Il 9 agosto gli elettori bielorussi saranno chiamati alle urne per decidere il futuro del paese e stabilire la sorte di Aleksandr Lukashenko, alla presidenza ininterrottamente dal 1994. La campagna elettorale è stata al tempo stesso incendiaria, poiché caratterizzata da numerosi arresti e scontri fra manifestanti e forze dell’ordine, e sorprendente, perché per la prima volta i partecipanti alla corsa presidenziale hanno messo in discussione la necessità della continuazione del rapporto privilegiato con la Russia, sbandierato slogan sull’indipendenza e lanciato accuse di interferenze all’indirizzo del Cremlino.

Le gravi insinuazioni, protrattesi nel tempo e provenienti soprattutto da Lukashenko, si sono infine materializzate alle prime luci dell’alba del 29 luglio, quando un’operazione delle forze di sicurezza di Minsk ha condotto all’arresto di 33 cittadini russi, accusati di essere membri del famigerato gruppo Wagner in procinto di disseminare il caos nel paese.

Le accuse e gli arresti

La notizia della maxi-operazione è stata data nel pomeriggio del 29 luglio da BelTA, l’agenzia di informazione statale di Minsk, e ha rapidamente superato i confini nazionali, suscitando uno stupore tale nella vicina Russia che la diplomazia del Cremlino ha voluto commentare i fatti soltanto dopo diverse ore, con l’arrivo della sera.

Le forze di sicurezza hanno tratto in arresto un totale di 33 persone, tutte con cittadinanza russa: 32 nei pressi di Minsk, dove erano arrivate il 25 dello stesso mese, soggiornando in un complesso alberghiero, ed una nel sud del paese. Il vestiario militare e l’atteggiamento estremamente frugale dei componenti del gruppo avrebbero attirato l’attenzione della dirigenza dell’albergo e degli altri ospiti, che a loro volta avrebbero allertato le autorità, facendo partire celermente le indagini.

Secondo quanto riferito da BelTA, i sospetti della dirigenza sarebbero stati causati dal fatto che i presunti mercenari non avrebbero bevuto alcolici, non avrebbero usufruito dei servizi di intrattenimento e benessere della struttura e avrebbero trascorso le giornate in maniera morigerata; “un comportamento atipico per dei turisti russi”.

I dubbi degli albergatori su quel gruppo di strani visitatori russi sono stati collegati ad una soffiata ricevuta nei giorni precedenti dai servizi segreti di Minsk inerente l’arrivo recente nel Paese di “oltre duecento militanti [inviati] per destabilizzare la situazione in vista delle elezioni presidenziali”, e un intervento rapido ed in forze per la neutralizzazione dei sospetti è stato quindi naturale. Il canale televisivo di proprietà pubblica Belarus-1 ha trasmesso le immagini del momento degli arresti, conferendo maggiore visibilità mediatica all’intera vicenda.

Nelle fasi immediatamente successive all’operazione si è tenuta una riunione di emergenza tra il presidente bielorusso e i vertici del Consiglio per la Sicurezza di Stato. È stato nel corso di questo incontro che Lukashenko ha ricevuto i dettagli dai suoi sottoposti, venendo a conoscenza del fatto che gli arrestati sarebbero membri del Gruppo Wagner, la compagnia militare privata russa alla quale negli anni recenti si è affidato il Cremlino per lo svolgimento di operazioni coperte e ad alto rischio in teatri sensibili quali l’Ucraina orientale e la Siria.

In serata, il Ministero degli Esteri della Bielorussia ha comunicato che seguirà la diffusione di altre informazioni sugli elementi tratti in arresto alle diplomazie di Mosca e di Kiev. Quest’ultima, secondo quanto riferito dalla diplomazia bielorussa, ha il diritto di essere notificata sugli sviluppi in corso perché durante gli interrogatori è emerso che “14 persone sono registrate nel Donbass”.

La mattina successiva, le autorità bielorusse hanno annunciato l’apertura ufficiale di un caso contro gli arrestati, che si ritiene fossero coinvolti in una trama terroristica, spiegando di credere che fossero parte di quel gruppo di oltre 200 militanti del cui arrivo i servizi segreti erano stati informati nei giorni precedenti.

Golpe o propaganda elettorale?

Non è da escludere che i militari privati si trovassero a Minsk per una semplice sosta nell’attesa di rincasare a Mosca dopo aver trascorso un periodo operativo all’estero o, al contrario, che fossero appena partiti e in procinto di essere redirezionati in Africa, Medio Oriente o Ucraina orientale.

