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Nella giornata del 26 gennaio ha avuto luogo il primo confronto fra il presidente russo, Vladimir Putin, e il nuovo inquilino della Casa Bianca, Joe Biden. I due capi di Stato hanno discusso via telefono di una serie di argomenti di natura impellente, dall’estensione del trattato New Start al dossier Navalny, e il modo e il tono che hanno caratterizzato la conversazione sono indicativi dell’effettiva prevedibilità di Biden.

Tutto come previsto

Probabilmente non sarà un Obama ter, ma composizione e agenda della gattopardesca amministrazione Biden suggeriscono che, almeno in determinati teatri, come la Russia, si potrebbe avere la sensazione di vivere un déjà-vu disilludente. Biden, del resto, è un politico formatosi durante l’epoca della guerra fredda, un seguace della scuola Jefferson ed un alfiere dell’internazionalismo liberale che, realpolitik a parte, tende ad avere una visione dualistica delle relazioni internazionali ed è fermamente convinto che gli Stati Uniti siano la “nazione indispensabile” intitolata alla diffusione dei valori liberal-democratici nel mondo.

La Russia, nella visione di Biden, è il rivale per eccellenza dell’Impero della Libertà (Empire of Liberty) e tale continuerà ad essere negli anni a venire. Il contenuto della telefonata del 26 gennaio lascia spazio a poche interpretazioni; secondo quanto si apprende dal sito della Casa Bianca, Biden “ha riaffermato il fermo supporto alla sovranità dell’Ucraina e ha sollevato altre questioni che destano preoccupazione, incluse l’hackeraggio alla SolarWinds, i rapporti riguardanti le taglie messe dalla Russia sui soldati americani in Afghanistan, le interferenze nelle elezioni statunitensi del 2020 e l’avvelenamento di Aleksei Navalny”.

La telefonata è stata pubblicizzata in maniera radicalmente differente a Mosca, con il focus posto sull’estensione del New Start, il trattato sulla riduzione degli armamenti nucleari siglato dai due Paesi nel 2010 su impulso di Biden, all’epoca vicepresidente nell’amministrazione Obama, e che, in assenza di proposte e iniziative, sarebbe scaduto il prossimo mese. Il governo russo, comunque, ha preannunciato che “ogni azione distruttiva da parte americana nella sfera del controllo degli armamenti […] potrebbe condurre Mosca ad abbandonare il trattato”.

Déjà-vu, déjà-vecu

La telefonata Putin-Biden è stata anticipata da un quasi-incidente diplomatico. Il 22 gennaio, l’ambasciata degli Stati Uniti a Mosca ha pubblicato informazioni inerenti il tragitto che avrebbero percorso gli organizzatori della manifestazione non autorizzata per la liberazione di Navalny prevista per il giorno successivo. Il fatto è stato aspramente criticato dalla diplomazia russa, perché ciò avrebbe influito sui livelli di partecipazione alle proteste, e non può che riportare la memoria degli spettatori, dei lettori e degli analisti indietro di un decennio, all’epoca della cosiddetta “rivoluzione della neve”.

Corruzione e anti-elitismo, questi i motivi conduttori delle proteste su larga scala che nel 2011 avrebbero potuto, agli occhi dell’Occidente, provocare un cambio di regime in Russia. Fra Ovest ed Est, complice l’entrata in vigore del New Start, era appena stato inaugurato il “riavvio”, e l’ombra di Euromaidan era ancora lontana; ciononostante, l’amministrazione Obama aveva accolto con piacere gli eventi, letti come “un segno positivo per tutti coloro che supportano il processo democratico”.

A distanza di dieci anni dal flebile tentativo di rivoluzione colorata, corruzione ed anti-elitismo (e, oggi, anche l’ambientalismo) continuano ad essere i principali moventi in grado di trascinare per le strade i russi, di ogni età, ceto e affiliazione politica, e di turbare realmente i sonni della dirigenza moscovita. Rispetto al passato, pur essendo vero che il Cremlino ha potenziato  e stabilizzato i meccanismi di potere politico e di controllo sociale, urge tenere in considerazione che la Casa Bianca ha affinato le tecniche di guerra a distanza, come dimostrato da Euromaidan, e può approfittare delle opportunità offerte in primis dall’effettiva ascesa di Navalny a campione dell’opposizione antisistema e in secundis dallo scollamento tra élite e generazioni Y e Z – due eventi che potranno rivelarsi estremamente utili per scuotere le fondamenta dell’ordine putiniano.

Nel 2021 come nel 2011, fra Mosca e Washington è déjà-vu, o meglio un déjà-vecu, perché la collaborazione su settori specifici verrà portata avanti all’ombra di un disegno destabilizzante – da parte americana – avente come obiettivo ultimo il compimento di un sogno recondito: la fine dell’era Putin a mezzo pressioni dal basso, ovvero strumentalizzazione del fermento sociale, e laterali, ossia accerchiamento militare-economico e assalti al mondo russo.

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