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L’imminente insediamento di Donald Trump alla presidenza degli Stati Uniti porterà alla Casa Bianca un inquilino fortemente favorevole ad un brusco cambio di rotta delle politiche conte negli ultimi anni da Washington nei confronti della Russia di Vladimir Putin. Più volte, in dichiarazioni d’intenti e interviste, Trump ha infatti espresso apertamente la volontà di superare l’aspra conflittualità geopolitica col Cremlino e di aprire un dialogo tra Stati Uniti e Russia su temi di interesse comune. Nonostante lo stesso Putin non possa non recepire in maniera positiva i segnali distensivi di Trump, nei prossimi mesi l’effettivo reset tra Washington e Mosca si potrà produrre solo se i dialoganti sapranno costruire una piattaforma di fiducia e individuare i temi cruciali attorno ai quali imbastire il loro dialogo.

Gli ostacoli potenzialmente in grado di interrompere la convergenza tra Putin e Trump sono numerosi e di notevole portata. Non va infatti sottovalutato il ruolo che negli Usa potrebbe giocare un’istituzione come il Congresso, i cui componenti sono decisamente ostili al dialogo con la Russia, ritenuta il principale avversario strategico, sulla scia di considerazioni dominanti anche nelle alte sfere del Pentagono e dell’apparato burocratico del Partito Repubblicano. Nominando Rex Tillerson a capo del Dipartimento di Stato, Trump ha voluto mandare un messaggio forte, puntando a riqualificare l’importanza di un centro di potere notevolmente depotenziato nel corso della seconda amministrazione di Barack Obama: tuttavia, le prime dichiarazioni di Tillerson riguardanti la Russia pronunciate nel corso della suo discorso al Senato di mercoledì 11 gennaio sono state improntate a una sostanziale continuità col passato. Indipendentemente dal fatto che esse siano state dettate da necessità tattiche o ispirate dall’obiettivo di evitare uno strappo tra l’amministrazione e il Congresso, che pregiudicherebbe il capitale vantaggio di cui gode il Partito Repubblicano, maggioritario in entrambi i rami parlamentari statunitensi, è chiaro come la strada verso un eventuale riavvicinamento strategico russo-americano parta decisamente in salita.Le pesantissime accuse che stanno investendo il Cremlino nell’ambito della vicenda sui presunti attacchi hacker volti a favorire l’elezione di Trump alla Casa Bianca, secondo Marcello Foa parte di una “sporca guerra” lanciata dagli apparati di potere statunitensi al Presidente eletto, testimoniano apertamente le forte resistenze contro cui si dovrebbe scontrare qualsiasi tentativo di dialogo concreto tra Stati Uniti a Russia. Oltre a questo, è importante sottolineare come la crisi oggigiorno intercorrente tra Mosca e Washington si declini in maniera sistemica in diversi scenari geopolitici, caratterizzati per la presenza di interessi direttamente contrastanti delle due potenze o per la conflittualità tra le rispettive sfere di influenze ed alleanze internazionali.Il nodo gordiano per eccellenza è ovviamente rappresentato dal Medio Oriente, in special modo dalla Siria. La recente notizia dell’invito degli Stati Uniti al negoziato organizzato dalla Russia assieme ad Iran e Turchia per discutere le condizioni necessarie a concludere il conflitto siriano, destinato ad aver luogo dopo l’uscita di scena di Barack Obama, non testimonia solo la completa assenza di fiducia tra il Cremlino e l’inquilino uscente della Casa Bianca ma anche l’esistenza di una reale volontà russa di appianare la forte contrapposizione bilaterale. Il Washington Post riporta come tali negoziati dovrebbero iniziare in Kazakistan il 23 gennaio, tre giorni dopo l’insediamento di Trump: sin dai primi giorni della nuova amministrazione, di conseguenza, si potranno avere importanti indicazioni circa la fattibilità del dialogo russo-americano. La strada, nella questione siriana, è decisamente in salita: nulla ha separato negli ultimi anni Russia e Stati Uniti quanto le prese di posizioni di Mosca e Washington riguardo al regime di Assad, alleato strategico da puntellare per la Russia e avversario numero uno per gli Stati Uniti di Barack Obama. La recente vittoria delle forze lealiste ad Aleppo ha aumentato il potere negoziale del legittimo governo di Damasco e, in generale, della coalizione sciita supportata dalla Russia, mentre la presenza di una volontà comune di debellazione dello Stato Islamico potrebbe fungere da catalizzatore per un’intesa coinvolgente tutti gli attori operanti nello scacchiere siriano. Assad ha definito Trump un “alleato naturale” nella lotta al terrorismo, ma è bene sottolineare come la pacificazione della regione non possa basarsi esclusivamente sulla comune volontà di contrasto all’apparato terroristico e parastatale dell’Isis, e sarà necessario che dai colloqui kazaki emerga una volontà comune circa il futuro assetto del Medio Oriente che tenga conto anche del delicato equilibrio tra gruppi etnico-religiosi e apparati statali nella regione.