Non è certo una novità: per Israele la capitale è la Città Santa e non a caso è proprio lì che hanno sede parlamento e governo. La questione “ambasciate” è più legata al riconoscimento internazionale. In poche parole: quali Paesi sono disponibili a seguire le orme di Trump nel riconoscere Gerusalemme come capitale dello Stato ebraico”?
Una mossa che sul piano pratico cambia ben poco, ma che spinge la comunità internazionale a prendere una posizione chiara, o da una parte o dall’altra, con tutti i relativi rischi.

Il Papa ha detto “lasciate le cose come stanno”, consapevole del fatto che si sta giocando col fuoco e che il contesto generale del Medio Oriente è già dilaniato da anni di guerre in Siria, in Iraq, in Yemen. Gruppi jihadisti sunniti e sciiti hanno già annunciato “l’inferno” in seguito alla decisione della Casa Bianca.

Quali sono dunque i rischi sul piano del terrorismo internazionale?

Il primo è legato a una possibile unione di gruppi radicali sciiti e sunniti in chiave non soltanto anti-Israeliana e anti-americana, ma anti-occidentale. Un Occidente ritenuto da alcuni gruppi radicali passivo, colluso con gli interessi di Israele e che nei fatti non fa nulla per contrastare “l’avanzata sionista”.

Se finora, con la guerra in Siria e in Iraq, lo scontro tra sciiti e sunniti ha preso il sopravvento sulla lotta contro Israele, ora vi è il rischio che le cose possano cambiare e che Israele torni ad essere il bersaglio primario del terrorismo islamista che da sempre sposa la causa palestinese.

I Paesi che decideranno di trasferire le proprie sedi diplomatiche da Tel Aviv a Gerusalemme correranno dunque il rischio di finire nel mirino del jihadismo internazionale perché di fatto avranno preso una posizione chiara.

Sarà dunque interessante vedere come si muoveranno i Paesi europei che si trovano ormai da anni a fare i conti con il nuovo terrorismo di matrice Isis e non con poche difficoltà. E’ prevedibile una grande cautela per quanto riguarda “Gerusalemme capitale” e non è certo un caso che mentre Macron chiamava Washington per protestare, Berlino definiva la mossa di Trump “uno sviluppo pericoloso, interesse di tutti che non accada”. Di tutti chi?

È fondamentale ricordare che in Europa sono presenti gruppi islamisti legati all’area Fratelli Musulmani (Hamas inclusa) che da decenni fanno attivismo militante non soltanto in favore della causa palestinese, ma anche per Mohamed Morsi e in chiave anti-Assad per una cosiddetta “Siria libera”. Gruppi che intrattengono anche rapporti con la politica europea e che svolgono un ruolo di primo piano nel mantenere la ummah islamica presente in Europa radicata alle questioni dei propri Paesi d’origine. Una vera e propria pentola a pressione lasciata bollire negli anni e che ora rischia di condizionare la politica estera dei Paesi membri.

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