Il 10 giugno il presidente degli Stati Uniti Joe Biden e il Primo Ministro britannico Boris Johnson hanno siglato la nuova “Carta Atlantica” per riaffermare i legami transatlantici tra i rispettivi Paesi.

Il documento si articola su 8 semplici punti che spaziano dalla difesa dei principi e dei valori delle istituzioni democratiche sino agli aspetti riguardanti la minaccia alla sicurezza globale provenienti dalle emergenze sanitarie e climatiche.

Alcuni passaggi sono però molto più interessanti per come sono stati espressi. Al secondo punto si afferma, tra l’altro, che “lavoreremo attraverso l’ordine internazionale basato su regole per affrontare insieme le sfide globali” e “gestiremo il pericolo dato dalle tecnologie emergenti”. Si ripropone quindi, ancora una volta anche se in modo sibillino, la questione dell’affermazione del diritto internazionale che riguarda, in particolare, la vexata quaestio del rispetto della libertà di navigazione nei mari e nei cieli. Una problematica emersa negli ultimi anni che ha sostanzialmente tracciato un solco che divide quei Paesi propugnatori del rispetto dell’ordine internazionale – Stati Uniti in testa – e quelli che intenderebbero rivedere questo status quo in favore di una nazionalizzazione degli spazi (Cina, Russia, India).

Per quanto riguarda le tecnologie emergenti il riferimento, qui, è plausibile che sia all’intelligenza artificiale (Ia) e alle sue applicazioni nel campo della Difesa e della Cyber Warfare: abbiamo già avuto modo di dire che, anche in questo caso, esiste una diversità di posizioni per quanto riguarda il controllo umano di sistemi Ia ad apprendimento automatico (machine learning) con Cina e Russia che stanno dimostrando di orientarsi verso tecnologie human-out-of-the-loop, ovvero totalmente automatiche.

Al terzo punto, dove viene detto che “ci opponiamo all’interferenza (esterna n.d.r.) attraverso la disinformazione o altre influenze maligne, anche nelle elezioni, e riaffermiamo il nostro impegno per la trasparenza del debito, la sostenibilità e una sana governance della cancellazione del debito” si pone l’accento sul problema, evidenziato anche dal presidente Biden a pochi giorni dal suo insediamento, dell’interferenza di Paesi terzi (nella fattispecie la Russia) nelle elezioni attraverso il web e l’utilizzo dei social come strumento di disinformazione.

Interessante la parte inerente al “debito”, che sembra essere stata scritta apposta per la Cina e per il suo modus operandi di impossessarsi di infrastrutture strategiche in Paesi stranieri una volta che questi non sono stati capaci di ripagare il debito contratto per la loro costruzione: Washington e Londra stanno quindi apertamente prendendo in carico la questione che viene vista come uno degli strumenti di Pechino per espandere la propria influenza.

Il punto più connesso a quelli che sono i rapporti transatlantici, e al loro modo di metterli in atto, è però il quinto, dove viene detto che “affermiamo la nostra responsabilità condivisa per il mantenimento della nostra sicurezza collettiva e della stabilità e resilienza internazionale contro l’intero spettro delle minacce moderne, comprese le minacce informatiche. Abbiamo dichiarato che i nostri deterrenti nucleari sono per la difesa della Nato e finché ci saranno armi nucleari, la Nato rimarrà un’alleanza nucleare. I nostri alleati e partner della Nato potranno sempre contare su di noi, anche se continuano a rafforzare le proprie forze nazionali”. Questa dichiarazione, che a una prima lettura sembra funzionale esclusivamente alla rassicurazione degli alleati a fronte del quadro di instabilità in Europa dato dalla cancellazione del Trattato Inf sulle forze nucleari medie e intermedie e dalla nascita di nuovi vettori missilistici in grado di colpire eludendo le difese antimissile, ha anche una seconda chiave di lettura molto più interna alle dinamiche politiche dell’Alleanza.

Qui, Washington e Londra, stanno parlando a Parigi. La Francia, recentemente, ha auspicato che l’Europa della Nato possa avere una “autonomia strategica”: al forum del Consiglio Atlantico dello scorso febbraio il presidente Emmanuel Macron ha infatti detto che questo sarebbe il modo migliore per rivitalizzare la Nato e affrontare le sfide globali. L’Eliseo vorrebbe una Nato più “eurocentrica” con un occhio più attento al Medio Oriente e l’Africa che sono “il nostro vicinato, non quello degli Stati Uniti”. Un’assunzione di responsabilità che però non può prescindere dal raggiungimento dell’autonomia decisionale.

Parigi non intende affermare questa autonomia solo ed esclusivamente per tornaconto europeo, ma soprattutto per il proprio, in quanto si candida a diventare il Paese leader della politica estera e delle Difesa dell’Unione europea ora che il Regno Unito ne è uscito e quindi quei paletti che ha sempre posto per una vera e propria integrazione della Difesa nell’Ue hanno cessato di esistere, essendo il Paese europeo storicamente più legato agli Stati Uniti.

Questa linea politica francese è anche possibile in quanto l’Eliseo ha abilmente portato dalla sua parte Berlino, stringendola a sé col trattato di Aquisgrana, e avendo di fatto dato vita a un duopolio in seno all’Unione europea che ne determina la politica economica, estera e militare.

Con la nuova “Carta Atlantica”, quindi, Stati Uniti e Regno Unito stanno non solo stringendo il loro rapporti per ribadire il reciproco impegno ad affrontare le sfide internazionali date dal riemergere della Russia e dall’emergere della Cina come potenza globale, ma anche parlando sibillinamente alla Francia per ribadire che i garanti della difesa (nucleare) dell’Alleanza, e quindi coloro che ne delineeranno la politica, sono loro.

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