Dare credito a questa ipotesi condurrebbe automaticamente a catalogare l’intera operazione come un’opera di propaganda elettorale architettata da Lukashenko per stringere i votanti attorno a sé e presentarsi come l’unico candidato realmente capace di difendere l’interesse nazionale e salvaguardare l’indipendenza e la sovranità del Paese.

Se di macchinazione dovesse trattarsi, occorre chiedersi se sia stata progettata di comune accordo con la Russia o in maniera indipendente. In ognuno dei due casi Lukashenko si troverà davanti ad un bivio al momento dell’arrivo in tribunale degli arrestati, perché la caduta dei capi d’accusa smaschererebbe il bluff agli occhi dell’opinione pubblica mentre la condanna per un crimine non commesso provocherebbe una grave frattura con Mosca.

Che si tratti della neutralizzazione di un complotto stroncato sul nascere o di propaganda elettorale, una cosa è certa: l’immagine della Russia presso l’opinione pubblica bielorussa ne uscirà grandemente danneggiata e questo non potrà fare altro che favorire tutte quelle forze sociali e politiche emergenti che vedono il futuro di Minsk in Occidente.

Il mese di giugno tra accuse e arresti

L’operazione segue di poco più di un mese le dichiarazioni di Lukashenko sulla scoperta di un piano ordito da “potenze esterne” per destabilizzare il Paese. Il presidente bielorusso aveva dato notizia del fatto il 19 giugno, all’indomani dell’ultimo braccio di ferro con il Cremlino, utilizzando dei toni particolarmente duri: “Siamo stati capaci di agire in anticipo e sventare un piano su vasta scala per destabilizzare la Bielorussia e portarla in una specie di Maidan, una rivoluzione orchestrata. Questo era il loro piano. Le maschere sono state tolte non solo ad alcuni burattini che avevamo qui, ma anche ai burattinai che si trovano fuori dalla Bielorussia”.

Lukashenko non aveva fornito ulteriori dettagli sull’avvenimento, lasciando intendere che la rivoluzione colorata fallita avrebbe potuto avere una doppia regia, perché “oggi il focus di tutti gli interessi politici è sulla Bielorussia, sia ad Occidente che ad Oriente”.

Nei giorni precedenti, fra l’11 e il 18, erano state arrestate più di venti persone in connessione ad un caso di evasione fiscale, riciclaggio di denaro e attività fraudolente coinvolgente la dirigenza attuale e passata di Belgazprombank, una banca di proprietà di Gazprom e Gazprombank. Le forze di opposizione avevano bollato l’intera operazione come politicamente motivata poiché aveva portato all’arresto di uno dei principali candidati alla presidenza, l’ex amministratore delegato della Belgazprombank, Viktor Babariko.

Soltanto il giorno prima dell’avvio delle perquisizioni e degli arresti, Lukashenko aveva accusato il Cremlino di sfruttare gli “oligarchi bielorussi” per finanziare l’opposizione antigovernativa. Il Cremlino aveva sottovalutato il peso di quelle invettive, come evidenziato dalla replica sottotono di Dmitrij Peskov, ignorando che potessero presagire l’approfondimento dello strappo iniziato nei mesi precedenti.

Una crisi strisciante lunga quasi un anno

Non è possibile capire come Russia e Bielorussia stiano (forse) arrivando ad un punto di non ritorno senza riepilogare gli eventi accaduti nell’ultimo anno. Il mese di giugno si è concluso con l’arresto di Babariko, il presunto candidato alla presidenza favorito dal Cremlino, e si è aperto con l’arrivo al porto di Klaipeda (Lituania) di un carico di circa 80mila tonnellate di petrolio grezzo di origine statunitense destinato a soddisfare il mercato bielorusso.

Si è trattato di un evento storico, ampiamente e giustamente celebrato dall’amministrazione Trump, perché per la prima volta Minsk ha importato un prodotto energetico offerto da Washington. I termini dell’acquisto non sono stati resi noti al pubblico, ma secondo il Segretario di Stato Mike Pompeo è stato l’esito di “un accordo competitivo” maturato nell’aspettativa di migliorare i rapporti bilaterali con la Bielorussia, della quale si vorrebbe accelerare la corsa verso la sicurezza energetica per mezzo della diversificazione dei rifornitori, ovvero: meno importazioni dalla Russia, più acquisti dagli Stati Uniti.

