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Il ruolo diplomatico della Russia in Medio Oriente è ormai in netta ascesa, certificato non tanto dall’intervento militare in Siria – che potrebbe al più essere definito risolutivo, ma non di mediazione – quanto dalla capacità di far sedere intorno al tavolo delle trattative i maggiori attori militari della guerra con gli accordi di Astana. Oggi, nessuna potenza regionale del Medio Oriente, né le potenze internazionali interessate alla regione, possono agire senza che Mosca ne sia avvertita o consultata. E questa, con il mantenimento delle basi in Siria e con la guerra allo Stato islamico, può essere sicuramente ascritta come una delle vittorie di Putin nello scenario mediorientale. Il Cremlino può ora contare su un credito da potersi giocare in tutte le crisi regionali e non solo, riuscendo, di fatto, a presentarsi come potenza mediatrice in un contesto già di per sé molto complesso e dove è difficile capire esattamente il confine fra fede, politica, interessi economici e rivendicazioni territoriali.

Questa capacità di guidare una mediazione fra le parti in conflitto non si è vista soltanto in Siria. La crisi del Qatar aveva per certi versi già segnato un altro punto a favore del lavoro oscuro ma fondamentale di Mosca nella regione e stessa cosa può dirsi dell’impegno in Libia – una crisi non direttamente mediorientale, in senso geografico, ma legata a quelle dinamiche belliche tipiche di quel mondo. Anche nella crisi libanese, Mosca è presente, come confermato dalla portavoce del ministero degli Esteri, Maria Zakharova, che ha confermato i contatti con Hariri tramite l’ambasciata russa a Riad e l’incontro del ministro degli Esteri libanese, Gebran Bassil, con Lavrov a Mosca. E un aumento del peso diplomatico della Russia in Medio Oriente potrebbe esserci anche per un altro conflitto che sta sconvolgendo la regione: lo Yemen. La guerra civile dello Yemen, con l’intervento saudita a sostegno del governo e con l’Iran a sostegno dei ribelli houti, è di fatto un’altra proxy-war tra Teheran e Riad dove Putin può nuovamente rappresentare un mediatore fra le parti in guerra. Un ruolo che Putin sa benissimo di avere e di cui conosce pienamente i vantaggi. Motivo per cui, sin dall’inizio della guerra, non ha mai parteggiato apertamente né per il governo né per i ribelli, palesando solo la volontà di giungere alla pace. Un ruolo che sembra piacere anche alla monarchia saudita, come confermato dal ministro degli Esteri Adel al-Jubeir durante la sua recente visita a Mosca.

Questo è dovuto principalmente al fatto che, coinvolta ormai apertamente in un conflitto orrendo, dove l’aviazione saudita ha compiuto stragi anche fra i civili, l’unica via d’uscita per Riad è rappresentata da una mediazione di una potenza non coinvolta direttamente nel terreno ma che conosca ciò di cui sta parlando. Gli Stati Uniti non possono avere questo ruolo in quanto troppo legati all’Arabia Saudita e troppo apertamente avversi all’Iran e ai ribelli houti – con cui hanno avuto anche scontri armati – e le altre potenze regionali sono tutte impegnate nella guerra, eccezion fatta per piccole realtà senza capacità politica né caratura diplomatica. L’unica potenza in grado di assumere questo compito è quindi la Russia, che conosce la questione yemenita già dai tempi dell’Unione sovietica, e che è riuscita nel difficile compito di non essere apprezzata soltanto da una delle parti in guerra. E a dimostrazione di questo, Mosca ha mantenuto uffici diplomatici sia a Sana’a sia ad Aden. Così come ha mantenuto ottimi rapporti diplomatici con il governo filo-saudita – aiutandolo anche dal punto di vista economico – e, allo stesso modo, ha inviato grandi quantità di aiuti umanitari alle roccaforti houti colpite dai bombardamenti dei sauditi.

Questo non significa, naturalmente, che Putin sia diventato il buon samaritano del Medio Oriente. È chiaro che, come ogni leader che si rispetti, pensa in primo luogo ai vantaggi che può ottenere la Russia. Dal punto di vista di medio-lungo termine, Mosca può innanzitutto estendere la propria capacità d’influenzare la politica mediorientale anche in Yemen. Un Paese ormai devastato dalla guerra ma utile dal punto di vista strategico come porta della Penisola Arabica per il golfo di Aden – e dunque per il controllo del traffico marittimo da e verso il Mar Rosso. Quell’area è una delle chiavi del futuro della regione e non a caso tutte le potenze mondali hanno costruito o stanno costruendo basi militari della regione, in particolare sulla costa africana. La Russia è rimasta esclusa da quel contesto marittimo e non può permetterselo, tanto che progettava, già nel 2009 la costruzione di una base nello stesso Yemen. Dal punto di vista diplomatico, riuscire ad ottenere la possibilità di mediare fra le parti e mostrarsi come potenza capace di risolvere un conflitto darebbe al Cremlino una caratura internazionale molto importante e, questa volta, col pieno avallo delle Nazioni Unite. Tutto ciò con un non indifferente colpo alla politica estera americana in Medio Oriente che, ancora una volta, verrebbe estromessa dagli accordi di pace diventando un attore quasi di secondo piano, come già avvenuto per i negoziati di Astana. Ulteriore punto a favore della Russia sarebbe poi la capacità di mediare nella crisi non solo yemenita, ma anche, evidentemente, fra Iran e Arabia Saudita, che sono le vere parti del grande gioco mediorientale. Petrolio e interessi strategici fanno di Riad e Teheran partner imprescindibili di Mosca e metterli allo stesso tavolo sarebbe molto utile per gli interessi di Mosca. Il tutto con un occhio non indifferente al terrorismo internazionale. In Yemen, Al Qaeda cresce e non ha rivali mentre c’è una presenza dello Stato islamico che non si riesce a debellare. Gli Stati Uniti, con le loro forze spaeciali, stanno colpendo ripetutamente le postazioni qaedista, ma sembrano non ottenere grandi risultati e uccidono civili yemeniti. Mentre lo Stato islamico ha da poco colpito Aden e sembra poter assumere un ruolo importante anche nel terrorismo yemenita. La guerra al terrorismo internazionale è un problema non secondario per l’agenda politica russa in Medio Oriente.

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