Il popolo rumeno è stato chiamato alle urne nella giornata del 6 dicembre per decidere la formazione del nuovo Parlamento. Le elezioni sono avvenute sullo sfondo della pandemia, che ha colpito in maniera particolarmente dura il paese, evidenziando tutte le falle e le problematiche di un sistema sanitario datato, che negli anni non è mai stato ammodernato a causa di tagli e risorse rubate da corruzione e clientelismo.
Il malcontento popolare generalizzato, un fenomeno sedimentato ma che negli anni recenti è aumentato a dismisura a causa di malapolitica, partitocrazia e instabilità cronica – cinque esecutivi negli ultimi tre anni –, ha avuto due riflessi: l’astensionismo da record e l’entrata inaspettata in Parlamento di un attore sui generis, l’Alleanza per l’Unione dei Rumeni (AUR).
Le elezioni
Pandemia ed economia, questi sono stati i temi che hanno monopolizzato la campagna elettorale di ogni partito. I rumeni chiedevano un vero cambiamento, profondo e impattante, in grado di porre fine alla corruzione capillare e alla cleptocrazia e di gettare le basi per un futuro più roseo e prospero, fatto di crescita economica realmente arricchente e di redistribuzione dei redditi per ridurre la forbice della disuguaglianza.
I risultati, al 95% delle schede scrutinate, tratteggiano lo scenario nitido di una società divisa. Gli eventi degli anni recenti, dapprima le proteste anti-corruzione e i molteplici cambi di governo e poi l’arrivo della pandemia, hanno condotto ad una polarizzazione a tre palesata dall’affiancamento ai due classici blocchi, tradizionalisti e astensionisti, di un nuovo fronte, quello dei disillusi verso il sistema e contrari all’arrendevolezza.
Hanno vinto i tradizionalisti, come era prevedibile, ossia coloro che, pur essendo consapevoli della gravità della situazione in cui versa la Romania, temono il cambiamento e preferiscono destinare il proprio voto ai grandi partiti che oligopolizzano la scena nazionale. I vincitori delle elezioni, infatti, sono il Partito Social-Democratico, che ottiene il 29% dei voti, e il Partito Nazional Liberale del primo ministro uscente Ludovic Orban, che si posiziona secondo con il 25% delle preferenze.
Il partito più popolare, però, dati alla mano, è quello dell’astensionismo: si è recato alle urne, infatti, meno del 32% dell’elettorato registrato; la prestazione peggiore degli ultimi trentuno anni, ossia da quando la Romania è un regime democratico.
Infine vi è il polo dei disillusi, di coloro che all’astensione hanno preferito il voto di protesta. Unione Salvate la Romania (Uniunea Salvați România), un partito essenzialmente post-ideologico e anticorruzione fondato nel 2015 sull’onda delle proteste scaturite dall’incendio del Colectiv di Bucarest, termina la corsa elettorale in terza posizione, conquistando il 15% dei suffragi.
La vera sorpresa di queste parlamentari, però, è l’Alleanza per l’Unità dei Romeni (Aur), un partito antisistema di recente formazione (2019) e basato su una piattaforma sui generis per la Romania, un paese in cui la vita politica è stata tradizionalmente dominata da forze centriste, liberali e moderate sin dal dopo-comunismo. Aur, infatti, conclude la competizione elettorale in quarta posizione con il 9% dei voti, riuscendo a portare in Parlamento la sua battaglia atipica: irredentismo rumeno, magiarofobia, antieuropeismo e nazionalismo religioso.
Aur, storia di un successo inaspettato
Riconferma al potere dei grandi partiti e astensionismo erano stati ampiamente pronosticati; l’evento che nessuno aveva saputo catturare, invece, è stato il trionfo di Aur, un fenomeno più mediatico che politico e che alle amministrative dello scorso settembre aveva ottenuto lo 0,99% dei voti nei consigli regionali, lo 0,43% nei consigli comunali e lo 0,29% per l’elezione dei sindaci.
La sua storia è recentissima. Il partito ha un anno di vita, essendo stato fondato a dicembre dell’anno scorso, e ha svolto una campagna elettorale quasi interamente virtuale, in rete, su Facebook, in quanto bandito tacitamente da grande stampa e televisione. Dare visibilità ad Aur, del resto, equivaleva a pubblicizzare un movimento coinvolto in proteste contro le restrizioni adottate dal governo per contenere e contrastare la pandemia e guidato da un’agenda interna ed internazionale indubbiamente atipica, per certi versi radicale, alla luce degli appetiti irredentisti e delle invettive lanciate contro lo stato laico, il multiculturalismo, l’immigrazione dai paesi musulmani, il liberalismo e l’Unione Europea.
Nazionalismo religioso, euroscetticismo e irredentismo; tre elementi-chiave che nel 2020 hanno consacrato l’entrata in Parlamento di Aur e che, esattamente vent’anni fa, nel 2000, avevano permesso al Partito della Grande Romania dello scrittore Corneliu Vadim Tudor di classificarsi in seconda posizione alle presidenziali e alle parlamentari di quell’anno. L’ascesa di Aur, quindi, per quanto imprevedibile, è al tempo stesso un déjà-vu per i conoscitori della Romania, prova che il patriottismo rumeno non è ancora morto e che, al contrario, riappare periodicamente per minare le fondamenta dell’establishment.
La Grande Romania, che cos’è
Aur propone di decostruire l’Ue, che viene accusata di essere una “egemonia dannosa” e un “impero socialista federale”, e sostituire l’attuale scheletro semi-federale con una “Europa delle nazioni” di gollista memoria. Questa nuova realtà sarebbe funzionale ad evitare che gli stati membri perdano definitivamente le loro sovranità nazionali, cedute agli “Stati Uniti d’Europa”, e a garantire un futuro di grandezza alla Romania.
Secondo Aur, Bucarest, in un’Europa delle nazioni, basata sul concerto e sulla primazia dei popoli, godrebbe di margini di manovra e di un prestigio altrimenti impossibili da guadagnare in un’Europa federale, che sembra aver condannato gli eredi di Vlad Țepeș e Ștefan cel Mare ad una condizione di perenne irrilevanza e perifericità. L’obiettivo ultimo di Aur, infatti, è di riportare la Romania ai fasti del passato attraverso la realizzazione di un sogno irredentista mai del tutto morto e che continua a godere di un certo supporto popolare: la Grande Romania (România Mare).
La Grande Romania è una visione che aspira alla riestensione della sovranità di Bucarest sulla Bessarabia e sulla Bucovina, due territori dalla grande rilevanza culturale e storica per la nazione rumena che, a seguito degli sviluppi delle due guerre mondiali, sono stati perduti. La Bucovina, oggi, si trova divisa tra Romania e Ucraina, mentre la Bessarabia corrisponde sostanzialmente alla moderna Moldavia.
Mentre il recupero della Bucovina appare irrealistico, l’unificazione con la Moldavia è un tema ricorrente nella politica rumena e moldava che, però, non si è mai materializzato per ragioni economiche e geopolitiche – l’appartenenza di Chișinău alla sfera di influenza russa – anche se la progressiva occidentalizzazione del paese, palesata dall’elezione di Maia Sandu, potrebbe cambiare le cose nel prossimo futuro.



