Saif al-Islam Gheddafi, secondogenito del Rais Muammar Gheddafi, si rilancia nella politica attiva in Libia e, a sei anni dalla guerra civile che culminò nel brutale omicidio del padre, di cui era ritenuto l’erede designato, e a un anno e mezzo dal rilascio dal carcere di Zinian annuncia la sua candidatura per le prossime elezioni presidenziali libiche.

A darne l’annuncio, nella giornata del 17 dicembre, è stata Russia Today, che ha citato il portavoce della famiglia Gheddafi, secondo il quale Saif al-Islam godrebbe di un sostegno trasversale tra diverse tribù della Libia, Paese che dai tempi dell’insurrezione contro il Colonnello e del disastroso intervento sponsorizzato da Francia e Gran Bretagna é divenuto letteralmente ingovernabile.

Saif al-Islam Gheddafi capitalizza in questo modo l’amnistia concessagli nel mese di giugno dal Generale Khalifa Haftar, uomo forte del governo di Tobruk sostenuto da Russia, Egitto e Emirati Arabi Uniti. Il messaggio simbolico è ben più importante della dichiarazione concreta di candidatura alle elezioni presidenziali.

Intervistato ai recenti Dialoghi Mediterranei di Roma dal direttore del Libya Herald Sami Zaptia e dal giornalista RAI Giorgio Zanchini, il rappresentante delle Nazioni Unite per la Libia, il tunisino Ghassan Salamé, ha dichiarato che le elezioni generali previste in Libia per il 2018 (parlamentari, presidenziali e referendum costituzionale) si svolgeranno solo se saranno soddisfatte opportune garanzie di sicurezza e se il Paese ritroverà la volontà di trasformarle in una piattaforma per la definizione del suo futuro.

Il ritorno in politica di Saif al-Islam, in ogni caso, condizionerà il percorso di avvicinamento al voto ed é destinato a sancire importanti ripercussioni negli equilibri di forza nel Paese.

La convergenza tra Khalifa Haftar e Saif al-Islam Gheddafi

L’amnistia che Haftar ha ordinato di concedere al secondogenito del Rais ha chiuso, di fatto, una ciclo apertosi con la rottura tra il generale e Muammar Gheddafi in occasione della guerra tra Libia e Ciad di fine Anni Ottanta.

Adam Garrie di The Duran ha analizzato la possibilità di convivenza e convergenza politica tra Haftar e Saif al-Islam Gheddafi, spiegando che “entrambi i leader sono portavoce della medesima ideologia […] e hanno un comune avversario nei governi occidentali che continuano a sostenere l’esecutivo di unità nazionale” basato a Tripoli e guidato da Fayez al-Sarraj.

In una nazione come la Libia, etnicamente e religiosamente omogenea, la tribù rappresenta il livello unitario di base di aggregazione sociale, ed é proprio attraverso la somma e la sovrapposizione di diversi vincoli di fedeltà tribale che i leader politici costruiscono le loro fortune. Saif al-Islam Gheddafi intende ripercorrere la strada tracciata dal padre, che nell’esperienza quarantennale della Jamahiriya garantì unità e stabilità a un popolo a lungo frazionato.

Il secondogenito del Colonnello ha fatto fronte comune con il Generale Haftar proprio per poter far sì che le forze tribali rimaste fedeli ai Gheddafi, come gli Warshefana che controllano alcune aree vicino Tripoli, possano definire senza ambiguità la loro presa di posizione nel campo del conflitto civile libico.

La discesa in campo di Saif al-Islam Gheddafi, in ogni caso, potrà portare a un concreto cambiamento politico in Libia solo se attorno a lui e ai suoi sostenitori saprà amalgamarsi un progetto politico di lungo corso. Altrimenti, finché la sua iniziativa risulterà completamente incentrata sulla sua persona, Gheddafi “rischia di non andare da nessuna parte”, come ha dichiarato al Guardian Mattia Toaldo del Council on Foreign Relations.

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