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Come se le tensioni e il senso della tragedia non fossero abbastanza vivi in Europa negli ultimi mesi, le autorità di Polonia e Germania rispolverano in queste settimane una delle questioni più annose -e dolorose- degli ultimi ottant’anni. Sul ring, da un lato, una delle nazioni che più ha sofferto le ferite della Seconda Guerra Mondiale, trattata da secoli da ancella d’Europa, spartita e ripartita innumerevoli volte; dall’altro, la nazione portatrice del peccato originale del Nazismo e dell’aggressione che diede il via alla Seconda Guerra Mondiale.

La richiesta della Polonia

Dopo diversi anni (il “lavori” sono iniziati nel 2017) e un team di circa 30 esperti, soprattutto economisti e storici, nell’anniversario dello scoppio della Seconda Guerra Mondiale (quando 83 anni fa, il 1 settembre 1939, Adolf Hitler dava ordine alla Wehrmacht di varcare il confine) il governo polacco ha pubblicato il rapporto sul costo economico-sociale sostenuto dalla Polonia nei cinque anni di occupazione nazista: il responso è stato pari a 1,3 trilioni di euro. Berlino non ci sta e restituisce al mittente la richiesta, affermando che la questione delle riparazioni del tempo di guerra è “chiusa”.

La pubblicazione del rapporto in tre volumi è stata al centro delle celebrazioni nazionali dell’anniversario della guerra. Il capo del team che lo ha redatto, Arkadiusz Mularczyk, ha affermato che è impossibile attribuire un valore finanziario alla perdita di circa 5,2 milioni di vite che ha attribuito all’occupazione tedesca. Ha elencato le perdite per le infrastrutture, l’industria, l’agricoltura, la cultura, le deportazioni in Germania per il lavoro forzato e gli sforzi per trasformare i bambini polacchi in tedeschi.

Il caos è scoppiato il 1° settembre scorso, quando il leader del partito Diritto e giustizia (PiS), Jaroslaw Kaczynski, ha annunciato che Varsavia invierà una richiesta formale di risarcimento alla Germania, insistendo sul fatto che la mossa servirà alla “vera riconciliazione polacco-tedesca” e alla “verità”. Kaczyński, non ha un ruolo istituzionale ma, nonostante ciò, gli viene riconosciuta una certa moral suasion sul partito di governo. Parlando dal Castello di Varsavia, Kaczynski ha presentato il rapporto sui danni che il Paese ha subito a causa dell’aggressione da parte del Terzo Reich: “È stata presa la decisione di chiedere un risarcimento alla Germania. Occorre battersi per simili questioni. Non promettiamo che sarà un successo rapido. Diciamo solo che è un obbligo per la Polonia, l’eliminazione di una lacuna nella nostra azione di Stato sovrano”.

Il rapporto parlamentare, che è stato commissionato cinque anni fa, ma la cui pubblicazione è stata più volte ritardata, metterà ulteriormente alla prova le relazioni diplomatiche tra Polonia e Germania proprio mentre i due Paesi dovrebbero far fronte comune.

La risposta della Germania

A complicare le cose ci ha pensato la modesta geremiade di Olaf Scholz. Il governo tedesco sostiene che la Polonia ha rinunciato al diritto alle riparazioni di guerra nel 1953, come parte di un accordo in cui la Germania dell’Est, cedeva i territori oltre il confine Oder-Neisse alla Polonia e alla Russia. L’attuale governo polacco sostiene che la rinuncia è stata concordata sotto la pressione dell’Unione Sovietica. La Germania afferma, invece, che eventuali problemi di riparazione in sospeso sono stati risolti con l’accordo “2+4” tra Stati Uniti, Regno Unito, Francia e Unione Sovietica che ha sancito la riunificazione nel 1990 – un accordo, ha detto venerdì un portavoce del governo, che la Polonia “ha accolto senza riserve”.

Varsavia però ha mal digerito questo riferimento ai confini, ferita ancora aperta per un Paese più volte smembrato e che vede su di sé la minaccia russa a causa della sua prossimità geografica. La Polonia vuole che il cancelliere tedesco chiarisca le sue parole sulla possibilità di una revisione dei confini tra i due Paesi. A scatenare ulteriormente le ire polacche, il fatto che numerosi giuristi e internazionalisti, giudichino le restituzioni territoriali alla Polonia come riparazioni di guerra, ignorando che esse siano invece una restitutio che semmai si aggiunge al diritto alle riparazioni.

