È da tempo ormai che i rapporti fra i due ex-alleati si sono logorati. A partire dall’abbattimento del jet russo al confine tra Siria e Turchia, si sono fatti sempre più pesanti gli scambi reciproci di accuse fra i contendenti.I media russi riportano un ulteriore peggioramento dei rapporti, seppur ancora nel quadro della legalità internazionale. È di venerdì scorso la notizia, riportata anche dal network Russia Today, che l’inviato della Russia presso le Nazioni Unite, Vitaly Churkin, abbia consegnato dati relativi al sostegno in armi e attrezzature militari da parte della Turchia allo Stato Islamico.Lo scambio, secondo Churkin, sarebbe supervisionato e mediato dai servizi di intelligence Turchi. I servizi segreti utilizzerebbero come canale per consegnare gli armamenti le agenzie non governative. A loro volta queste impiegherebbero i convogli umanitari per celare il carico. La lettera dell’inviato riporta cifre sconvolgenti. Viene stimato nell’ordine dei quasi due milioni di dollari il valore del materiale esplosivo consegnato nelle mani di “gruppi terroristici” attraverso la Turchia nel 2015. Nella lettera il totale viene inoltre scorporato nelle varie voci costituite dai singoli componenti chimici dell’esplosivo con relativo valore.Il richiamo dell’attenzione del Consiglio di Sicurezza su queste pesantissime cifre da parte dell’inviato permanente arriva dopo un’altra lettera dello scorso 18 febbraio. Nel documento, indirizzato allo stesso organo delle Nazioni Unite, Churkin denuncia la possibilità che la Turchia possa provvedere all’addestramento di membri dell’IS non solo per azioni sul territorio siriano, ma anche per attacchi sul suolo russo. I servizi segreti turchi avrebbero aiutato membri del Califfato a creare una rete per reclutare ed addestrare cittadini delle ex-repubbliche sovietiche per il conflitto in Siria e successive azioni contro la Federazione Russa.Nel documento, la base di tale rete viene individuata presso la cittadina turca di Adalia (in turco, Antalya). L’agenzia russa TASS, citando la lettera, parla di Ruslan Rastyamovich Khaibullov come del capo di tutta la rete. Il reclutatore sarebbe un cittadino russo con permesso di residenza permanente per la Turchia. Questa è inoltre accusata di occuparsi del trasferimento e della somministrazione delle cure riabilitative per i militanti islamisti feriti. Alla fine dell’atto viene anche descritto il tragitto che, secondo la Russia, seguirebbero gli armamenti che la Turchia recapita ai terroristi.La vera problematica sottesa a tutte queste accuse è che non si tratta di semplici scaramucce, più o meno diplomatiche, che possano limitarsi alle relazioni fra due soli stati. Gli Stati Uniti, grandi promotori delle politiche sanzionatorie anti-russe adottate dall’UE, vedono ancora nella Turchia un partner NATO irrinunciabile e strategicamente fondamentale per porre un argine alla “minaccia” russa nella regione.Dal canto proprio, gli alleati in campo russo, Iran in primis, mal tollerano l’ingerenza fin troppo poco celata della Turchia nella questione siriana e irachena.Se si aggiungesse al quadro la questione ucraina da un lato, l’appoggio saudita alla Turchia dall’altro, ancora, l’alleanza e la continua collaborazione tra Russia e Cina (che vede irrigiditi i propri rapporti con Washington a causa delle questioni relative all’arcipelago del South China Sea), non servirebbe molta fantasia per immaginare una possibile deflagrazione delle varie tensioni su scala più che internazionale.Bisogna sperare che, nonostante ci siano sufficienti “aitìai” – le vere cause della guerra secondo Tucidide – non sorga un “pròphasis” – un pretesto, una causa scatenante – a far esplodere il tutto.

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