Sud, le repubbliche separatiste, de iure georgiane ma de facto indipendenti, che hanno frammentato il Paese in tre. La maggiore attenzione ha prodotto dei risultati particolarmente significativi in Abcasia, dove a inizio novembre è stato scoperto un ponte sospeso nei pressi del villaggio di Aibga.

Il ponte, che secondo fonti georgiane sarebbe stato costruito su ordine di Mosca nel mese di ottobre, ha creato un collegamento diretto tra il confine russo e quello abcaso lungo il fiume Psou e contribuito ad alimentare un clima di panico e sospetto a Tbilisi.

Calata l’attenzione sul ponte sospeso che ha unito ciò che le acque del Psou hanno diviso, la tensione tra Tbilisi e Sukhumi ha registrato un nuovo picco nella giornata del 23, quando il governo abcaso ha reso pubblica l’adozione di “un piano per la formazione di uno spazio sociale ed economico comune tra Russia e Abcasia”.

La prossima implementazione del programma, che è stato severamente condannato dal governo georgiano in quanto ritenuto un tentativo da parte russa di accelerare l’annessione dell’Abcasia, giunge ad undici giorni di distanza da una bilaterale a Sochi tra Vladimir Putin e l’omologo abcaso, Aslan Bzhania, durante la quale è altamente probabile che si fosse discusso dell’argomento.

Che cosa prevede il programma

Il governo dell’Abcasia ha comunicato che il piano di amalgamazione parziale non rappresenta un passo verso un’integrazione nella Federazione Russa ma che, più semplicemente, si inquadra nell’ambito del partenariato strategico russo-abcaso stabilito nel 2014. Il Ministero degli Esteri della Georgia, però, anche alla luce dei recenti accadimenti nel Nagorno superiore, ha accusato il Cremlino di minacciare la pace regionale attraverso “un altro passo illegale verso l’annessione de facto [dell’Abcasia]”.

Il programma prevede un’armonizzazione della legislazione abcasa in direzione di quella russa nei settori di economia, finanza, tassazione, investimenti, diritto commerciale, energia, medicina, istruzione e protezione sociale, e l’adozione di misure tese a regolamentare il diritto alla doppia cittadinanza per gli abitanti dell’Abcasia. L’esecutivo di Sukhumi avrà un periodo di tre anni per attuare le riforme previste dal documento.

Nel complesso, l’armonizzazione ambisce a favorire l’interscambio reciproco di beni, lavoratori e capitali; infatti, una parte del piano è dedicata alla semplificazione della burocrazia per i potenziali investitori russi “in termini di ottenimento del permesso di residenza e registrazione delle attività lavorative”.

Parallelamente, ma complementarmente allo sviluppo del programma, la Russia si occuperà del restauro e della rimessa in funzione dell’aeroporto di Sukhumi, danneggiato durante la guerra degli anni ’90 e da allora inagibile, e dello studio di un piano d’azione per connettere la propria rete di trasporto del gas all’Abcasia.

Verso l’unificazione?

La Russia è il principale collaboratore dell’Abcasia, anche per via del clima di pace fredda vigente con la Georgia, e negli anni recenti il loro rapporto ha raggiunto un carattere simbiotico. Il punto di svolta è stato il trattato bilaterale del 2014, che ha consacrato la nascita di un’alleanza e partenariato strategico, dal cui ventre è stato partorito il recente accordo di amalgamazione.

L’esistenza di ottime relazioni bilaterali, la costruzione di un ponte sospeso per unire le due rive dello Psou e l’accordo per la formazione di uno spazio sociale ed economico comune, per quanto siano effettivamente degli eventi suggestivi, non sono indicativi di un’annessione alle porte. La centralità dell’Abcasia è derivante dal fatto di essere una terra strumentalizzabile per fini anti-georgiani, come l’Ossezia del Sud, e un’integrazione nella Federazione Russa sarebbe controproducente anche per un altro motivo: potrebbe provocare una reazione da parte di Tbilisi e da parte della comunità internazionale, ossia introduzione di sanzioni.

La Russia, del resto, non ha mai dato semaforo verde neanche all’annessione di terre come la Transnistria, Lugansk e Donetsk, nonostante l’esistenza di richieste formali da parte loro, ed è altamente probabile che la stessa linea politica verrà mantenuta nella terra gli abcasi anche nel prossimo futuro alla luce di medesime considerazioni in termini di costi-opportunità.

L’Abcasia, una breve storia

L’Abcasia ha una storia antichissima e le cui origini si perdono nella notte dei tempi. È una terra intrisa di mistero che, per quanto piccola, riveste un’importanza centrale nella grande regione sin da tempi immemori; l’Abcasia, infatti, non è altro che la Colchide in cui si recarono gli Argonauti della mitologia greca alla ricerca del vello d’oro, il Graal dell’antichità.

Sono trascorsi (forse) dei millenni dal viaggio degli Argonauti, e l’Abcasia non ha ancora perduto quel curioso ruolo di cerniera tra mondi; anzi, essa è, oggi, più rilevante che nel passato. Incorporata da Stalin all’interno della repubblica socialista georgiana nonostante una lunga storia di dissidi interetnici, dopo la caduta dell’Unione Sovietica è stata sede di una guerra contro il governo centrale di Tbilisi, durata dal 1991 al 1993, culminata nell’ottenimento di un’indipendenza de facto.

L’Abcasia, inoltre, contrariamente ad altri attori sorti in medesime circostanze nello spazio postsovietico, gode di una certa legittimità in virtù di un riconoscimento internazionale limitato. La statualità della piccola repubblica, infatti, è riconosciuta da Siria, Nicaragua, Venezuela e Nauru.

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