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La rielezione di Emmanuel Macron alla guida dell’Eliseo servirà a ribadire la centralità dell’asse franco-tedesco? La domanda è importante perché è da questo che si decideranno gli equilibri dell’Unione europea. E il presidente francese, che già con Angela Merkel aveva rilanciato l’alleanza con Berlino firmando il Trattato di Aquisgrana, si trova ora nella condizione di essere il leader politicamente più longevo dell’Ue e di questo asse.

La prima telefonata del capo dell’Eliseo una volta rieletto è stata proprio con il cancelliere Olaf Scholz. Questo potrebbe essere dunque il primo indizio di una riconferma di quel “motore” della diplomazia europea, come viene spesso definito dalle parti di Parigi e Berlino, che è rappresentato dalla coppia franco-tedesca.

Per i due leader, uno eletto alla fine dello scorso anno e uno riconfermato nella giornata di ieri, si apre una stagione particolarmente importante dal momento che per i prossimi anni è altamente probabile che rimangano in sella ai rispettivi Paesi. Dunque potranno decidere non solo i destini di Francia e Germania, ma anche inevitabilmente dell’Europa. Questo sia in virtù della loro forza politica, sia di quella economica.

Se però la finestra d’opportunità è importante sia per il presidente francese che per il cancelliere tedesco, che sconta una pesante eredità di Merkel, c’è da fare un’altra considerazione, più contingente, che smonta in parte l’entusiasmo manifestato dall’Europa dopo la vittoria di Macron. E questa considerazione riguarda l’indebolimento dimostrato proprio dal cuore pulsante dell’Unione europea, cioè da quella sinergia di Aquisgrana, con l’avvento della guerra in Ucraina. L’invasione russa ha infatti scatenato non solto una reazione unitaria di sdegno nei confronti della “operazione militare speciale” voluta da Vladimir Putin, ma anche un forte riassestamento dell’Alleanza Atlantica con Stati Uniti e Regno Unito che hanno confermato di avere saldamente in mano la Nato e le strategie politico-militari del Vecchio Continente. Questo può sembrare naturale nel momento in cui l’unica vera alleanza militare europea è quella atlantica, tuttavia non va dimenticato come per diversi mesi, specialmente dopo la disastrosa a ritirata dall’Afghanistan, l’Europa aveva iniziato a parlare in maniera sempre più decisa di autonomia strategica, di un blocco continentale che fosse in grado di esprimere una propria agenda estera e di avere un protagonismo in chiave internazionale financo militare.

Ma la guerra in Ucraina, tra le sue varie conseguenze, ha avuto anche quella più strategica di ribadire la netta preponderanza degli obiettivi atlantici sul Vecchio Continente e soprattutto la forte capacità di Washington di raggruppare gli alleati europei in base alla divisione tra Occidente e Oriente, in un rinnovato vento di Guerra Fredda. L’autonomia strategica, almeno alla prima grande prova della storia, ha subito dunque una brusca frenata, complici anche i legami con Mosca che nel tempo si erano consolidati.

L’asse franco-tedesco, in questa fase, ne è stato inevitabilmente colpito. La Germania è stata costretta a dover porre fine, almeno per il momento, alle ambizioni energetiche rappresentate dal Nord Stream 2, il raddoppio del gasdotto che avrebbe collegato il territorio tedesco ai giacimenti russi. Lo stesso Scholz che aveva assunto il dossier russo per evitare che gli Esteri tedeschi fossero eccessivamente aderenti alle spinte atlantiche, ha dovuto accettare di interrompere la tradizionale “Ostpolitik” del suo Spd. E le discussioni sulle sanzioni alla Russia e le armi all’Ucraina hanno confermato quella polarizzazione che ha investito Berlino e di conseguenza anche il posizionamento internazionale tedesco. Lo stesso cancelliere aveva provato a parlare con Putin per fermare l’escalation prima dell’inizio delle operazioni militari a febbraio, ma non è bastato a cambiare le sorti dell’Ucraina e della Federazione Russa.

Dal canto suo Macron, desideroso di sganciare l’Europa non tanto dalla Nato quanto da una eccessiva adesione ai desiderata di Washington (nel solco della tradizione gollista), ha dovuto fare i conto con una leadership che non ha saputo traghettare l’Ue verso quel protagonismo sognato dal presidente francese. L’europeismo di Macron, che è anche frutto di quella strategia francese di utilizzare l’Ue come moltiplicatore di potenza, si è dimostrato debole di fronte alla rapida accelerazione dei processi storici e geopolitici in corso in tutto il continente. L’Europa, più che palcoscenico dell’asse franco-tedesco, oggi appare ancora saldamente legata all’orbita Nato, con diversi Stati membri che hanno consolidato blocchi ben diversi da quelli tradizionali dell’Ue, in particolare quelli orientali. Baltici, Polonia e Balcani orientale appaiono fortemente orientati a una maggiore sinergia atlantica. E questo in qualche modo comporta per Macron e Scholz una prima vera grande sfida: capire come sia possibile, in questa nuova Guerra (Fredda) recuperare il terreno perduto del loro motore dell’unità europea.

Le divisioni, anche tra i due leader, non mancano. In primis sotto il profilo energetico, che è anche (soprattutto) strategico. La Francia aveva già dimostrato di essere pronta a indurire le misure contro la Russia, a partire dall’embargo a gas e petrolio. La Germania, al contrario, ha già fatto capire di non avere alcuna voglia di interrompere il flusso di idrocarburi dai giacimenti di Mosca per non punire l’industria e l’economia nazionale. Un team che ha provato anche un certo isolamento di Berlino proprio in virtù di quella stretta atlantista di cui avevamo parlato. Ma Macron ha bisogno in questa fase della Germania così come Scholz ha bisogno della Francia. E bisognerà capire se Parigi vorrà sfruttare questa fase per spostare su di sé il baricentro dell’asse franco-tedesco del continente, magari puntando anche sull’Italia, oppure se dare ossigeno al cancelliere e rimettere al centro quella sinergia che per anni sembrava rappresentare il vero regista dell’Ue. Sullo sfondo non manco i terreni dove raggiungere un compromesso.

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