Tutta l’Italia, sicuramente, non vede l’ora di mettersi alle spalle questo complesso e infausto 2020 in cui si sentono con forza gli effetti della pandemia, della crisi economica e delle problematiche sociali che attanagliano il Paese. Chi guarda con più preoccupazione all’inizio del 2021 è però sicuramente il premier Giuseppe Conte che, nelle ultime settimane, ha visto gradualmente sgretolarsi la piattaforma di consenso e la centralità che si era gradualmente garantito sulla scia dell’accentramento di poteri connesso all’emergenza pandemica e alle sue conseguenze sistemiche.

L’esecutivo giallorosso, nel momento del cimento e della necessità di scegliere le opzioni strategiche per il Paese che verrà, rischia di evaporare. Il Recovery Fund è più un fattore di divisione che un collante per l’esecutivo, diviso nella scelta tra la “cabina di regia” immaginata da Conte e le pressioni di chi vuole dare potere di spesa ai ministeri. Vi è poi la corsa testa a testa tra Partito democratico e Movimento cinque stelle per garantirsi spazi di influenza in un governo che gli azionisti di maggioranza si sono gradualmente visti sottrarre da Conte. Infine, c’è la partita delle partite: quella sui servizi segreti, che testimonia sia la misura dell’ambizione di Conte che la sua sostanziale difficoltà nel capire e recepire le logiche più formali e istituzionali della politica e dell’interesse nazionale.

Emblematico il fatto stesso che la spina nel fianco per eccellenza di Conte non siano Pd e M5S ma bensì Italia Viva e Matteo Renzi, che nonostante il peso personale dell’ex premier rappresentano un partito forte di una manciata di parlamentari (30 deputati e 18 senatori) e, data la nascita recente, privo di consistenza elettorale e territoriale. Questo segnala infatti che alle forze trainanti l’esecutivo mancano la visione d’insieme e l’immaginazione per studiare un futuro all’altezza delle possibilità del Paese. Segnalando, nota Italia Oggi, forti dubbi riguardo “la capacità elementare del personale di questo governo di concepire un qualsiasi programma efficace e coerente, moderno e volto a portare avanti il Paese”. Che ricadranno in futuro inevitabilmente su “Giuseppi”.

Per il 2021 si aprono dunque diversi scenari. Alcuni a brevissimo termine. Conte deve dare una risposta ai partiti, Italia Viva in particolare, sulla sua gestione personalista dei servizi segreti e sul Recovery Fund. Sul primo dossier l’intera maggioranza si è messa di traverso contro i personalismi del premier, sul secondo invece la questione riguarda tutti, dato che se da un lato Conte sta venendo “messo in mora” sul fronte europeo per i ritardi sul piano italiano dall’altro sono anche i singoli minsitri e i partiti cui fanno riferimento a ricevere critiche per questi errori di elaborazione. Il fatto stesso che Renzi punti a sganciarsi presentando “Ciao”, il suo progetto alternativo per la gestione dei fondi, si inserisce nel filone del graduale screditamento della linea italiana messa in atto da autorevoli esponenti del centro-sinistra italiano, primo fra tutti il suo successore a Palazzo Chigi Paolo Gentiloni.

L’obiettivo? Accelerare un cambiamento. La lotta per l’auto-preservazione del governo giallorosso e l’anomalia di un Conte dimezzato ma ancora percepito come centrale negli equilibri spinge diversi esponenti del Parlamento, soprattutto dentro Pd e Italia Viva, a immaginare scenari alternativi. Consci che il Quirinale non permetterà crisi al buio e che anche i richiami a nomi “forti” (Draghi) non hanno il necessario consenso politico e d’opinione pubblica, le manovre di Conte e dei partiti potrebbero, in caso di crisi di gennaio scatenata da un incidente sui servizi o sul Recovery, aprire spiragli di discontinuità.

Un Conte-Ter nato dopo crisi esplicita e senza soluzione è difficile da immaginare e in caso di incidente palese Mattarella difficilmente avrebbe alternative a un richiamo immediato alla responsabilità nazionale come unica opzione capace di escludere alle urne. Chi, come Dario Franceschini, “pompiere” delle tensioni di maggioranza e referente principale del contismo in seno al Pd, ritiene che Renzi stia bluffando pensa al fatto che il senatore fiorentino, in fin dei conti, sia disponibile a un compromesso ben più di quanto si possa immaginare. Ma anche sminata la questione Recovery resta il tema dei servizi ad aleggiare come Spada di Damocle.

Si è anche tornati a parlare di rimpasto e nascita di un esecutivo uguale nella composizione parlamentare ma modificato nella squadra: Marco Antonellis su Italia Oggi ricorda che “continuano a rincorrersi voci su possibili avvicendamenti, come quello dello spostamento di Luigi di Maio al Viminale e l’approdo di Matteo Renzi agli esteri. Ma a fare gola è anche il Ministero delle Infrastrutture, fondamentale ora che ci sarà da ricostruire l’Italia con i soldi dell’Europa” e che esce a pezzi e privo di traiettoria reale dopo le gestioni di Danilo Toninelli e Paola De Micheli.

Quel che è certo è che appare ormai certo il fatto che la fisionomia dell’esecutivo non resterà la stessa. Non fosse altro che per la nomina di un’autorità delegata alla sicurezza della Repubblica che in base all’indirizzo tecnico o politico la dirà lunga sulla sicurezza di Conte nel poter sfidare o nel doversi adeguare alle pressioni dei partiti e sulla fiducia del premier sul suo ambizioso progetto di egemonia istituzionale. Da cui deriveranno a cascata riflessioni e pensieri. Cui sembrano, tuttavia, estranei due semplici e agghiaccianti dati: da un lato, gli oltre 70mila morti, dall’altro le previsioni d’un crollo del Pil vicino al 10% per l’anno in corso. 

Numeri che dovrebbero ricordarci una questione di fondo: c’è un Paese da riportare in piedi dopo la più grande emergenza postbellica e vedere gli alleati/duellanti portare avanti un assurdo e autoreferenziale balletto di potere significa costringere gli italiani ad assistere a quella che è la più grande fuga dalle responsabilità della storia repubblicana. Compiuta da una classe dirigente dimostratasi tragicamente inadeguata alle sfide del presente.

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