L’annunciato e più volte ventilato ritiro statunitense dalla Siria ha, nel giro di una settimana, accelerato in maniera impressionante una serie di dinamiche sia all’interno dell’amministrazione Trump sia nel campo di battaglia siriano.

Sul fronte della politica interna, le dimissioni del Segretario alla Difesa James Mattis, frutto di evidenti divergenze sia rispetto al ritiro dalla Siria sia rispetto al dimezzamento della presenza in Afghanistan, hanno portato alla nomina dal primo gennaio di Patrick Shanahan, già vice di Mattis, alla guida del Pentagono.

Una nomina, nelle vesti di facente funzione, che anticipa di ben due mesi (fine febbraio) la scadenza prevista per il Generale Mattis alle cui dimissioni hanno fatto seguito anche quelle dell’inviato americano presso la coalizione anti-Isis, Brett McGurk, anche egli in disaccordo sull’annunciato ritiro.

Rispetto agli equilibri del campo di battaglia siriano l’annunciato ritiro è stato vissuto come un tradimento da parte delle milizie curde che hanno visto manifestarsi da una parte lo spettro di uno scontro inevitabile con la Turchia, dall’altra la necessità di trovare, dopo i tentativi falliti dello scorso luglio, un accordo con Damasco.

Proprio la progressiva ripresa da parte delle autorità siriane dei territori oggi in mano e sotto il controllo delle milizie curde potrebbe, con le dovute garanzie alla Turchia e con la mediazione di Mosca, disinnescare l’ennesima escalation del conflitto siriano.

La guerra in Siria non è finita. E noi vogliamo tornare sul campo a raccontarla. Ecco come aiutarci

Nella giornata di ieri intanto è stata riaperta a Damasco l’ambasciata degli Emirati Arabi Uniti e non si esclude che questa riapertura possa fare da apripista all’Arabia Saudita e ad altri paesi europei. Segnali che evidenziano una normalizzazione tra i paesi arabi ed Assad e che vedono Mosca lavorare affinché la Lega Araba reintegri la Siria dopo la sospensione avvenuta nel 2011. Non sfugge infatti che proprio ieri l’agenzia di stampa russa Ria Novosti abbia dato la notizia, citando fonti del ministero dell’interno, della prossima riammissione della Siria nella Lega Araba.

L’ennesimo segnale di normalizzazione che fa seguito alla visita dello scorso 17 dicembre a Damasco del Presidente del Sudan Omar el Bashir, giunto in Siria con un volo russo, a cui si aggiunge il recente incontro, lo scorso 23 dicembre, tra il capo dell’intelligence siriana Ali Mamlouk e quello egiziano Abbas Kamel.

Tutti segnali che lasciano intendere come Mosca voglia in qualche modo bilanciare il peso dell’influenza della Turchia e dell’Iran all’interno della Siria, anche nella fase della futura e imminente ricostruzione post bellica, ponendosi, dopo il parziale disimpegno statunitense, come garante anche della sicurezza d’Israele, con la quale Mosca, sin dalle prime operazioni in Siria del settembre del 2015, ha sempre mantenuto aperti, ad altissimo livello, canali di comunicazione anche nei momenti di tensione.

Proprio Israele ha ribadito, nella notte del 25 dicembre, la sua linea rossa nel continuare la sua campagna di raid mirati contro infrastrutture e depositi di armi, di provenienza iraniana, in territorio siriano. Una linea rossa che trova conferma nelle parole di Benjamin Netanyahu il quale ha ribadito che Israele continuerà ad impedire insediamenti e milizie iraniane all’interno della Siria come peraltro confermato da più di 200 raid condotti dalle forze armate israeliane negli ultimi due anni. Capacità militari portate come esempio dallo stesso Presidente Donald Trump che, alla domanda sugli effetti del ritiro dalla Siria su Israele avrebbe risposto, ricordando gli aiuti statunitensi di 4,5 miliardi di dollari di assistenza militare all’anno, che questi ultimi “si difendono bene”.