Dall’Indo-Pacifico all’Afghanistan la strategia degli Stati Uniti sembra che stia cambiando. Un rinnovamento che può rivelare anche una novità nella stessa percezione dell’America di fronte al resto del mondo: non più foriera di certezze né garante della “pax americana”, ma potenza instabile e rimescolata nel gioco mondiale.

L’immagine del ritiro dall’Afghanistan è apparso, soprattutto a livello mediatico, come il simbolo di una sconfitta. Interpretazione che però va data solo in parte. Gli Stati Uniti hanno perso se si ritiene che la vittoria sarebbe stata la definitiva sconfitta dell’integralismo islamico e dell’universo talebano. Ma dal momento che questo obiettivo non è mai stato perseguito in modo totalizzante e cristallino, il ritiro dall’Afghanistan è stata una scelta soprattutto dettata dal cambiamento delle esigenze interne e internazionali. Washington doveva sfuggire da quel fronte di guerra per accontentare il proprio elettorato e doveva farlo anche per evitare di fare da tappo a un caos che, controllato dalle truppe Usa e Nato, di fatto rendeva un favore anche ai nemici degli Stati Uniti. In primis Cina e Russia.

Il ritiro dall’Afghanistan ha però portato gli Stati Uniti a comportarsi non più come potenza egemone, ma come una delle tante, nemmeno come primus inter pares. Chiaro che la superpotenza americana rimane la principale forza politica e militare del mondo. Tuttavia c’è una spia che si è accesa da qualche tempo nella stampa statunitense e che forse segnala il cambiamento di percezione degli Stati Uniti da parte delle forze regionali, ed è data dalle indiscrezioni sulle continue ricerche di basi in Asia centrale da parte dell’amministrazione Biden. Il Pentagono appare in affanno. Il Wall Street Journal ha riportato più volte le strane trattative con la Russia per ottenere l’utilizzo delle basi russe nell’area al confine con l’Afghanistan. Ma gli analisti segnalano da tempo problemi nella strategia “oltre l’orizzonte” immaginata da Joe Biden, cioè quella di condurre attacchi mirati in territori afghano ma da altri Paesi. Gli Stati al confine stanno evitando di prendere posizione. E per la prima volta Washington sembra costretta a chiedere il permesso rimanendo relegata in quei giganteschi aeroporti mobili che sono le portaerei nel Golfo Persico e nel Mare Arabico. Portaerei che a questo punto diventano simboli galleggianti di un potere militare ma che sembra sempre meno politico e in grado di convincere anche i più riottosi.

Dal Golfo Persico ai mari dell’Australia, il patto Aukus conferma invece l’altra tendenza degli Stati Uniti. Da una parte un ritiro strategico e ponderato dall’Asia centrale ma senza avere il “paracadute” di nuove basi, dall’altra il rafforzamento degli alleati più affini ai desiderata di Washington per costruire una trincea che si occupi di contenere la Cina per conto degli Stati Uniti. L’accordo concluso tra Boris Johnson, Joe Biden e il premier australiano Scott Morrison non è semplicemente un patto sullo scambio di tecnologie e la vendita di sottomarini, ma è l’immagine di una nuova concezione della politica estera americana, dove agli avamposti in territorio straniero si sostituiscono federati in grado di rafforzare il limes di un impero che muta forma. Non necessariamente un simbolo di debolezza, ma di certo non come l’emblema di un’egemonia. L’interesse americano ora sembra essere quello di abbandonare fronti di guerra diventati dispendiosi e forieri di trappole e di concentrarsi sui propri interessi rafforzando coloro che ritiene più fedeli. Un tema che si vede anche nel rapporto con l’Europa: gli Stati Uniti non sono più in grado di sostenere la difesa della Nato senza che i partner del Vecchio Continente non iniziano a dare garanzie. L'”America is back” di Biden diventa così sempre più di più l’immagine di un ritorno dell’America ma dall’esclusivo punto di vista statunitense.