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L’Iran continua a promettere risposte durissime dopo l’attentato che ha colpito la parata militare ad Ahvaz, capoluogo del Khuzestan. E adesso ci si domanda in cosa possa consistere la reazione di Teheran di fronte a quello che è a tutti gli effetti un attacco gravissimo alle forze dei Guardiani della Rivoluzione, cuore delle forze armate della Rivoluzione islamica.

Il governo della Repubblica islamica, questa mattina, ha confermato che l’attacco è stato eseguito da un commando  legato a gruppi “separatisti takfiristi sostenuti da Paesi arabi reazionari“. Questa definizione di fatto esclude la responsabilità dello Stato islamico, che ha invece voluto rivendicare lo stesso l’attentato alla parata. Ma dimostra anche come gli occhi di Teheran siano ora tutti orientati del Golfo Persico, dove le monarchie vengono accusate di essere complici dell’attacco rivendicato anche dal Movimento di Liberazione dell’Ahvaz.

Il ruolo delle monarchie del Golfo

La reazione iraniana è stata da subito improntata a spostare l’attenzione sui mandanti internazionali. L’Iran ha promesso una risposta “schiacciante” nei confronti degli autori e dei mandanti dell’attentato. E questo impone una serie di domande su cosa potrebbe accadere in queste ore e nei prossimi giorni non solo nel Paese colpito ma anche nella regione. 

Non è un mistero che i rivali regionali iraniani, in particolare l’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti, abbiano da sempre orientato la loro politica strategica nel cercare di limitare l’Iran e di premere sugli Stati Uniti per assediare Teheran tagliando le ali ai sogni di espansione dell’influenza persiana. Ed è chiaro che l’attentato, avvenuto in un’area separatista di matrice araba, rappresenti un episodio che non può non inserirsi all’interno di questa sfida che fa ribollire il Golfo.

Del resto è stato lo stesso principe saudita Mohammed bin Salman, l’anno scorso, a dichiarare apertamente in un’intervista: “Non aspetteremo che la battaglia si svolga in Arabia Saudita. Invece, lavoreremo in modo che la battaglia sia per loro in Iran“.

Un’affermazione che è stata immediatamente letta come una volontà di Riad di spostare lo scontro in territorio iraniano appoggiando i gruppi separatisti arabi o sunniti, di cui le monarchie del Golfo si sono fatte garanti in chiave di sfida a Teheran.

Ed è una frase che deve essere messa in correlazione con le dichiarazioni di Abdulkhaleq Abdulla, un consigliere del governo degli Emirati, che ha giustificato l’attacco di Ahvaz sostenendo su Twitter che non si sia trattato di un attacco terroristico e che “spostare la battaglia sul lato iraniano è un’opzione dichiarata“. Parole che hanno fatto infuriare l’Iran, il quale adesso giura vendetta.

Il video di Fars

Per adesso le risposte iraniane sembrano orientate principalmente a un’ondata di arresti interni. La polizia iraniana e l’intelligence dei diversi rami delle forze di sicurezza hanno dato il via a una tempesta di retate che hanno condotto in carcere decine di sospetti legati al movimento separatista dell’Ahvaz .

Ma è possibile che Teheran non si limiti alla sola repressione interna. A conferma di questo, oggi un’agenzia di stampa iraniana, la Fars, considerata molto vicina ai Pasdaran, ha pubblicato e poi cancellato un video in cui l’Iran minacciava di bombardare Abu Dhabi e Riad, le capitale di Emirati e Arabia Saudita.

Il video è apparso sul profilo Twitter dell’agenzia per poi essere rimosso dopo pochi minuti. Ma il suo contenuto era cristallino: le immagini mostravano missili balistici con un grafico che indicava di colpire le due città unito a minacce dirette contro Israele. 

Un  video che è stato evidentemente frutto di una scelta da parte delle Guardie rivoluzionarie. E che mostra i delicatissimi equilibri politici interni di cui è caratterizzato l’Iran, dove i Pasdaran, che rappresentano un vero e proprio Stato all’interno dello Stato, gridano vendetta per quanto avvenuto durante la loro parata militare.

Il rischio di un’escalation

Il rischio di un’escalation dunque esiste. E il Golfo Persico è da mesi al centro delle tensioni, tanto che nei giorni precedenti all’attentato, gli aerei da guerra dell’aviazione iraniana sorvolavano quel mare per alcune esercitazioni militari. L’esercitazione coinvolgeva i caccia dell’aeronautica e dei Pasdaran, tra cui F-4 di fabbricazione statunitense, alcuni Mirage francesi e dei Sukhoi-22. Il tutto nell’area dello Stretto di Hormuz, crocevia strategico minacciato di chiusura proprio da Teheran come risposta alle sanzioni statunitensi

Ma l’escalation potrebbe anche essere indotta. Ed è per questo che Hassan Rouhani sta prendendo tempo. Come riporta il portale Middle East Eye, se l’attacco terroristico ad Ahvaz fosse parte di una più ampia escalation tra Iran,  Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti, è evidente che questo potrebbe anche trasformarsi in una trappola. Costringere l’Iran a reagire innescherebbe un effetto domino per cui Riad e Abu Dhabi chiederebbero direttamente agli Stati Uniti di intervenire in loro difesa. Perché le loro forze armate non potrebbero certamente reggere il confronto con quelle iraniane.  

Un’ipotesi che al Pentagono non sottovalutano e che preoccupa molti analisti americani. Come riporta il portale che si occupa di Medio Oriente l’ex segretario alla Difesa Bob Gates, nel 2010, disse una frase molto chiara riguardo una guerra tra Riad e Teheran, rivelando che i sauditi “vogliono combattere gli iraniani fino all’ultimo americano”.

L’Iran dove potrebbe rispondere

Di fronte a questa possibile escalation, l’Iran potrebbe anche decidere di rispondere attraverso una serie di azioni nei vari fronti di guerra di questa eterna sfida fra monarchie del Golfo, Israele, Stati Uniti e Iran. Lo Stretto di Hormuz è chiaramente uno dei primi obiettivi di una possibile escalation: ma questo rischia di creare problemi anche alle altre potenze alleate di Teheran, che vivono grazie al petrolio del Golfo Persico. Il rischio di creare una crisi petrolifera non piace a molti, sia in Europa che in Asia orientale.

Un’altra area dello scontro fra Paesi arabi e Iran è lo Yemen. E qui l’Iran già sta dimostrando le enormi lacune delle forze armate saudite, visto che i ribelli Houthi resistono da anni ai bombardamenti dell’aviazione saudita e alle milizie e mercenari emiratini. Anche qui, il traffico di petroliere che transita per Bab el-Mandeb potrebbe essere una chiave per capire gli sviluppi della tensione.

Più difficile che la reazione avvenga invece in Siria. Qui lo scontro si fa molto ampio. E gli interessi internazionali in gioco sono altissimi. Ma quello che è certo è che la reazione “schiacciante” di parte iraniana potrebbe non rimanere vincolata ai confini del Paese degli Ayatollah. Sempre che da Teheran non arrivi l’ordine di smorzare i toni per evitare una guerra.

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