La Polonia è la vera protagonista degli eventi che stanno scuotendo la Bielorussia, uno degli ultimi baluardi della Russia nell’Europa orientale. Il Paese è stato accusato da Aleksandr Lukashenko di ingerenze, anche gravi, sin dall’inizio dell’insurrezione post-elettorale e riconferma giornalmente il ruolo-guida che sta giocando. Dopo aver mobilitato l’intera Unione Europea in favore dei manifestanti, adesso Varsavia sta intensificando il dialogo con l’Alleanza Atlantica.

La telefonata Stoltenberg-Duda

Il presidente polacco Andrzej Duda e il segretario generale dell’Alleanza Atlantica, Jens Stoltenberg, hanno avuto una lunga conversazione telefonica il 18 agosto, avente come argomento principale la crisi bielorussa. Non è un caso che Stoltenberg abbia voluto discutere con Duda: è la Polonia la nuova potenza egemone dell’Europa orientale, uno status raggiunto grazie alle politiche di Diritto e Giustizia e che ha ottenuto riconoscimento e legittimità dall’amministrazione Trump.

Stoltenberg e Duda hanno reiterato quella che è emersa come la posizione comune della comunità euroamericana sui fatti di Minsk: la presidenza deve rispettare la volontà dei dimostranti, ovvero non limitarne la libertà di espressione, non censurarne il diritto alla protesta e prendere atto delle loro istanze, avviando un reale dialogo con loro.

I due hanno anche voluto rassicurare Lukashenko, comunicando che l’Alleanza Atlantica non rappresenta una minaccia per la Bielorussia poiché i suoi piani d’azione nella regione sono guidati da un’altra agenda, la Russia; perciò il rafforzamento della presenza militare statunitense in Polonia e l’invio di mezzi e nuovi armamenti nei Paesi Baltici non dovrebbero essere letti come delle mosse anti-bielorusse, ma come delle manovre di contenimento nei confronti del Cremlino.

Coerentemente con il punto sopra, il presidente polacco e il segretario generale della Nato hanno precisato che l’Alleanza non ha intenzione di intervenire negli affari interni di Minsk poiché il suo unico obiettivo è quello di “garantire esclusivamente la sicurezza degli Stati membri”, ragion per cui l’opposizione dovrà trovare il modo di vincere “senza ricorrere ad un intervento esterno”.

Ad ogni modo, secondo quanto si legge sul sito ufficiale dell’organizzazione, i due leader “hanno concordato [sul fatto] che l’Alleanza dovrebbe restare vigilante e strettamente sulla difensiva, pronta a scoraggiare ogni aggressione”. Il riferimento è, con elevata probabilità, al riposizionamento di truppe e alle esercitazioni militari avviate da Lukashenko all’indomani dello scoppio dell’insurrezione.

La Polonia, regina dell’Est

Sebbene Stoltenberg e Duda abbiano negato che l’Alleanza Atlantica, ovvero l’Occidente, sia interessata ad interferire nella crisi bielorussa e che i dimostranti dovranno lavorare in piena autonomia, non godendo di alcun appoggio esterno, la realtà dei fatti confuta tali proclami.

Ad esempio, negli stessi momenti in cui Duda era al telefono con Stoltenberg, il primo ministro Mateusz Morawiecki dichiarava in un comizio a Katowice che il governo polacco chiede l’indizione di elezioni “veramente libere e oneste” e “supporta pienamente le proteste”. Nel corso dello stesso evento, Morawiecki ha anche dichiarato di aver fatto pressioni sull’alleanza Visegrad, Angela Merkel, Ursula von der Leyen e Charles Michel, il presidente del Consiglio Europeo, e di aver parlato al telefono con Svetlana Tikhanosvkaya nella giornata di lunedì.

Il giorno precedente alla chiamata con il segretario generale della Nato, Duda aveva annunciato su Twitter che l’asse Polonia-Baltici è pronto “a supportare il processo politico” di transizione del potere richiesto dai manifestanti, mentre il 14 la camera bassa del Parlamento polacco ha approvato all’unanimità una risoluzione di condanna contro Lukashenko, chiedendo un intervento ufficiale dell’Ue, annunciando l’apertura delle frontiere ai rifugiati bielorussi e svelando un piano d’azione da 50 milioni di zloty (13 milioni di dollari).

