Il Regno Unito va verso un «inverno del malcontento». Trema il governo di Boris Johnson in crisi di consensi come quello laburista del 1978-1979, quando gli scioperi portarono a Downing Street Margaret Thatcher. Più di quarant’anni dopo, l’inverno inglese resta uno snodo politico cruciale. E quell’espressione, rubata al Riccardo III di Shakespeare, viene rispolverata dai giornali britannici. Ma il malcontento, stavolta, è cominciato in autunno.

La vera carenza è di braccia

La partita riguarda gli “shortages“, quelli macroscopici hanno colpito distributori di benzina e supermercati. Lo spettro della traduzione varia da “scarsità” a “carestia”, a seconda della connotazione. Che un problema esista è un dato di fatto, al di là del vocabolario. Le nuove regole, meno permissive, sull’immigrazione hanno decapitato le catene di approvvigionamento di lavoratori vitali, altri hanno lasciato il paese. La vera carenza, dunque, riguarda le braccia.

I conservatori contavano su un riequilibrio del mercato del lavoro, con un ingresso di manodopera britannica che finora non è avvenuto perché la pandemia ha bloccato il ricambio fisiologico di varie categorie professionali. La crisi, però, è strutturale; potrebbe volerci un biennio per superarla. Si calcola, per esempio, che l’industria alimentare e delle bevande sia in difetto di mezzo milione di occupati. Questa filiera – insieme alla logistica dei camionisti, migrati al servizio della più redditizia distribuzione dell’e-commerce – riempie gli scaffali dei negozi, per questo i «buchi» a monte diventano evidenti a valle, nella vita quotidiana.

Il caso dei camionisti

“Gli shortages sono l’unica cosa che non stiamo esaurendo qui nel Regno Unito”, è l’attacco di un pezzo della Bbc. Mancano sia le scorte sia la forza lavoro. Un caso su tutti spiega quanti colpevoli concorrano alla paralisi. La penuria di benzina e di altri generi è scattata anche per il “panic-buying”, cioè la psicosi, di media e cittadini, è vero. Ma prima del coronavirus mancavano già 60 mila camionisti, oggi la voragine si è allargata a centomila. L’Office for National Statistics stima che 16 mila degli «scomparsi» fossero europei, poi tornati a casa.

Sull’esodo ha influito la pandemia che nel 2020 ha temporaneamente congelato la mobilità. Sempre il Covid ha fermato gli esami per le nuove licenze agli autisti. L’emorragia di candidati va avanti da alcuni anni: nel 2020 hanno partecipato ai test 25 mila persone in meno del 2019. In un comparto già vecchio, l’età media è di 55 anni, chi è andato in pensione non è stato sostituito. Anche le riforme della tassazione hanno reso meno conveniente, in termini di stipendio, lavorare nel Regno Unito o per conto di ditte britanniche.

Tra Brexit e pandemia

Il riassestamento post-Brexit è lento. La competitività persa dai prodotti inglesi sul mercato comunitario è stata parzialmente compensata: se a luglio le esportazioni verso il vecchio continente sono affondate (-900 milioni di sterline), quelle verso nazioni extra-europee sono cresciute (+700 milioni). È presto per i bilanci, ma la “Global Britain” dei Tories, cioè una nazione meno legata all’Europa e più aperta al resto del mondo, sta tardando a dare risultati. Londra ha firmato accordi commerciali con una settantina di paesi per sostituire quelli di cui godeva da Stato membro dell’Ue, ma continua a mancare il trattato più importante, quello con gli Stati Uniti, che da soli valgono il 15% delle esportazioni di Londra.

Sul lungo periodo la Brexit favorirà l’economia, ha promesso il ministro delle finanze Rishi Sunak al congresso dei conservatori di Manchester. Per ora, i costi non bastano ripagare i benefici perduti: secondo le proiezioni tedesche, il Regno Unito sta per uscire dalla lista dei primi dieci partner commerciali della Germania. Sarebbe la prima volta negli ultimi settant’anni. Intanto, i prezzi del carburante hanno raggiunto i massimi dal settembre 2013, mentre nei supermercati si registrano rincari: l’1,3% di settembre ha triplicato il +0,4% di agosto, ma a ottobre il balzello potrebbe toccare quota 5%.

Boris Johnson durante la convention del partito conservatore a Manchester (Foto La Presse).

Gli errori del governo

Il divorzio dall’Unione europea ha influito, con i controlli doganali all’ingresso sospesi a più riprese all’ultimo minuto utile, stavolta fino al 2022. Il vero game-changer, però, è stato la pandemia. “Il meteorite che ha distrutto la nostra economia”, l’ha definita Johnson dal podio di Manchester. Non va però in questa direzione l’exit-plan dalla crisi del governo. Da un lato, l’esecutivo conservatore più interventista di sempre chiama il settore privato alle sue responsabilità: non può essere lo Stato a correggere ogni falla nella catena, spetta alle imprese. Un rimpallo non comune per un partito che nel mondo del business identifica, o identificava, una grossa fetta del suo elettorato.

Dall’altro, la contromossa ministeriale è stata una pioggia di visti per cittadini europei: 5 mila in più per gli autotrasportatori, altri 5.500 per la filiera del pollame, mentre quella della carne suina è così al collasso da rischiare di bruciare – in senso letterale, perché non è in grado di lavorarli in tempo – 120 mila capi. A due mesi dal Natale, i produttori di tacchini non riusciranno a soddisfare gli ordini. Come ha scritto Paola Peduzzi sul Foglio, c’è il paradosso di una nazione neoisolazionista che al cenone mangerà pollame di origine europea invece di quello a chilometro zero (nei supermercati, quando ancora non erano vuoti, lo union jack svettava nei bollini sulle confezioni delle merci “britanniche al 100%”).

Il cortocircuito di Manchester

“La soluzione – ha detto il primo ministro al congresso – è controllare l’immigrazione per consentire a gente di talento di venire in questo paese, ma non useremo l’immigrazione come scusa per aver fallito a investire nelle persone, nelle competenze, nella tecnologia e nei macchinari”. La finestra di visti sarà aperta sino a fine anno. Da sola potrebbe non bastare, vanno convinti i diretti interessati: finora solo 27 camionisti hanno risposto alla prima tranche di trecento permessi. A Manchester, Johnson ha evocato la Thatcher per giustificare l’aumento delle tasse, ha delineato la sua visione post-Brexit come quella di “un governo del si-può-fare” che “invertirà la direzione di marcia del Regno Unito”, dove però i conservatori sono al potere ininterrottamente da 11 anni.

Il fatto che esista ancora un ministro alla Brexit, l’ex capo-negoziatore Lord Frost elogiato dal premier, ora che la Brexit è finita – almeno in teoria – la dice lunga sulla durata dello scacco. “È cominciato il Rinascimento Britannico”, ha vaticinato proprio Frost. La situazione nel paese suona come una smentita. Prima si passa dal medioevo. Tanto ha brillato per finalizzare la Brexit e nella campagna vaccinale, quanto il governo di Johnson sta faticando con i dossier di politica interna, quelli che tradizionalmente rappresentavano il core-business dei Tories. Ritenere la separazione da Bruxelles l’unica causa della crisi è eccessivo persino per un partito che a quello scisma deve i trionfi alle urne.