Il 30 settembre il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha pubblicato un videomessaggio rivolto al popolo iraniano. Nel suo discorso Netanyahu ha ribadito concetti già espressi in varie occasioni: ha denunciato il ruolo destabilizzante della Repubblica Islamica nella regione, la minaccia esistenziale ad Israele e la natura oppressiva del governo iraniano. Ha inoltre promesso che il conflitto in corso tra Israele e le forze dell’Asse della Resistenza (la galassia di milizie, partiti politici e governi alleati dell’Iran) porterà alla caduta del «regime degli Ayatollah» e alla liberazione del popolo iraniano, che avverrà secondo Netanyahu «molto prima di quanto la gente pensi».
Il comunicato è da considerarsi parte del repertorio propagandistico del primo ministro israeliano, alla pari dei grafici ad effetto mostrati durante le assemblee delle Nazioni Unite. Tuttavia ci sono alcuni aspetti degni di nota da tenere in considerazione. In primo luogo il contesto di altissima tensione tra Iran e Israele fa pensare apparentemente ad un tentativo di captatio benevolentiae nei confronti della popolazione iraniana in vista di un possibile acuirsi del conflitto.
Il riferimento alle risorse spese dal governo iraniano per finanziare gli alleati regionali, invece di essere investite per migliorare le condizioni di vita dei propri cittadini, ricorda alcuni slogan comparsi durante le proteste recenti e dimostrano l’attenzione di Israele per in fenomeni sociali interni all’Iran. Spesso infatti le componenti della popolazione iraniana critiche nei confronti della gestione dell’economia da parte del governo hanno manifestato il loro malcontento nei confronti delle ingenti spese destinate agli alleati in Medio Oriente. Netanyahu nel suo messaggio si è però ben guardato dall’accennare all’effetto delle sanzioni internazionali sull’economia iraniana, che hanno contribuito significativamente a peggiorare il tenore di vita degli iraniani.
Il resto del comunicato riprende il linguaggio e i topoi della narrazione degli esponenti nazionalisti e monarchici della diaspora iraniana e dei falchi anti iraniani statunitensi, una categoria bipartisan che abbraccia sia repubblicani che democratici. Più che agli iraniani «autoctoni» è a questo pubblico che sembra essere diretto il discorso del Primo ministro israeliano. In particolare il richiamo alla matrice etnica persiana, contrapposta a quella religiosa mussulmana sciita, risulta essere una grossolana semplificazione quando è usata per descrivere una nazione multietnica come l’Iran.
Le espressioni usate da Netanyahu come «I nostri due popoli antichi, il popolo ebraico e il popolo persiano» richiamano all’ideologia etnonazionalista tipica della destra radicale contemporanea (dal compatriota Ben Gvir al duo Trump – Vance di oltreoceano) che ha ben poco a che fare con i valori della classe media iraniana che si è scontrata con il governo khomeinista al grido di «donna, vita e libertà» nel 2022. La società civile iraniana inoltre è storicamente vicina alla causa palestinese anche nelle sue componenti più critiche nei confronti della Repubblica Islamica.
Netanyahu pertanto non è considerato un interlocutore credibile dagli iraniani che difficilmente lo vedrebbero come un liberatore, qualora dovesse decidere di agire manu militari contro i leader di Teheran, con lo stesso trattamento riservato ai vertici di Hezbollah in Libano. In conclusione il video di Netanyahu dedicato al «nobile popolo persiano» (con buona pace di azeri, baluci, arabi, curdi etc.) assomiglia più ad un prodotto confezionato per gli iraniani fuori dall’Iran, ad esempio tra coloro che vivono nel sogno del ritorno della Grande Civiltà dello scià Mohammed Reza Pahlavi, e per il pubblico occidentale che ignora le reali dinamiche interne all’Iran. Travestendosi da novello Ciro il Grande, desideroso di ricambiare agli iraniani il favore della liberazione dalla cattività babilonese, Netanyahu prepara l’opinione pubblica ad un potenziale conflitto con la Repubblica Islamica, che appare sempre più simile ad una catastrofe piuttosto che ad una guerra di liberazione.

