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Ricapitoliamo: la sera del 3 novembre, il premier libanese Saad Hariri arriva a Riad, dopo aver ricevuto una telefonata in cui lo si informava che re Salman desiderava incontrarlo. Il suo aereo viene subito accerchiato dalla polizia saudita perché – questo è quello che dicono a Riad – Hariri rischia un attentato. Da parte di chi? Non è dato saperlo. Il premier viene portato in un luogo sicuro e, da qui, annuncia le sue dimissioni in diretta tv. Molti, compreso il reporter di guerra Robert Fisk, ritengono che quel discorso non sia stato preparato da Hariri.

Qualche ora dopo, inizia la “notte dei lunghi coltelli” di casa Saud. Vengono arrestati 11 principi, compreso il ricchissimo Alwaleed bin Talal, e diversi ex ministri e funzionari. Sono tutti accusati di  corruzione, motivazione che in Medio Oriente viene data per giustificare le purghe politiche, come ha scritto Alberto Negri su Il Sole 24 ore: “Nei regimi mediorientali quando le cose non vanno bene, dentro e fuori, scattano le ‘campagne anti-corruzione’ o di ‘rettifica’ per far fuori gli oppositori interni dell’uomo forte del momento e lanciare un messaggio all’esterno”. Nelle stesse ore degli arresti, gli Houthi yemeniti riuscivano a lanciare un missile non lontano dall’aeroporto di Riad

Ma c’è anche qualcosa di più, come abbiamo scritto fin dall’inizio. C’è la volontà da parte dell’Arabia Saudita di arrivare a uno scontro frontale con l’Iran. E in questa direzione sembrano andare le dichiarazioni del ministro degli Esteri di Riad Adel al Jubeir all’emittente Cnbc: “Il supporto al terrorismo dell’Iran e il suo programma di missili balistici sono violazioni delle risoluzioni internazionali. Per questo motivo ci piacerebbe vedere delle sanzioni contro Teheran”. E il ministro saudita sembra essere sulla stessa lunghezza d’onda per quanto riguarda l’accordo sul nucleare iraniano: “Una volta scaduto l’accordo saranno revocati i limiti su quante centrifughe (per l’arriccchimento dell’uranio, ndr) l’Iran può avere. Gli iraniani teoricamente potrebbero avere tra le 50mila e le 100mila centrifughe” e possono “produrre abbastanza uranio arricchito per una bomba in settimane e questo è molto pericoloso. Le altre disposizioni che devono essere rafforzate – ha proseguito il ministro – sono le ispezioni, che devono includere i siti non dichiarati e i siti militari. Vorremmo vedere l’Agenzia internazionale per l’energia atomica fare di più nel trattare questo aspetto”. Ma non solo. Nel mirino del ministro c’è anche il Partito di Dio libanese: “Il mondo deve designare Hezbollah come un’organizzazione terroristica. Non possiamo permettere che il Libano sia una piattaforma da cui nuocere all’Arabia Saudita – ha proseguito al Jubeir – Il popolo libanese è innocente. Il popolo libanese è stato dominato da Hezbollah e dobbiamo trovare un modo per aiutarlo a liberarsi”.

I media israeliani sono preoccupati che la strategia saudita possa portare lo Stato ebraico ad un nuovo conflitto con il Partito di Dio. In un editoriale, Haaretz riporta quelle che sono le preoccupazioni di Tel Aviv: “L’Arabia Saudita sta aprendo un nuovo fronte contro l’Iran e vuole che Israele faccia il lavoro sporco”. Secondo diversi analisti, adesso Hezbollah potrebbe cercare il confronto bellico contro lo Stato ebraico per provare ad unire la popolazione libanese attorno a sé. Un’ipotesi, questa, che contrasta però con la prudenza che Hassan Nasrallah, il capo del movimento di resistenza sciita, sta usando in questi giorni. 

Dov Zakheim, uomo chiave del Pentagono durante l’amministrazione Reagan, ha scritto un’analisi su Foreign Policy in cui ha sottolineato l’importanza delle visite di Jared Kushner in Arabia Saudita (tre in meno di un anno). L’alleanza tra Trump, Netanyahu e Mohammed bin Salman lascia aperta qualsiasi ipotesi per arginare l’Iran.

Ed è proprio Teheran a rappresentare la minaccia più grande per Israele. Con l’accordo sul nucleare e la guerra in Siria il regime degli ayatollah ha avuto modo di riposizionarsi nello scacchiere internazionale. Da una parte si è proposto come un interlocutore capace di raccogliere gli appunti delle potenze occidentali; dall’altra, invece, ha rafforzato la propria presenza in Medio Oriente, presentandosi come argine al terrorismo wahabita. Le prossime mosse degli attori in campo delineeranno meglio gli scenari di un futuro che sembra essere ogni giorno più cupo.