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Dopo mesi di stallo, sabato 12 settembre riprenderanno a Doha, in Qatar, i colloqui di la pace per l’Afghanistan. I rappresentanti del governo centrale si siederanno nuovamente al tavolo negoziale con i talebani, nel tentativo di mettere fine a una guerra che insanguina da decenni il Paese asiatico. Ma quali sono i punti ancora da risolvere, quale la situazione in Afghanistan e a che punto è il ritiro dei soldati americani dal Paese?

Chi siede al tavolo dei negoziati

I colloqui intra afghani sono iniziati dopo una prima intesa raggiunta tra i talebani e gli Stati Uniti, i primi a dare il via al processo di risoluzione del conflitto. Solo in un secondo momento i combattenti hanno accettato di trattare con il Governo di Kabul, da sempre considerato un semplice burattino nelle mani di Washington, dando così il via ai cosiddetti colloqui intra afghani. A sedersi al tavolo dei negoziati, quindi, saranno due delegazioni che rappresenteranno da una parte il Governo e dell’altra i talebani. Nello specifico, il primo gruppo è formato da ufficiali governativi ed esponenti dell’opposizione, oltre a rappresentanti della società civile e attiviste per i diritti delle donne. A dirigere i negoziati è Masoom Stanekzai, uomo da sempre vicino al presidente afghano Ashraf Ghani nonché ex capo dell’intelligence. Nella delegazione governativa troviamo anche Abdullah Abdullah, rivale di Ghani alle ultime elezioni ed oggi leader dell’Alto consiglio per la riconciliazione nazionale, costituito recentemente per indicare la linea negoziale da seguire durante i colloqui di pace.

Il gruppo dei talebani include invece molti uomini che hanno già presieduto ai negoziati con gli Stati Uniti, ma questa volta a guidare la delegazione è Mawlawi Abdul Hakim Haqqani, giudice della corte di Kandahar sotto il regime dei talebani noto per la sua visione particolarmente estremista della società. Hakim Haqqan, secondo il New York Times, è stato scelto in virtù della sua forte influenza sui talebani, meno uniti di quanto possa sembrare.

Un accordo difficile

I due punti di maggiore divisione tra le rispettive delegazioni sono la visione politica e il ruolo delle donne nella futura società afghana. Le due parti hanno ovviamente un’idea molto differente di Stato: i rappresentati di Kabul vogliono che l’Afghanistan continui ad essere una Repubblica democratica, mentre i talebani sono da sempre sostenitori di una teocrazia islamica basata sulla sharia.

L’imposizione della legge coranica quale guida della vita politica e civile avrebbe degli effetti negativi sull’intera società ma soprattutto sulle donne, che hanno una loro rappresentanza nella delegazione governativa. Su questo punto in realtà i talebani si sono espressi sempre in maniera molto vaga, affermando soltanto che i diritti delle donne saranno garantiti nel rispetto della legge islamica e che non si arriverà alle restrizioni imposte tra il 1996 e il 2001, quando a governare erano per l’appunto i talebani. In quel periodo, alle donne era negato l’accesso all’istruzione, al lavoro, alla vita politica e qualsiasi attività al di fuori delle mura domestiche richiedeva la presenza di un uomo della famiglia.

Un terzo punto su cui le parti non hanno ancora trovato un compromesso è su come integrare nuovamente nella società i talebani stessi e su come evitare che anche dopo la firma della pace le faide interne alla popolazione continuino.

Lo scambio dei prigionieri e il ritiro degli Usa

Ad aver ritardato la ripresa dei colloqui intra-afghani, il cui inizio era previsto per marzo, è stato il controverso scambio di prigionieri deciso tra le parti. Secondo l’accordo, i talebani si impegnavano a rilasciare mille soldati afghani catturati, mentre Kabul avrebbe liberato 5mila combattenti. Il nodo della questione riguardava la sorte di sei talebani, contro la cui liberazione si erano espressi Francia e Australia: i combattenti in questione sarebbero responsabili delle morte di alcuni cittadini francesi e australiani. Per risolvere il dilemma e accontentare il più possibile tutti, le parti hanno deciso che i sei talebani saranno trasferiti in una prigione del Qatar.

Sullo sfondo resta invece il ritiro delle truppe americane: le due delegazioni vogliono arrivare ad un accordo di pace prima che gli Usa lascino definitivamente il Paese. I primi soldati americani hanno fatto ritorno in patria già a marzo ed entro la fine dell’estate era prevista una prima riduzione delle forze americane, con il passaggio dalle 12mila alle 8.600 unità. Secondo quanto dichiarato dal presidente Trump, entro la fine del 2020 in Afghanistan dovrebbero rimanere intorno ai 4/5mila militari statunitensi, mentre il ritiro completo avverrà entro la primavera del 2021. In cambio del ritiro delle proprie truppe, gli Usa hanno chiesto ai talebani di impegnarsi in prima persona nella lotta contro lo Stato islamico e qualsiasi altra formazione estremista per evitare che il Paese torni ad essere un rifugio per i jihadisti. L’accordo prevede anche la fine degli attacchi reciproci tra talebani e soldati americani, con i primi che hanno anche garantito la sicurezza delle truppe a stelle e strisce al momento del ritiro dal Paese.

Ad oggi non ci sono però informazioni particolarmente dettagliate su come gli americani potranno controllare il rispetto degli accordi presi con i talebani. Si parla di un ufficio con sede a Doha che dovrebbe monitorare le mosse dei combattenti in Afghanistan, ma non ci sono stati sviluppi in merito. Diversi analisti hanno più volte sollevato dei dubbi sull’affidabilità dei talebani e un report consegnato ad agosto al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite ha rivelato come un alto numero di foreign fighters vicini ad al Qaeda sia ancora presente in Afghanistan.

L’attentato a Saleh

Il 9 settembre, alla vigilia della ripresa dei colloqui intra afghani e subito dopo l’accordo per lo scambio dei prigionieri, il vicepresidente Amrullah Saleh è sopravvissuto ad un secondo attentato organizzato contro di lui nel giro di pochi mesi. Secondo quanto riferito dai media locali, una bomba è esplosa al passaggio dell’auto su cui viaggiava Saleh all’interno del quartiere residenziale di Taimani, a Kabul. L’esplosione ha causato la morte di dieci civili e il ferimento dello stesso Saleh, che poco dopo l’incidente ha pubblicato un messaggio video in cui annunciava di essere sopravvissuto ancora una volta ad un attentato contro la sua vita.

I talebani hanno immediatamente negato ogni responsabilità, ma è innegabile che la figura di Saleh sia ben poco apprezzata dai combattenti. Il vicepresidente ha ricoperto in passato il ruolo di capo dei servizi segreti e ha più volte espresso la sua opposizione nei confronti dei talebani e del Pakistan. Secondo quanto riferito dal ministro degli Interni, dietro all’attentato contro Saleh ci sarebbe l’ala più estremista dei talebani contraria ai negoziati con Kabul e in generale ai colloqui di pace. Il fronte dei combattenti infatti è meno unito di quanto possa sembrare: non tutti vogliono ritornare al potere tramite negoziati, preferendo invece riprendere la guerra contro il Governo centrale.