Călin Georgescu ha sconvolto il panorama politico non solo in Romania ma anche in Europa. L’indipendente di destra ha infatti conquistato al primo turno delle elezioni presidenziali quasi il 23% dei voti, assicurandosi l’accesso al ballottaggio del prossimo 8 dicembre, dove sfiderà Elena Lasconi, candidata conservatrice anti-corruzione del partito di centro-destra USR (Unione per la Salvezza della Romania). L’ascesa dell’outsider nazionalista ha destato scalpore e preoccupazione presso le cancellerie europee, che lo hanno immediatamente etichettato come “filo-russo”. Motivo? Come ha spiegato Andrea Muratore su InsideOver, Georgescu critica l’Unione Europea e, soprattutto, la Nato, definita limitante della sovranità romena. Si è opposto al sostegno all’Ucraina del presidente uscente Klaus Iohannis, ha definito “vergogna diplomatica” l’installazione della base missilistica Nato di Deveselu e contestato gli effetti della guerra in termini di rincari, inflazione, perdita di prospettive economiche.
Il CEO di TikTok convocato dal Parlamento europeo
Posizioni controcorrente che, evidentemente, hanno infastidito una buona parte dell’establishment di Bruxelles, che ora accusa la campagna e lo stesso Călin Georgescu di aver diffuso “disinformazione” sulle piattaforme social al fine di assicurarsi il consenso dei romeni. Come riportato da Politico, infatti, l’Europarlamento potrebbe presto richiedere che il CEO di TikTok Shou Chew si presenti davanti al Parlamento Europeo per rispondere a domande sul ruolo della piattaforma nelle recenti elezioni presidenziali in Romania.
Valérie Hayer, presidente del gruppo Renew Europe, ha dichiarato in conferenza stampa: “Invitiamo il CEO di TikTok a comparire in Parlamento per garantire che la sua piattaforma non abbia violato il Digital Service Act (DSA)”. La richiesta di Hayer arriva pochi giorni dopo la vittoria di Georgescu, un candidato privo di appoggio partitico, la cui ascesa non era stata prevista dai sondaggi. Gli esperti attribuiscono il suo successo a un’efficace campagna su TikTok, supportata da un “esercito di account falsi”. “Riteniamo che TikTok sia stato sfruttato in modo improprio, con un uso strategico e massiccio di account falsi per promuovere il candidato,” ha affermato Bogdan Manolea, direttore dell’Association for Technology and Internet. Anche il primo ministro romeno Marcel Ciolacu ha richiesto un’indagine sulle fonti di finanziamento della campagna di Georgescu su TikTok. “C’è un sistema dietro tutto questo. Non so quanto sia legale, ma credo sia necessario seguire i flussi di denaro per comprendere la portata del fenomeno,” ha dichiarato.
Ma ecco chi spunta dietro le accuse di disinformazione
L’accusa di aver impiegato account falsi su TikTok per ottenere consensi e diffuso “disinformazione” – posto che è estremamente complesso stabilire quanto abbiano effettivamente inciso queste azioni sul risultato delle elezioni – proviene dall’Association for Technology and Internet, che è a sua volta membro dell’European Digital Rights (EDRi), che si definisce “la più grande rete europea che difende i diritti e le libertà online”. Ma la parte più interessante riguarda i finanziatori di questa rete, come la solita Open Society Foundations del magnate liberal George Soros, l’Omidyar Network del fondatore di eBay Pierre Omidyar, la Ford Foundation, la MacArthur Foundation, e molte altre.
Nei mesi scorsi, il giornalista Premio Pulitzer Glenn Greenwald, in un thread pubblicato sulla piattaforma X, ha criticato duramente l’Unione Europea in materia di libertà di stampa, inquadrando il Digital Service Act (DSA) in un’escalation di “censura statale sempre più dispotica”. Greenwald sottolinea come l’UE abbia collaborato con Reset, un’organizzazione finanziata dal già citato Pierre Omidyar. Reset si presenta come esperta nella “lotta alla disinformazione” la quale in un recente studio, ha accusato le piattaforme Big Tech, e in particolare X, di non censurare adeguatamente contenuti classificati come “propaganda filo-russa”. Trattasi, in realtà, di una strategia più ampia di controllo sull’informazione.
Insomma, dietro le accuse a Georgescu c’è la solita combriccola di milionari liberal che investono ingenti risorse nelle battaglie politiche che ritengono più opportune ma che hanno una loro precisa visione del mondo e a cui certamente un nazionalista critico della NATO e dell’UE non va a genio. C’è poi da porsi il quesito se tali ingerenze non pongano limiti alla libertà di stampa e di espressione che loro stessi dicono di voler tutelare. C’è infatti da scommettere che se al ballottaggio dell’8 dicembre in Romania dovesse prevalere la candidata dell’Usr Elena Lasconi, allora il tema delle disinformazione e delle fake news sui social si scioglierà come neve al sole.