Il piano, elaborato con l’obiettivo di accelerare la democratizzazione della Bielorussia, includerà, tra le altre cose, l’invio di denaro ai media indipendenti e alle organizzazioni della società civile facenti parte del fronte dell’opposizione antigovernativa e la concessione di borse di studio per favorire la mobilità di intellettuali e accademici bielorussi nelle istituzioni polacche.

Inoltre, sono Polonia e Baltici che hanno convinto l’Unione Europea a mobilitarsi in favore dell’opposizione, ottenendo un vertice d’urgenza il 14 e richiedendone uno nuovo per il 19, elaborando un piano di de-escalation la cui non accettazione da parte di Lukashenko ha comportato l’annuncio della prossima introduzione di un pacchetto di sanzioni mirate.

Le pressioni stanno funzionando in ogni direzione: dall’Ue che ha assunto una posizione ferma e netta, annunciando l’implementazione di rappresaglie di natura economica, all’Ungheria che ha abbandonato la linea neutralista fonte di malumori all’interno dell’alleanza Visegrad – il 17, il ministro degli esteri ungherese Peter Szjjarto ha dichiarato che il governo “seguirà e supporterà la posizione polacca”.

Il sogno della Polonia

La Polonia ha assunto un ruolo-guida nel trattamento del dossier bielorusso sin dallo scoppio dell’insurrezione post-elettorale, chiedendo ed ottenendo la convocazione del video-vertice del 14 agosto, risultato nell’approvazione di sanzioni comunitarie, presentando un piano di de-escalation e offrendo supporto diretto ai dissidenti e ai cittadini in fuga. Inoltre, la Polonia è stata anche accusata da Lukashenko di aver inviato destabilizzatori nel Paese, a partire dalla prima notte di scontri.

Mentre la Tikhanovskaya ha trovato rifugio in Lituania, la grande complice della Polonia negli eventi che stanno scuotendo la Bielorussia, Valery Tsepkalo, un altro contendente alla presidenza che si trova attualmente in Ucraina, ha annunciato che nei prossimi giorni si trasferirà a Varsavia e di aver preso contatti con “alti ufficiali di Washington” per discutere di come coordinare la lotta a distanza.

L’insieme di questi eventi, sommato all’annuncio del prossimo rafforzamento della presenza Nato in Polonia, ha convinto Lukashenko a ripiegare su Mosca e ad abbandonare la politica del corteggiamento condotta nell’ultimo anno con l’Occidente.

Il motivo per cui la Polonia e i Paesi Baltici, guidati dalla Lituania, stanno monopolizzando l’agenda europea per la Bielorussia è che ad essere in gioco non è soltanto l’accerchiamento della Russia, ormai quasi del tutto privata del sistema di stati cuscinetto costruito da Stalin nel periodo interguerra, ma la realizzazione di una visione geopolitica interamente frutto del ventre polacco-lituano: un corridoio slavo-baltico esteso da Tallinn a Odessa fungente da cordone sanitario in chiave antirussa e, in esteso, antitedesca.

Poiché Minsk non dispone di grandi risorse naturali ed un’eventuale rottura da Mosca darebbe vita ad un’inevitabile recessione per via del rapporto di simbiotica interdipendenza, Varsavia e Vilnius potrebbero offrire l’apertura dei propri mercati del lavoro ai cittadini bielorussi in fuga, proporre l’estensione della loro rete energetica in divenire dal Baltico all’entroterra bielorusso e, inoltre, potrebbero approfittare del nuovo clima d’investimento per amalgamare le tre economie.

Quest’ultimo punto è estremamente rilevante, perché da diversi anni le classi dirigenti di Varsavia e Vilnius stanno portando avanti un’agenda comune tesa alla costruzione del suscritto blocco geopolitico, culturale ed economico intra-europeo, esteso dal Mar Baltico al Mar Nero, iconicamente rappresentato dall’E40. Mentre la Polonia sta concentrando gli sforzi sulla sponda meridionale, rappresentata dall’alleanza Visegrad e dall’Ucraina, la Lituania sta invece guidando la fusione dell’area baltica; l’unico ostacolo alla realizzazione del progetto, una confederazione polacco-lituana 2.0, è proprio la Bielorussia.

È soltanto avendo il quadro completo della situazione e degli interessi in gioco che si può comprendere il protagonismo di questi giorni dell’asse Polonia-Baltici; la realizzazione del corridoio regionale dal Baltico al Mar Nero passa inevitabilmente da Minsk.

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