I criteri e le norme che regolano, al Cremlino e dintorni, le carriere e le disgrazie, le ascese e le precipitose cadute, sono da decenni uno dei misteri più impenetrabili della politica internazionale. Così ha destato una certa sorpresa vedere l’ex ministro russo della Difesa, Sergej Shoigu, sbarcare a Teheran per un incontro con il neo presidente Masoud Pezeshkian, per di più con l’incarico di garantire all’Iran assistenza in caso di scontro con Israele e per dare un altro giro di vite all’accordo “globale” tra Iran e Russia di cui tanto si parla, che le due diplomazie studiano da tempo e che ora pare davvero in dirittura d’arrivo.
Shoigu, che ha diretto tutta la prima fase della guerra in Ucraina, nel bene e nel male per la Russia, ha cambiato incarico. Dal ruolo di ministro della Difesa (tenuto per 12 anni) è passato a quello, in teoria non meno prestigioso, di segretario del Consiglio di Sicurezza, per 16 anni presieduto da Sergej Patrushev, un super-fedelissimo di Vladimir Putin, che lo ha sempre voluto accanto a sé. Nessuno, però, ha pensato che quella toccata a Shoigu nei mesi scorsi fosse una promozione. Al contrario. Ecco dunque spiegato lo stupore nel vederlo impegnato in una missione diplomatica di questi livello e di questa visibilità, anche internazionale.
Tanto più che il “suo” ministero della Difesa è stato nuclearizzato da una delle purghe più pesanti che i lunghi anni di potere di Putin possano annoverare. Ecco che cosa è successo dei suoi più stretti collaboratori non appena Shoigu ha cambiato (è stato cambiato di) incarico. L’elenco è lungo e forse noioso ma vale la pena affrontarlo per rendersi conto.
Ruslan Tsalikov, primo vice ministro della Difesa: rimosso dall’incarico. Timur Ivanov, vice ministro, responsabile degli appalti per l’edilizia militare: arrestato per corruzione. Yuri Sadovenko, vice ministro, capo del personale del ministero: rimosso dall’incarico; Tatyana Shevtsova, vice ministro, responsabile finanziario del ministero: rimossa dall’incarico. Nikolai Pankov, vice ministro, responsabile delle accademie militari: rimosso dall’incarico. Pavel Popov, vice ministro, responsabile della ricerca: rimosso dall’incarico; Dmitry Bulgakov, vice ministro, responsabile della logistica: arrestato per corruzione. Yuri Kuznetsov, capo della direzione principale del personale: arrestato per corruzione. Vadim Shamarin, capo del settore comunicazioni: arrestato per corruzione. Vladimir Verteletsky, capo del dipartimento per gli appalti degli armamenti: arrestato per corruzione. Rossiyana Markovskaya, portavoce del ministero: rimossa dall’incarico. Alexander Burachenok, primo assistente del ministro della Difesa: rimosso dall’incarico. Andrey Belkov, direttore generale della società statale di costruzioni militari: arrestato per corruzione. Mikhail Sapunov, direttore del Dipartimento per le relazioni immobiliari del ministero: rimosso dall’incarico. Vladimir Pavlov, direttore generale di Voentorg (azienda per le relazioni commerciali del ministero): arrestato per corruzione. Vyacheslav Akhmedov, direttore del Patriot Park: arrestato per corruzione. Vladimir Shesterov, vice capo della Direzione principale per la ricerca: arrestato per corruzione.
Il ministero della difesa, di fatto, è stato rovesciato come un guanto. Il che suona a palese condanna dell’operato del passato ministro, Shoigu appunto. Che però è caduto in piedi, come abbiamo visto, a testimonianza forse che, pur condannando il ministro, Putin ha voluto salvare l’uomo. Shoigu, dal punto di vista politico, ha un curriculum più lungo di quello dello stesso Putin: ha avuto il suo primo incarico di rilievo (ministro per le Situazioni di emergenza) già nel 1994, poi è stato governatore della regione di Mosca e ministro della Difesa. All’inizio degli anni Duemila è stato anche presidente del partito putiniano Russia Unita. Con incarichi di questo rilievo, per così tanti anni, Shoigu dev’essere anche un ottimo navigatore, perché i marosi intorno al Cremlino non perdonano i marinai imprudenti.
Al posto di Shoigu, al ministero della Difesa, è arrivato non il solito generale ma l’economista Andrej Belousov. Una scelta solo in apparenza controcorrente: la Russia investe il 6% del proprio Pil negli apparati della Difesa. Soldi preziosi, in tempi di sanzioni, dunque non è il caso di spendere o amministrare male, o peggio ancora di rubare. E intorno alla “rivoluzione” di Belousov il Cremlino sta chiaramente cercando di creare un’onda di consenso. Anche così si spiegano le voci messe in circolazione a Mosca, secondo cui gli ucraini avevano preparato un attentato contro Putin per il Giorno della Flotta russa. Attentato che sarebbe stato impedito dagli americani dopo che Belousov aveva parlato con il suo omologo a stelle e strisce, Lloyd Austin.
Fulvio Scaglione