Sembrava che il progetto inerente al Trattato del Quirinale tra Italia e Francia appartenesse ormai agli archivi della diplomazia europea; invece, proprio quando nessuno se lo aspettava, eccolo rispuntare dalle ceneri del passato.

Per capire meglio di che cosa stiamo parlando occorre fare un passo indietro. A cavallo tra il 2017 e il 2018 l’allora governo italiano guidato da Paolo Gentiloni fu attratto dal rampante Emmanuel Macron in un piano che prevedeva un patto di ferro tra Roma e Parigi.

I due leader avevano annunciato l’inizio dei tavoli di lavoro per definire il cosiddetto Trattato del Quirinale, un documento che avrebbe dovuto sancire la “cooperazione rafforzata” italo-francese su un ampio ventaglio di temi: dalla crescita all’occupazione, dalla politica migratoria all’ambiente, dalla formazione alla difesa comune europea.

Era tutto pronto: mancava soltanto la firma – prevista tra settembre e l’ottobre 2018 – per sancire la partnership privilegiata della nuova accoppiata Italia-Francia. Nel momento cruciale, il tavolo è tuttavia saltato a causa del cambio di governo italiano. Con l’arrivo dei gialloverdi, tanti saluti al progetto di accordo tanto caro a Macron e Gentiloni.

Il ritorno del Trattato del Quirinale

Se a un primo sguardo il Trattato del Quirinale può apparire come un patto vantaggioso tanto per l’Italia quanto la Francia (e quindi un’occasione mancata), scavando in profondità troviamo numerose insidie, frutto dei troppi sgambetti francesi del passato a danno del nostro Paese.

Va da sé che la paura più grande, il vero e proprio spauracchio di un accordo del genere, riguarda l’eventualità di non ritrovarsi sullo stesso piano della Francia. In altre parole, mentre Parigi e Berlino sono attori di pari livello, Roma potrebbe non avere alcuna voce in capitolo ed essere costretta a sottostare ai diktat di Macron. In tal caso la convenienza sarebbe tutta dei francesi, che sfrutterebbero la sponda italiana per farsi grandi in Europa.

C’è poi un altro aspetto negativo da considerare, ovvero il fatto che accordi del genere risultano selettivi e non comprendenti l’intera Unione europea. Detto altrimenti, creano (o potrebbero creare) pericolose asimmetrie geopolitiche.

Sabbie mobili

Tornando ai giorni nostri, secondo quanto riferito da La Verità, circolano voci secondo le quali i governi francesi e italiani starebbero lavorando per riprendere il discorso del Trattato del Quirinale nel punto esatto in cui si era interrotto. A fine mese è infatti previsto a Napoli un vertice tra Macron e Conte. Sul tavolo rischia di esserci proprio l’accordo citato, mentre dietro l’angolo potrebbe nascondersi il rischio sventato nel 2018: diventare una sorta di succursale di Parigi.

Già, perché Macron non vede l’ora di prendere la palla al balzo, infischiandosene tanto delle richieste italiane quanto dell’assetto europeo. L’obiettivo del capo dell’Eliseo è uno: plasmare una nuova Europa francocentrica a sua immagine e somiglianza. E in questa impresa titanica può essere utile perfino chiedere aiuto alla tanto bistrattata Italia.

La speranza è che il governo giallorosso non presti il fianco a Parigi in un modo così ingenuo e che ragioni a fondo prima di siglare qualsiasi trattato che potrebbe compromettere il nostro futuro già alquanto nebuloso. Anzi: Roma dovrebbe contrapporre a Macron una visione dell’Europa completamente diversa, una struttura diametralmente opposta rispetto a quella sognata dal presidente francese. Senza chiedere troppo, quindi, basterebbe che l’Italia si limitasse a non cadere in pericolose sabbie mobili.

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