Dove nacque il problema delle riparazioni tedesche

I danni materiali e morali subiti dalla Polonia durante lo scorso conflitto mondiale sono stati ingenti e la virulenza dell’aggressione tedesca, indubbia. Molte di queste azioni erano contrarie al diritto internazionale, come la distruzione sfrenata e ingiustificata di Varsavia nel 1944. A questo è seguita una ricostruzione condotta esclusivamente attraverso gli sforzi della Polonia e della sua società e la beffa per molte vittime delle azioni tedesche, che non furono mai risarcite.

Il tema della Polonia era stato largamente pregiudicato da quanto accaduto alla conferenza di Teheran poichè aprì sul piano politico la prima delle maggiori vertenze all’interno della grande alleanza: la prima è la più importante perché la Polonia era il segno del risultato della guerra ma al tempo stesso l’ostaggio principale della sicurezza di Mosca. Il ricordo delle polemiche che avevano seguito la scoperta delle fosse di Katyn e l’insurrezione di Varsavia erano ancora troppo cocenti perché fra i contendenti potesse nascere improvvisamente un’atmosfera di fiduciosa collaborazione: sul tavolo bisognava decidere come e quando esigere i famosi 20 miliardi di dollari di riparazioni dovute dalla Germania.

Le decisioni di Potsdam

Le riparazioni sono generalmente disciplinate dai trattati di pace, ma il caso polacco è complesso perché giace in due differenti trattati e in due differenti fasi storiche. La prima, iniziata nel 1945 con l’accordo di Potsdam, e la seconda terminata decenni dopo con la riunificazione tedesca. Secondo l’accordo di Potsdam, le richieste di risarcimento polacche avrebbero dovuto essere soddisfatte dall’Unione Sovietica, sotto il cui effettivo controllo la Polonia era caduta: questo spiega perché le riparazioni non furono mai completamente trasferite. Solo gli individui, come le vittime del lavoro forzato e di esperimenti pseudo-medici e i prigionieri dei campi, ricevettero somme simboliche dalle fondazioni polacco-tedesche. Né la Polonia né la Germania erano parti dell’accordo, e agli interessi e alla confusione dei grandi venne rimessa la questione.

Come un fulmine a ciel sereno, nel 1953, il leader polacco Bolesław Bierut, rilasciò una dichiarazione in cui annunciava che dal 1° gennaio 1954 la Polonia avrebbe rinunciato a tutte le richieste irrisolte in merito alle riparazioni di guerra. La rinuncia non venne tramutata in legge ma restò sulla carta stampata. Berlino la considerò comunque valida, poichè pubblica, riscontrando anche la conferma polacca del significato giuridico della rinuncia per ben due volte (nel 1970 e nel 2004). Tuttavia, oggi, Varsavia sostiene una nuova linea, secondo cui la Polonia non ha mai rinunciato formalmente al diritto alle riparazioni. Oggi, questa nuova disputa, si gioca attorno alla validità o meno di quella dichiarazione non tradotta in un atto legale, ma soprattutto avvenuta sotto il giogo sovietico. Il responso, quello giuridico, sta nei codici e codicilli di quello spettro che è il diritto internazionale e in un eventuale verdetto di un arbitrato o di un giudice super partes come le Nazioni Unite.

Una disputa tutta polacca?

Ma è proprio dall’opposizione polacca che giunge una levata di scudi contro la proposta di risarcimento verso Berlino: la richiesta, infatti, sarebbe una provocazione tutta legata alla politica interna e alle prossime elezioni. “Non credo che il nostro futuro governo, composto da raggruppamenti democratici, tornerà sulla questione delle riparazioni di guerra dalla Germania”, ha affermato il parlamentare liberale della Piattaforma civica (PO) Grzegorz Schetyna. “Certo, la guerra non è stata risolta e dovremmo parlarne con la Germania, ma quello che sta facendo il PiS oggi è una negazione del dialogo; sta sfruttando il dolore delle vittime offuscandone la memoria”, gli fa eco il leader centrista di Polonia 2050 Szymon Holownia. “La campagna anti-tedesca scatenata dal partito Legge e Giustizia è vergognosa”, ha aggiunto. L’ex primo ministro polacco Donald Tusk ha affermato che il riemergere della questione delle riparazioni fa parte di una “campagna anti-tedesca” progettata principalmente per sostenere il partito di Kaczyński in vista delle elezioni polacche del prossimo autunno.

In un momento di tale tensione nell’est Europa, agitare lo spauracchio di revisioni di confine o delle riparazioni di guerra risulta non solo anacronistico, ma quanto mai irresponsabile sia perché rischia di fornire un grave precedente (in grado di influenzare anche il dibattitto sull’aggressione russa all’Ucraina), sia perché minaccia di sgretolare una delle basi del processo europeo: la rinuncia a qualsiasi forma di revanchismo.

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