La conclusione dell’affare è stata il frutto di mesi di trattative sottobanco iniziate dall’ex segretario per la sicurezza nazionale John Bolton e proseguite da Pompeo, ed avvenute sullo sfondo di un braccio di ferro fra Minsk e Mosca riguardante l’aggiornamento del listino prezzi su gas e petrolio. Pompeo si era recato a Minsk a inizio febbraio, proponendo al governo l’acquisto di greggio statunitense “nelle quantità desiderate”, e aveva reiterato l’offerta il 14 marzo durante una lunga telefonata con l’omologo bielorusso, il ministro degli esteri Uladzimer Makey.

Eppure, sarebbe sbagliato dare l’intero merito della frattura russo-bielorussa a Pompeo, perché il terreno era stato adeguatamente preparato da Bolton nel 2019. L’anno scorso, fra fine agosto ed inizio settembre, l’allora consigliere per la sicurezza nazionale era stato impegnato in un tour nell’Europa orientale, visitando Ucraina, Moldavia e Bielorussia.

Il braccio di ferro fra Lukashenko e Putin non era ancora iniziato, ma non è assurdo pensare che sia stato proprio Bolton a gettare i semi della discordia. Minsk, infatti, era ed è preoccupata per l’espansione dell’Alleanza Atlantica lungo i propri confini, e Bolton era stato inviato anche per rassicurare le autorità bielorusse sul fatto che lo scopo del rinnovato protagonismo della Nato nell’Europa orientale non è Minsk, ma Mosca.

Nel dopo-Bolton, quasi a simboleggiare un’avvenuta presa di coscienza nella dirigenza bielorussa, Lukashenko ha iniziato ad avallare ogni iniziativa tesa a migliorare i rapporti con il vicinato baltico, con l’Ucraina e con la Polonia, è stata espressa la volontà di sviluppare una collaborazione con la Nato, e sono stati siglati degli accordi per aderire all’E40, un ambizioso quanto controverso corridoio fluviale pensato per dividere naturalmente l’Est ex comunista dalla Russia.

Tutto questo è avvenuto in concomitanza e sullo sfondo di una tensione crescente con il Cremlino, che prima si è palesata nel congelamento delle trattative sulla finalizzazione dell’accordo sull’unione Russia-Bielorussia e poi nel braccio di ferro energetico e nella conduzione di una campagna elettorale guidata dallo spettro di una rivoluzione colorata finanziata da Mosca.

L’importanza della Bielorussia

Minsk riveste un’importanza centrale nell’agenda estera dell’amministrazione Trump sin dai primordi ed il motivo è piuttosto semplice: l’Ucraina, la culla storica del mondo russo (Russkiy Mir), è caduta, sottratta violentemente alla sfera d’influenza del Cremlino nell’ormai lontano 2014, durante la sanguinosa insurrezione di massa ribattezzata Euromaidan, e la Bielorussia è l’ultimo baluardo rimasto alla Russia nel Vecchio continente, insieme a Serbia e Moldavia.

I due paesi, infatti, sono saldamente legati sotto ogni punto di vista: energia, commercio, investimenti, cultura, turismo, industria, scienza. La Bielorussia potrebbe indubbiamente sostituire il partenariato strategico con la Russia aprendosi ai giganteschi mercati dell’Unione Europea e degli Stati Uniti, ma le perdite nel breve e medio termine sarebbero immense, darebbero luogo ad una recessione e, quindi, a delle inevitabili proteste.

Lukashenko non vuole né staccarsi completamente da Mosca e né ridurre lo scarso consenso popolare di cui gode ricorrendo a strumenti repressivi, sta tentando di ritagliarsi spazi di manovra, una cosa ben diversa. Il Cremlino, quindi, è chiamato a prendere atto della maturità raggiunta dalla dirigenza bielorussa, non più intenzionata ad occupare una posizione di subalternità ed accettazione passiva, e a scegliere con cautela le mosse da fare in questo scacchiere, perché l’ultimo dittatore d’Europa è ormai anziano, presto si avvierà la lotta per la successione e la Casa Bianca, con o senza Trump, continuerà a lavorare per portare a compimento gli ultimi sogni del defunto stratega Zbigniew Brzezinski di fare “scacco matto”, ossia di espellere definitivamente la Russia dal Vecchio Continente così da trasformarla in un “impero asiatico”.

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