Fino a un anno fa, lo scenario per il governo di Keir Starmer sembrava quasi idilliaco, almeno sulla carta. Se qualcuno avesse predetto un 2025 caratterizzato da tagli ai tassi di interesse, una riduzione netta dell’immigrazione, costi dei prestiti in calo e persino l’abolizione del controverso tetto ai sussidi per il secondo figlio, la maggior parte degli analisti avrebbe scommesso su un consolidamento del potere laburista.
Invece, secondo il giornalista Aaron Bastani di Novara Media, il 2026 si apre per il numero 10 di Downing Street come un vero annus horribilis. I sondaggi descrivono un tracollo verticale: Starmer è indicato come il Primo Ministro più impopolare dal 1977 (persino peggio di Liz Truss) e alcune proiezioni vedono il Labour scivolare al quinto posto in caso di elezioni immediate. Nel frattempo, a destra, Reform di Nigel Farage ha scavalcato il Partito Laburista per numero di iscritti, diventando la prima forza politica del Paese per tesserati.
Ma come è stato possibile passare dal trionfo elettorale di diciotto mesi fa a una crisi di consensi così profonda?
La “trappola” dei consulenti
Il problema principale sembra essere strutturale. Il nuovo corso laburista sta usando toni e proponendo misure sull’immigrazione che ricordano molto da vicino la retorica dei conservatori più duri, e sull’economia Starmer si distingue per un rigetto del populismo che aveva caratterizzato il suo predecessore Corbyn, ma nulla sembra funzionare: a sinistra scappa il consenso mentre prosegue l’avanzata dei nazionalisti.
La comunicazione, goffa e anonima, non aiuta. Dopo i primi mesi segnati dalle polemiche sui regali ricevuti (dai biglietti per Taylor Swift agli abiti per la moglie), il governo si è impantanato in una riforma per accorpare i piccoli consigli locali in enormi “autorità strategiche” che non piace quasi a nessuno. Il riferimento tecnico non è uno studio governativo indipendente, ma un rapporto di PwC del 2020 che promette risparmi per circa 700 milioni di sterline all’anno grazie alle economie di scala.
Il punto critico, però, è che questa logica “aziendale” non solo si scontra con la storia millenaria del Paese (città rivali da secoli, come Southampton e Portsmouth, si ritroverebbero sotto un unico sindaco) ma sembra uno stratagemma per vincere le elezioni. La mossa è stata interpretata dalle opposizioni (in particolare da Reform e dai Liberal Democratici) come un tentativo di evitare una batosta elettorale certa. Ma anche molti leader laburisti locali si sono ribellati all’idea che la democrazia debba fermarsi per una riorganizzazione amministrativa voluta dai consulenti di Londra.
Oltre al danno d’immagine, c’è il dubbio sull’efficacia economica. Studi più recenti suggeriscono che le autorità con meno di 500.000 residenti non vedranno alcun beneficio finanziario reale.
L’ombra del Blue Labour
Mentre Starmer cerca di gestire il caos amministrativo, all’interno del suo partito cresce il dibattito sulla linea politica. Alcuni deputati, come Preet Gill, invocano un ritorno ai valori del cosiddetto Blue Labour: un’agenda economica di sinistra unita a un conservatorismo sociale sui temi della sicurezza e dell’immigrazione.
Il successo di figure come Shabana Mahmood, considerata da molti il ministro più efficace del gabinetto, sembra confermare che l’elettorato cerchi fermezza e identità. Tuttavia, come sottolineano i critici, anche le proposte del Blue Labour mancano spesso di una risposta concreta al problema di fondo del Regno Unito: una spesa pubblica corrente che corre molto più velocemente della crescita economica, costringendo il governo a un ciclo infinito di prestiti e tasse elevate.
Cosa succede ora?
Il capo dello staff di Starmer, Morgan McSweeney, ha definito il 2026 “l’anno della prova“. La scommessa è che, una volta superata la fase di riorganizzazione, i benefici della stabilità inizieranno a vedersi. Ma il Labour sembra incamminato nell’eterna crisi di legittimazione britannica, che aveva già travolto i Tory di Boris Johnson che sembravano travolgenti: un governo che nonostante il forte mandato elettorale perde il contatto con il proprio popolo e inizia a essere percepito come un’entità tecnocratica e distante.
Il rischio per Starmer è che il 2026 non sia l’anno della ripartenza, ma quello in cui invertire la rotta diventerà impossibile.