[Best_Wordpress_Gallery id=”390″ gal_title=”Preparativi Trump”]In riferimento allo scenario siriano, non si può non citare la questione iraniana come un’ulteriore, possibile, remora in grado di rallentare il riavvicinamento tra Vladimir Putin e Donald Trump. Mentre la “relazione speciale” tra Mosca e Teheran va via via intensificandosi sulla scia della cooperazione politico-militare in Siria e dei sempre più stretti legami economici, Stati Uniti e Iran sembrano destinati a conoscere presto una nuova fase di contrapposizione. Trump ha infatti aspramente criticato l’accordo sul nucleare siglato dall’amministrazione Obama, che prima ancora di un’effettiva cancellazione rischia ora di non venire mai pienamente implementato. Non è certo che un accordo sulla Siria possa portare a dividenti positivi anche nel dialogo tra Washington e Teheran: in ogni caso, le attive dichiarazioni filoisraeliane di Trump sono corrisposte dalle pregiudiziali anti-iraniane di numerosi membri della sua futura amministrazione, con a capo il National Security Advisor Michael T. Flynn, a sua volta molto critico in passato contro il Nuclear Agreement. L’elevato capitale geopolitico prodotto dall’alleanza russo-iraniana potrebbe portare Mosca a ritenere difficile ogni possibile riavvicinamento agli Stati Uniti nel caso in cui Washington riprenda la tradizionale linea di ostilità verso Teheran.La questione determinante che guiderà i futuri negoziati tra la Russia di Putin e gli Stati Uniti di Trump sarà quella relativa all’inserimento di un’eventuale sintonia tra Mosca e Washington nel quadro di un sistema geopolitico coerente. Le difficoltà in questo senso sono numerose, come riscontrabile analizzando lo scenario che, sul lungo periodo, potrebbe determinare in maniera autonoma ed esclusiva il futuro dei rapporti russo-americani: quello della macroregione pacifica, ove la contrapposizione tra la Cina e gli Stati Uniti è destinata a intensificarsi nei prossimi anni.Nel corso della campagna elettorale e dopo l’elezione dalla Casa Bianca, infatti, Trump non ha mai mancato di indicare nella Cina il principale avversario strategico degli Stati Uniti, ribadendo apertamente le sue accuse circa la “manipolazione economica” compiuta dalla Repubblica Popolare, imputata di aver condotto una politica commerciale sleale nel corso degli ultimi anni svalutando arbitrariamente lo yuan, anche nell’intervista al The Wall Street Journal in cui ha ufficializzato la sua volontà di rimuovere le sanzioni alla Russia. Al tempo stesso, la contrapposizione nel Mar Cinese Meridionale, avviatasi nel corso dell’era Obama, sta assumendo la forma di un vero e proprio “Grande Gioco” dell’Oceano Pacifico mano a mano che la concentrazione di forze militari e interessi economici incrementa la rilevanza strategica della regione, oramai baricentro della geopolitica planetaria. Ulteriori complicazioni nei rapporti tra gli Stati Uniti e la Cina sono state provocate dalla disputa riguardante lo status giuridico di Taiwan in seguito al colloquio telefonico tra Trump e la presidentessa di Taipei Tsai Ing-wen dello scorso 3 dicembre che ha di fatto ribaltato la One China policy a lungo perseguita dai governi di Washington.In un contesto che vede la Russia riconoscere nella Repubblica Popolare il suo principale alleato politico e sposare attivamente il progetto della “Nuova Via della Seta” proposta dal governo di Pechino, che potrebbe incrementare l’interscambio bilaterale a 200 miliardi di dollari annui entro il 2020, è difficile pensare che Mosca, posta di fronte a un’eventuale crisi sino-americana, scelga di operare un completo cambio di direzione in nome della semplice riappacificazione con Washington. L’asse geopolitico tra Mosca e Pechino, consolidatosi negli anni in cui la Russia ha iniziato ad operare attivamente nello spazio euroasiatico, rappresenta la colonna portante e la garanzia principale del sistema multipolare, ed è difficile pensare che gli Stati Uniti possano inserirsi come perno tra Russia e Cina.Come visto, tanto sul piano interno agli Stati Uniti quanto sullo scacchiere internazionale, molti ostacoli concreti dividono Vladimir Putin e Donald Trump a pochi giorni dall’inizio della nuova amministrazione statunitense. Le incognite geopolitiche sono numerosissime, e i tre scenari descritti lo testimoniano apertamente. Compito dei due governi sarà, a partire del 20 gennaio, la ricerca di una sintonia volta a inserire ogni trattativa nell’ambito di una strategia di ampio respiro, in modo tale che la fine della contrapposizione tra Russia e Stati Uniti possa essere un risultato chiaro e consolidato nel tempo, e non una semplice dichiarazione di intenti destinata a non essere seguita da risultati concreti nei mesi a venire.

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