Profili attivisti, video con l’Intelligenza artificiale, campagne social martellanti: attorno alle proteste in Iran è guerra di propaganda. Sia il regime di Ali Khamenei, sotto assedio delle proteste di piazza e che ha alternato un confronto con i manifestanti al pugno di ferro, che le varie anime dell’opposizione, soprattutto fuori dall’Iran, hanno utilizzato tecnologie di manipolazione della comunicazione, anche avvalendosi delle moderne tecnologie, per far emergere la propria narrativa.

La propaganda del regime

Da video simbolici a vere e proprie manipolazioni, passando per campagne social martellanti, anche quella iraniana è stata una contesa che si è giocata sul piano della propaganda digitale. Il regime di Teheran, ad esempio, ha presentato come frutto di una mobilitazione pro-governo un’ampia serie di video e riprese manipolate o generate con l’intelligenza artificiale che rappresentavano, ad esempio, un’enorme bandiera tricolore della Repubblica Islamica trasportata da una folla festante. Oppure ha consentito la diffusione di video datati, riferiti ad esempio al 2022 o alla morte di Qasem Soleimani nel 2020, come copertura per la narrativa di fronte al blocco di Internet nel Paese.

Il governo di Teheran sta pensando a un’ulteriore stretta per consolidare il controllo della narrativa in futuro. Come nota EuroPost, “il governo iraniano si sta preparando a rendere l’accesso internazionale a Internet un privilegio controllato dallo Stato, con funzionari che segnalano che l’accesso illimitato potrebbe non tornare mai più dopo le chiusure legate alla repressione del 2026”.

Le manipolazioni dell’opposizione

La chiusura di Internet, però, apre alla prospettiva di un’analisi più a ampio raggio. Anche gli oppositori di Khamenei e del suo governo hanno utilizzato ampiamente l’arma della propaganda. “Le condizioni sono ideali per gli attori che tentano di sfruttare il blocco di Internet per rimodellare le narrazioni e l’opinione pubblica riguardo all’Iran”, ha detto Layla Mashkoor, vicedirettrice della ricerca per il Digital Forensic Research Lab dell’Atlantic Council a Washington.


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Il New York Times ha scritto che non solo nel campo del regime è successo che “account online non autentici, noti anche come bot, hanno diffuso negli ultimi giorni narrazioni false e contraddittorie su X, Instagram e altre piattaforme social”. E se molti account sono riconducibili al regime di Teheran, va aggiunto che “gran parte dei contenuti diffusi da resoconti non autentici hanno cercato di rafforzare l’opposizione dell’Iran, anche sostenendo Reza Pahlavi, figlio dello scià dell’Iran rovesciato dalla rivoluzione islamica del 1979”, il cui consenso in patria è tutto da dimostrare. NewsGuard ha stimato che complessivamente i deefake dell’una e dell’altra parte sono stati visti online da 3,5 milioni di utenti. E Al Jazeera ha compiuto un’analisi approfondita di come molti account riconducibili a Israele abbiano cavalcato la protesta social.

Iran, le domande aperte e la zona grigia

Questo ha creato una zona grigia di mezze verità e molti dubbi mentre, al contempo, era difficile per il mondo esterno farsi una vera idea di ciò che stava succedendo nel Paese. A maggior ragione per il fatto che, dopo il boom dell’8-9 gennaio, è stato anche difficile reperire materiale video e informativo di qualità in misura ampia sulle proteste e la percezione ha preso il sopravvento.

Le domande insolute sono molte. Quanto si è protestato in Iran in quei giorni? Quanto vasta è stata la manifestazione di forza del regime per reprimere le proteste? Quanto è stato percepibile il ruolo di attori come Usa e Israele per condizionare le proteste? Quale rilevanza hanno avuto attori come Pahlavi o altre forze d’opposizione quali i Mujaheddin del Popolo (Mek) nel provare a organizzare le proteste? Che mosse ha messo in campo il governo per placare le proteste, oltre la repressione e le parole del presidente Masoud Pezeshkian? L’Iran avvolto nella nebbia di guerra ha parlato solo tramite la percezione, le comunicazioni digitali del regime o le campagne social e di controinformazione e disinformazione dell’opposizione estera variamente intesa per condizionare l’opinione globale sul regime e, dunque, strizzare l’occhio alle potenze anti-Teheran.

La nebbia di guerra sull’Iran

Mahsa Alimardani, direttrice del programma “Minacce e opportunità tecnologiche” presso l’organizzazione per i diritti umani Witness, ha scritto per The Atlantic un articolo approfondito in cui ha ricordato che “le proteste iraniane sono reali”, eppure “i resoconti, le foto e i video provenienti dall’Iran sono pieni di accuse di manipolazione e falsificazione tramite l’uso dell’intelligenza artificiale, che hanno l’effetto di mettere in dubbio anche la verità”.

Per Alimardani chi rimane schiacciata nella guerra delle propagande è la popolazione iraniana. L’analista sottolinea che “ciò che gli iraniani vogliono e per cui stanno lottando è una domanda a cui solo loro possono rispondere. E la loro risposta merita di essere ascoltata, non plasmata da governi stranieri, ignorata dai propagandisti del regime o affogata nella nebbia che altri hanno contribuito a creare”. Uno scenario che parla di nuove forme di confronto, di guerre cognitive e di un uso strategico della propaganda con nuove leve operative estremamente tecnologiche è stato analizzabile nella protesta iraniana, su cui è oggi legittimo dire che sappiamo meno rispetto ai suoi primi giorni.

Fair is foul and foul is fair: le proteste in Iran sono il trionfo dello storico adagio del Macbeth di William Shakespeare, un contesto in cui grazie all’Ia e alla manipolazione a trionfare è il dubbio. Dunque quella fase di incertezza che consolida lo status quo. Con buona pace di chi è sceso in piazza con legittime aspirazioni e di chi ha pensato di usare le proteste per far capitolare il fatiscente edificio di una Repubblica Islamica ancora dura a morire.

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