Utilizzano linguaggi e toni diversi. Conciliante l’uno, più divisivo e incendiario l’altro. Nel settembre 2017, rivolgendosi all’Assemblea generale delle Nazioni Unite, nel suo primo discorso da presidente, Donald Trump scandiva parole dure e nette contro il leader nordcoreano Kim Jong-un: “Se Rocket Man attacca, l’unica scelta sarà distruggere la Corea”. Nella stessa circostanza, però, Hassan Rouhani sceglieva termini più accomodanti, come  “dialogo”, per esempio. Uno scenario inedito, a ruoli quasi invertiti. Soprattutto se paragonati ai discorsi degli ex presidenti dei due Paesi, Barack Obama e Mahmoud Ahmadinejad. Da allora, il tycoon non ha mai smesso di usare questo tipo di comunicazione. Anzi: ha anche alzato il tiro e ora, dopo la Corea del Nord, è il turno delI’Iran. 

Trump contro Teheran

Trump non ha mai nascosto le sue intenzioni di scontro con l’Iran e, allontanandosi completamente dalle scelte politiche di Obama, ha deciso di imporsi (per ora economicamente), attraverso le sanzioni, sul Paese guidato dal riformista Rouhani, un uomo dal temperamento mite, apprezzato da giovani e minoranze, dal profilo istituzionale completamente diverso rispetto a quello del suo predecessore, Mahmoud Ahmadinejad. A fine aprile, dalla Casa Bianca, è arrivata la comunicazione della decisione di non rinnovare le esenzioni temporanee (scadute il 2 maggio) per l’import di petrolio iraniano concesse lo scorso anno a otto Paesi, tra cui l’Italia. Lo scopo? Azzerare l’export, ripartito dopo lo storico accordo sul nucleare firmato con l’amministrazione Obama e revocato dal tycoon. Una campagna, quella di Trump, definita di “massima pressione” nei confronti del Paese degli ayatollah.

COSA PREVEDE L’ORDINE ESECUTIVO FIRMATO DA TRUMP

La firma dell’ordine esecutivo, siglato nei primi giorni di maggio, prevede quindi nuovi provvedimenti su ferro, acciaio, alluminio e rame. E, secondo quanto riportato da Reuters, permette di imporre sanzioni nei confronti di istituzioni finanziarie tra le cui attività rientrano transazioni legate al settore metallurgico iraniano. A poche ore dalla firma, l’Iran aveva però annunciato che avrebbe smesso di rispettare alcuni dei termini dell’accordo sul nucleare, raggiunto nell’aprile del 2015 con i Paesi del gruppo “5+1”, i cinque Stati che hanno potere di veto al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite (Francia, Stati Uniti, Regno Unito, Cina e Russia) e la Germania.

LA REAZIONE DI TEHERAN

Rouhani ha chiesto a tutte le fazioni politiche del Paese di rimanere unite, per reagire alle condizioni difficili che il Paese potrebbe dover affrontare a seguito della decisione americana. Secondo quanto riportato da Al Jazeera, per il presidente della Repubblica islamica potrebbero prospettarsi scenari peggiori di quelli del conflitto con l’Iraq di Saddam Hussein degli anni Ottanta, quando l’esercito iracheno invase l’Iran. “Oggi non si può dire se le condizioni siano migliori o peggiori del periodo della guerra (che durò dal 1980 al 1988, ndr), ma in quegli anni non abbiamo avuto problemi con le nostre banche, le vendite di petrolio, le importazioni e le esportazioni; le sanzioni riguardavano solo l’acquisto di armi”, ha detto Rouhani, citato dall’agenzia di stampa statale Irna. E ha aggiunto: “Le pressioni dei nemici sono senza precedenti nella storia della nostra Rivoluzione islamica, ma io non dispero, ho una grande speranza per il futuro e credo che possiamo superare queste difficili condizioni se rimaniamo uniti”.

LE CRITICHE A ROUHANI e il clima in iran

Intanto, l’area più conservatrice del Paese ha criticato la posizione di Rouhani, considerato, forse, un uomo troppo debole per replicare alle minacce e alle sanzioni economiche di Washington. Da qualche tempo, il leader iraniano non può più contare nemmeno sul alcuni dei suoi alleati più moderati, che hanno lasciato gli incarichi. Pochi giorni fa, la magistratura iraniana ha sospeso il settimanale riformista “Seda” a seguito della pubblicazione di articoli che parlavano dell’ipotesi di un conflitto con gli Stati Uniti. Su alcuni social network, alcuni utenti hanno definito la rivista  “la voce di Trump”, suggerendo che il suo avvertimento sul pericolo di una guerra equivaleva a un appello per i colloqui con gli Stati Uniti.

LA “GUERRA PSICOLOGICA”

Il 9 maggio, Trump ha esortato i leader iraniani ad abbandonare il programma di sviluppo nucleare, senza però escludere la possibilità di uno scontro militare. Dopo aver rimosso le deroghe, Washington ha poi rafforzato la propria presenza nel Golfo, inviando forze e materiale militare, tra cui una portaerei, bombardieri B-52 e una batteria di difesa missilistica patriottica, per contrastare ciò che i funzionari americani considerano “chiare indicazioni” di minacce dall’Iran alle proprie forze in loco. Secondo quanto riportato da Behrouz Nemati, portavoce della leadership parlamentare iraniana, domenica, Hossein Salami, comandante in capo del Corpo delle guardie della rivoluzione islamica, durante una sessione parlamentare avrebbe definito l’azione degli Stati Uniti una “guerra psicologica“.

IL CONFLITTO COME “opportunità”

Amirali Hajizadeh, capo della divisioni aerospaziale delle Guardie della rivoluzione, ha definito la presenza militare degli Stati Uniti nell’area “un’opportunità”: “Una portaerei con almeno 40 o 50 aerei al suo interno e 6mila forze riunite è stata una seria minaccia per noi in passato, ma ora le minacce sono passate alle opportunità”. E ha aggiunto che qualsiasi mossa statunitense nei confronti della Repubblica islamica potrebbe avere delle conseguenze.