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Diciotto anni dopo quel fatidico 2001, i talebani sono ancora i protagonisti della storia afghana. Quando, quel lontano 7 ottobre di quasi vent’anni fa, gli Stati Uniti cominciarono le operazioni per l’invasione dell’Afghanistan, tutti gli osservatori erano concordi nel concedere zero possibilità al futuro del movimento talebano.

I talebani controllano ancora il 40% del territorio

Troppa era la differenza militare sul campo. Sia a livello numerico sia a livello tecnologico. Diciotto anni dopo i talebani sono ancora lì, pronti a rivendicare il 40% del territorio afghano, come riferisce Bloomberg. La netta supremazia americana non aveva tenuto conto che i talebani si erano formati attraverso diciassette anni di guerra ininterrotta. Dieci anni contro un altro esercito, quello sovietico, nettamente superiore in fatto di uomini e tecnologie e altri sette di sanguinosa guerra civile tra le varie fazioni. L’aver vissuto una guerra vera per così lungo tempo è evidentemente altra cosa rispetto alle semplici esercitazioni e simulazioni cui gli eserciti occidentali sono invece abituati.

I talebani hanno così potuto sfruttare al meglio la loro piena conoscenza del territorio, l’ottima dimestichezza con tecniche di guerriglia estrema (già messe in atto contro i sovietici) e infine una certa dose di accondiscendenza della popolazione. Tempo fa la Bbc affermava infatti che se i talebani sono riusciti a sopravvivere fino ad oggi, ciò lo si deve proprio al favore della popolazione locale che, come scritto anche su questo portale, anche se non appoggia direttamente il movimento, di certo non vi si oppone.

La Russia usa i talebani per frenare l’Isis

Questa presenza ormai certificata sta facendo cambiare strategia alla Russia che, in via informale, ha iniziato a dialogare con i talebani. Il gigante euro-asiatico ha infatti percepito il pericolo montante dell’Isis che si sta lentamente espandendo nel Paese. L’ultimo attacco dello Stato islamico ha colpito la capitale Kabul nemmeno 15 giorni fa. La Russia ha dunque intrapreso una strategia diplomatica volta alla riappacificazione tra talebani e governo di Ashraf Ghani proprio in funzione anti Isis. Ora lo stesso inviato speciale russo in Afghanistan, Zamir Kabulov, ha apertamente dichiarato che “se gli Stati Uniti non stabiliscono contatti con i talebani, la guerra e lo spargimento di sangue continueranno senza fine”.

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L’avvertimento di Kabulov non è però casuale. Secondo Bloomberg, infatti, i recenti colloqui tra russi e talebani avrebbero fatto emergere il totale disprezzo di questi ultimi nei confronti dell’attuale governo afghano, definito “fantoccio”. I talebani non sono quindi disposti a scendere a patti con l’amministrazione di Kabul, se prima non si apriranno dei negoziati diretti con gli americani, considerati “forza occupante”. Una posizione che si scontra frontalmente con quanto era stato dichiarato lo scorso marzo da parte americana. “Non possiamo certo sostituirci al governo afghano e alla sua popolazione”, aveva detto Alice Wells, in merito alla possibilità di aprire negoziati con il movimento islamico.

Il dilemma americano

Da parte di Washington, scendere a negoziati con i talebani sarebbe inoltre come ammettere pubblicamente il fallimento di quella missione. Gli Stati Uniti si trovano lì per i presunti legami tra il movimento talebano e l’organizzazione Al Qaeda. Nello specifico perché Osama Bin Laden avrebbe preparato e organizzato l’attentato contro le Torri Gemelle proprio nel territorio allora controllato dal Mullah Omar. Negoziare con il movimento islamico sarebbe come patteggiare con i complici di quell’attentato oppure come negare ufficialmente l’esistenza di legami tra talebani e Al Qaeda, delegittimando così 18 anni di operazioni militari. Dietro a questo dilemma americano c’è il destino di un Paese che non conosce stabilità dal 1979.