Donald Trump? Sembra un ossimoro, ma nella sua imprevedibilità è quasi un libro aperto. A Zhongnanhai, cuore operativo del Partito Comunista Cinese, a Pechino, lo conoscono bene. I principali consiglieri di Xi Jinping sanno che una vittoria del tycoon fa rima con rischio. E sanno ancor meglio che ogni rischio racchiude pericoli ma anche potenziali opportunità. E Kamala Harris? All’ombra della Città Proibita, per alcuni è un diamante grezzo che deve ancora capire i meccanismi della politica estera statunitense, per altri rappresenta un vero e proprio enigma.
Il momento delle elezioni presidenziali Usa si avvicina e la Cina si interroga ormai quotidianamente sui profili dei due principali candidati. I massimi dirigenti di partito raccolgono informazioni sui candidati, tracciano scenari, ipotizzano come potrebbero comportarsi gli Stati Uniti con Trump (di nuovo) alla Casa Bianca e, al tempo stesso, immaginano cosa potrebbero fare con Harris.
Oltre la Muraglia, think tank, pensatori, analisti e studiosi vari non hanno però ancora partorito una visione univoca su chi sarebbe un presidente statunitense “migliore” per la Cina. Anche perché entrambi gli sfidanti, tra le tante ed enormi divergenze, sono accomunati da un obiettivo: arginare l’ascesa del Dragone.
Trump? Una vecchia conoscenza (con riserva)
I consiglieri di Xi Jinping sanno bene di cosa è capace Trump. Durante il suo ultimo mandato, tra le altre misure anti cinesi, Washington ha imposto dazi su centinaia di miliardi di beni made in China, scatenato una crociata contro Huawei e utilizzato più volte un linguaggio razzista durante la pandemia di Covid-19.
Ma Xi ricorda anche che Trump, contro tutto e tutti, è stato l’unico presidente statunitense ad aver incontrato per tre volte un leader della Corea del Nord. Quando era in carica, il tycoon ha infatti più volte applicato il suo avanzato fiuto per gli affari – una caratteristica che lo contraddistingue – alla diplomazia Usa nel tentativo di scendere a patti con Kim Jong Un.
Ecco: qualcosa del genere potrebbe ingolosire Xi, che pure ne avrebbe di proposte (soprattutto economiche) da offrire ad un Trump versione presidente in nome di un buen vivir tra Stati Uniti e Cina.
C’è però l’altra faccia della medaglia, che chiama in causa l’imprevedibilità di The Donald: e se, con lui al potere, la Casa Bianca dovesse prendere di mira nuovi colossi cinesi, aumentare ancora i dazi o, per una semplice dimostrazione di forza, superare pericolose linee rosse nel Mar Cinese Meridionale? In quel caso, per la Cina e per il mondo intero, sarebbe un problema.
L’enigma Harris e i rischi di The Donald
La Cina è attenta a non far filtrare, almeno direttamente, alcun punto di vista sulle elezioni. Fonti di InsideOver confermano tuttavia che Trump viene visto come il presidente che porterebbe più incertezza nelle relazioni tra Pechino e Washington. Harris, invece, resta ancora un enigma: al massimo, è l’opinione più diffusa, replicherà l’agenda Biden.
In campagna elettorale, The Donald ha minacciato di imporre dazi superiori al 60% su tutte le importazioni cinesi. Ma è altrettanto vero che Xi potrebbe trarre beneficio da alcune mosse in politica estera di Trump, tanto più se quest’ultimo dovesse indebolire i rapporti tra gli Usa e i suoi partner nell’Indo-Pacifico.
Non solo: il Dragone sta cercando di capire come una presidenza Trump gestirebbe la guerra in Ucraina. Già, perché lo stesso Trump ha più volte spiegato di essere in grado di far cessare quel conflitto in tempi rapidissimi. Un’eventuale congelamento delle ostilità tra Mosca e Kiev potrebbe comportare un riavvicinamento tra Trump e Vladimir Putin, un alleato fondamentale per Xi, nonché l’aumento delle attenzioni militari statunitensi sull’Asia-Pacifico (e cioè sul “cortile di casa” cinese).
La narrazione dei media cinesi
Nel frattempo, sui social cinesi i post più virali non riguardano Trump o Harris, bensì le preoccupazioni dei cittadini americani in merito ad ipotetiche violenze post elettorali.
Il quotidiano China Daily ha condiviso una vignetta con al centro una caricatura della Statua della Libertà schiacciata tra le fauci di un Dragone. No, quel drago non rappresenta la Cina ma, come si legge sul suo dorso, ma la “violenza politica”. Chiaro il concetto: la vera minaccia per gli Stati Uniti non viene dall’Asia ed è più vicina alla Casa Bianca di quanto non si possa pensare…
“Tutti i ceti sociali negli Stati Uniti sono molto nervosi e l’opinione pubblica è in subbuglio. La polarizzazione politica e le divisioni nell’opinione pubblica statunitense si sono intensificate, così come la violenza politica”, ha invece scritto l’agenzia di stampa Xinhua.
Che vinca Trump o che trionfi Harris, dunque, Pechino intende canalizzare l’attenzione dell’opinione pubblica sulle profonde divisioni sociali, politiche ed economiche che caratterizzano gli Stati Uniti odierni. Per aggiungere ulteriore benzina sul fuoco, ma anche per cercare di dare una svolta almeno alla narrazione globale.