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Il colpo di Stato “vellutato” con cui l’esercito dello Zimbabwe ha di fatto posto fine all’egemonia di Robert Mugabe sullo Zimbabwe potrebbe aver chiuso la carriera politica di un leader che, dai primi anni Sessanta a oggi, è stato un’importante protagonista della storia africana e la cui figura risulta oltremodo controversa. Il 93enne Mugabe, infatti, nel corso della sua vita ha conosciuto il carcere e le brutalità del regime di apartheid del governo della Rhodesia del Sud, la militanza armata e, dopo la fondazione della Repubblica dello Zimbabwe, il potere, esercitato dal 1980 a oggi come Primo Ministro prima e Presidente poi in una maniera decisamente discutibile, molto spesso autocratica, che ha condotto lo Zimbabwe a un completo sconquasso economico e a una gravissima crisi sociale.

Formatosi nel fermento della lotta anti-colonialista e del nazionalismo africano del secondo dopoguerra, Mugabe costruì la sua fortuna politica grazie al ruolo decisivo giocato dal 1975 in avanti nell’intensa guerriglia condotta dalla Zimbabwe African National Union (ZANU) da lui presieduta e dalla Zimbabwe’s Africa People (ZAPU), sostenute dalla Cuba di Fidel Castro, dal governo post-coloniale dal Mozambico, dalla Cina e dalla Libia, contro il regime bianco di Ian Smith, che egemonizzava il potere in Rhodesia affiancato dal Sudafrica segregazionista. Quando, a fine 1979, gli accordi di Lancaster House aprirono la strada alla transizione democratica che avrebbe condotto Mugabe e la ZANU al potere nel 1980. Martin Meredith, nel suo Our Votes, Our Gun: Robert Mugabe and the tragedy of Zimbabwe ricorda come, al momento della sua ascesa al potere, Mugabe fosse riconosciuto sul piano internazionale come un eroe rivoluzionario desideroso di condurre una riconciliazione razziale per la quale, nel primo biennio di governo, egli effettivamente si spese. Heidi Holland, autrice di Dinner for Mugabe, segnala come nelle prime due decadi del suo governo Mugabe avesse ricevuto una continua crescita di consensi tra la popolazione dello Zimbabwe nonostante numerose politiche rivelatesi, dopo l’entusiasmo iniziale, controproducenti o inefficaci: il fallimento delle proposte di riconciliazione etnica portò a una massiccia fuga di cittadini bianchi, e analogo insuccesso conobbero le politiche di redistribuzione agraria avviate nei primi anni di governo.

Ben presto, Mugabe e la sua ZANU avviarono la transizione del Paese verso un sistema monopartitico e colpirono duramente la ZAPU di Joshua Nkomo: tra il 1983 e il 1985, 20.000 membri dell’etnia Ndebele considerati vicini alla ZAPU furono massacrati in una serie di pogrom e persecuzioni definite collettivamente “Gukurahundi”. La riforma agraria di Mugabe contribuì ad alienargli i supporti della comunità internazionale e di istituzioni come la Banca Mondiale, e il taglio dei prestiti al governo di Harare amplificò gli effetti delle sconsiderate politiche economiche condotte nel Paese: un sistema corrotto e malgestito contribuì a un peggioramento del tenore di vita della popolazione, andato man mano declinando dal 1980 in avanti, palesatosi con forza a cavallo tra la fine del XX e l’inizio del XXI secolo. Lo Zimbabwe di Mugabe, anche dopo l’ascesa dell’opposizione del Movement for Democratic Change (MDC) dal 2000 in avanti, rimase governato da una ristretta élite cleptocratica che portò alle estreme conseguenze il tracollo della nazione. Il PIL, pari a 7,4 miliardi di dollari nel 2000, scese nel 2005 a 3,4 miliardi. Tre quarti dei cittadini si ritrovavano a soffrire la fame nel 2009, con la disoccupazione arrivata a un’inimmaginabile tasso dell’80% e l’inflazione giunta a tassi tanto elevati da renderne impossibile il computo, dopo un’ultima misurazione di novembre 2008 che riportava 79,6 miliardi di punti percentuali. Gli ultimi anni hanno riportato la cronaca di un Mugabe sempre più ossessionato della conservazione del suo potere e arroccato su sé stesso: la cronaca degli ultimi giorni, caratterizzati dal colpo di Stato che ha prevenuto la successione al potere di Grace, attuale moglie del Presidente, ha riportato uno Zimbabwe allo stremo che ha accettato tacitamente il fatto compiuto, non rimpiangendo l’autocrate in uscita ma rimanendo cauto su un futuro che, ora più che mai, appare decisamente incerto. 

La parabola politica e umana di Robert Mugabe, il rivoluzionario anti-colonialista divenuto padre padrone di una nazione, l’uomo che affermò in passato che solo Dio avrebbe potuto destituirlo, sembra essere destinata a entrare nella sua fase finale sulla scia di un colpo di Stato compiuto in sordina, ovattato, che potrebbe aprire la strada a una transizione guidata dall’ex vice-Presidente Emmerson Mnangagwa e dall’Esercito con l’avallo della Repubblica Popolare Cinese, nume tutelare dello Zimbabwe odierno. Dopo trentasette anni di leadership pressoché assoluta di Mugabe, per lo Zimbabwe la soluzione più congeniale potrebbe essere rappresentata da una transizione ordinata capace di partorire un governo in grado di affrontare le grandi problematiche economiche, sociali e politiche del Paese: dalla fragilità dell’economia alle debolezze del sistema politico, passando per temi di primaria importanza come la necessaria redistribuzione delle ricchezze.