La morte dei tre giornalisti russi uccisi in Repubblica Centrafricana riporta alla luce i rapporti fra la Russia e l’Africa. Una relazione mai troppo approfondita, eppure di fondamentale importanza anche per capire queste tre morti, che meritano la verità, per quanto difficile.

Mosca e l’Africa 

La Russia e l’Africa vivono oggi rapporti molto complessi, incentrati su relazioni di svariato tipo che vanno dal semplice livello commerciale a quello, molto più profondo, delle più o meno chiare alleanze militari. Una sinergia che ha avuto degli alti e bassi. Molto forte nel periodo dell’Unione sovietica, meno incisiva negli anni dopo la caduta dell’Urss. E che oggi, con Vladimir Putin, ha ripreso forza, per quanto possa apparire marginale.

Negli anni, il Cremlino ha cercato di ripristinare i contatti con gli Stati africani che facevano parte dell’antica rete sovietica. Una motivazione di natura politica, ma anche di natura strategica vista la posizione geografica e le immense risorse minerarie che possiedono molti dei Paesi del continente. E non è un caso che il ministro degli Esteri russo, Sergej Lavrov, abbia compiuto a marzo di quest’anno un tour di capitali africane. L’obiettivo era esattamente quello di rinnovare le relazioni fra la Russia e l’Africa.

In quell’occasione, Lavrov incontrò leader e delegazioni di Namibia, Mozambico, Zimbabwe ed Etiopia. Paesi con cui Mosca aveva da sempre legami forti, nati appunto ai tempi dell’Urss, e che si stanno faticosamente ricostruendo oggi dopo un periodo di quiescenza da parte del Cremlino, concentrato in altri settori del mondo.

La sfida (difficile) con Cina, Ue e Usa

In questi viaggio, Lavrov aveva un duplice obiettivo. Il primo era certamente quello di rafforzare le relazioni bilaterali con gli Stati dell’Africa sub-sahariana. La Russia può già vantare un approccio diverso per quanto riguarda la costa mediterranea, si pensi all’Egitto con Al Sisi, all’Algeria, o alla stessa Libia con il generale Khalifa Haftar. Ma per quanto riguarda il mondo oltre il Sahel, la situazione appare decisamente più opaca, con interessi molto spesso oscuri ma che dimostrano l’assoluta centralità del continente africano nella sfida per il mondo.

Perché la lotta fra superpotenze passa anche, in questo periodo storico come in altri, nella leadership africana. Ed è su questo punto che la Russia ha tentato e sta provando a scardinare una rete d’interessi che nel tempo l’hanno tenuta fuori dai giochi. Ma che invece risulta essenziale anche per gli interessi moscoviti per svariate ragioni. Il primo è quello economico: la Russia è un Paese immenso che condivide con il continente africano la ricchezza di materie prime. Ed è fondamentale evitare che la Russia consumi le sue stesse materie.

Il secondo motivo è appunto quello di riuscire a competere in un’area fondamentale evitando che Cina e Stati Uniti e, in parte, i Paesi dell’Unione europea, ottengano contratti che escludano definitivamente Mosca in alcuni settori di particolare importanza. La Russia molto spesso non ha bisogno di quelle materie prime presenti in Africa: già le possiede. Ma fare in modo che gli altri competitor non le ottengano è comunque un obiettivo strategico.

Lo svantaggio russo

Obiettivo che però deve fare i conti con una realtà molto più difficile. La Cina e gli Stati Uniti sono presenti in Africa da molto tempo e con una vastissima rete d’interessi e di canali diplomatici e militari. La Cina, in questi anni, ha assunto il ruolo di vera e propria guida dello sviluppo africano, riuscendo dove la Russia non potrà mai competere, e cioè la vendita di massa di beni commerciali che riempiono il mercato africano.

L’industria russa non può competere con quella cinese. E questo fa sì che i prodotti finiti delle fabbriche di Pechino inondino gli Stati dell’Africa facendo sì che la Russia resti estremamente marginale. D’altro canto, anche il know-how delle aziende cinesi unito alla quantità di denaro su cui può far leva il governo del gigante asiatico, sono elementi che ai russi mancano.

Inoltre c’è un altro dato che è da ricollegare a quanto detto sopra: gli Stati africani non hanno interesse in quello che invece è per la Russia il centro delle proprie strategie economiche internazionali: l’energia. L’Africa ha il petrolio e ha il gas in abbondanza. E non solo produce, ma ha un consumo bassissimo legato al tasso di sviluppo inferiore al resto del mondo.

Gli strumenti della Russia

Per riuscire a strappare posizioni di vantaggio con le altre potenze, Mosca punta su due grandi strumenti. Il primo è il sostegno politico ai governi africani all’Onu attraverso il suo peso come membro permanente del Consiglio di Sicurezza. Il secondo, è lo strumento militare. E qui, se prima la sfida era con la Cina, il problema sono gli Stati Uniti. Sia a livello strategico che a livello economico.

Per quanto riguarda il secondo punto, l’industria bellica americana è infatti la principale rivale di quella russa in tutto il continente africano. Come riporta lo Stockholm International Peace Research Institute, tra il quinquennio 2006-10 e quello 2011-15, le importazioni da parte degli Stati africani sono aumentate del 19%. Segno che quel mercato cresce e quindi anche la competizione, visto che vendere armi significa anche ottenere uno strumento di potere sulle Difese estere.

Secondo il sito Defenseweb, che si occupa delle Difese africane, nel corso del 2017 la Russia ha esportato circa 15 miliardi di dollari di armi in tutto il mondo. E l’Africa ha rappresentato il 13% delle vendite di armi russe negli ultimi cinque anni. Armi che non sono gli unici strumenti militari per estendere la propria capacità di influire sulle Difese africane. Insieme a queste, ci sono anche numerose operazioni che vedono coinvolti soldati russi tramite accordi militari per l’invio di istruttori e consiglieri, fra cui civili, ossia contractors.

Lo ha ricordato la stessa portavoce del ministero degli esteri russo Maria Zakharova riguardo la morte di  Orkhan Dzhemal, Aleksandr Rastorguyev e Kirill Radchenko. La portavoce ha detto che non c’è mai stato nulla da nascondere: a marzo, il ministero aveva già comunicato l’invio di cinque militari e 170 istruttori civili nella Repubblica centrafricana per addestrare i militari locali. E lo sapevano anche le Nazioni Unite. 

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