Nelle ultime settimane l’amministrazione statunitense di Joe Biden ha promosso importanti misure di stimolo economico, studiate dal segretario al Tesoro Janet Yellen e dai suoi team di consiglieri per portare il Paese oltre la crisi del Covid-19, rafforzare una ripresa già avviata dalla campagna vaccinale e guardare al futuro. Dopo l’American Rescue Plan da 1,9 trilioni di dollari approvato dal Congresso a marzo, che include misure di helicopter money, sostegni al reddito dei cittadini, aumenti dei crediti d’imposta, finanziamenti per la scuola e la sanità, Biden e il suo staff lavorano ora a un nuovo piano dal valore analogo per il rilancio delle infrastrutture, fisiche e digitali, necessarie a connettere il Paese.

Sanare le vulnerabilità dell’America

La Bidenomics riporta al centro del discorso lo Stato come promotore di investimenti, crescita, occupazione; promuove tesi care già all’amministrazione Trump e alla sinistra democratica di Bernie Sanders sulla re-industrializzazione del Paese e il reshoring delle produzioni strategiche (dalla tecnologia alla sanità); a livello aggregato, insomma, perora un rafforzamento dell’autorità pubblica come garante di ultima istanza della sicurezza economica. “Sicurezza” è anche il concetto chiave attorno a cui ruota l’intervista realizzata da Ezra Klein del New York Times al capo del National Economic Council della Casa Bianca, l’ex consigliere di Barack Obama e alto dirigente di BlackRock Brian Deese. Nell’intervista Deese insiste sulle vulnerabilità a cui è sottoposta l’economia Usa: vulnerabilità di fronte all’ascesa di rivali come la Cina, vulnerabilità per la de-industrializzazione, vulnerabilità per le disuguaglianze, vulnerabilità per il problema della crisi ecologica, vulnerabilità per quelle che ritiene essere stata la somma di politiche di disincentivo all’azione pubblica realizzate dagli Usa negli ultimi decenni.

Di fronte all’ascesa come rivale economico e come concorrente temibile nel settore chiave degli equilibri del presente, la tecnologia, di un Paese guidato da un forte capitalismo di Stato come la Cina e a un’ampia gamma di fragilità che la pandemia e problematiche quali il caso George Floyd hanno acuito la risposta di Biden, esplicitata da Deese, si fonda sul “ritorno dello Stato”. I democratici e molti commentatori hanno visto in questa mossa una svolta rispetto a una retorica politica inaugurata da Ronald Reagan e dalla rivoluzione neo-liberista all’inizio degli Anni Ottanta. Ma le cose stanno davvero così?

Lo Stato e l’economia negli Usa

La realtà dei fatti è che nell’America contemporanea lo Stato non se ne è mai andato. Non se ne è andato ai tempi di Reagan George Bush senior, in cui il conflitto muscolare sugli armamenti e la rivalità strategica con l’Urss prima e la Guerra del Golfo poi trainarono un boom nella spesa per gli armamenti che portò ai picchi massimi la spesa pubblica e il debito statunitense; nello stesso periodo il Pentagono e le sue strutture iniziavano l’operazione di “inseminazione” del tessuto industriale statunitense che nei decenni successivi avrebbe favorito l’esplosione delle nuove tecnologie, saldamente controllate dagli apparati federali.

Lo Stato non se ne è nemmeno andato durante l’era narrativamente più favorevole alla globalizzazione targata Bill Clinton e durante la presidenza di George W. Bush: semmai, ha disatteso diversi suoi obiettivi di fondo facendosi portavoce del mito della deregulation massiccia e sostenitore della tecnostruttura neoliberista che ha ridato spazio alla finanza d’assalto, ai trattati di libero scambio, alla sardana culminata nella Grande Crisi del 2007-2008 da un lato e ibridato apparati federali complesso militare-industriale dopo le guerre di inizio millennio dall’altro. Un matrimonio tra la moneta e la spada che ha retto l’approccio politico del governo federale fino al crac di Lehmann Brothers.

Durante le amministrazioni di Barack Obama e Donald Trump si è gradualmente avviata una nuova postura dello Stato a stelle e strisce che oggi Biden interpreta a suo modo e rafforza alla luce della crisi del Covid-19. La ripresa economica dopo la Grande Recessione ha portato con sé profonde riflessioni sulla natura sempre più vulnerabile del sistema-Paese statunitense e sul miglior modo per ibridare sicurezza, prosperità e progresso sociale ed economico per la popolazione.

Il tema della geopolitica della protezione, la necessità di vegliare in forma sempre più strategica i settori-chiave e di scrutinare attraverso apparati ad hoc (Cfius in testa) gli investimenti stranieri nel Paese, la spinta a rilanciare la competitività dell’America sono state comprese dalle ultime amministrazioni, per quanto declinate in maniera diversa con progetti rivelatisi, in ultima istanza, incompleti. Obama puntava a saldare con la forza del sistema economico statunitense un blocco commerciale dato dalla somma del Ttip (sul fronte euroatlantico) e del Tpp (nell’area indo-pacifica) per mettere ai margini la Cina e ricostruire catene del valore centrate sugli Usa. Entrambi i trattati non sono arrivati alla conclusione definitiva. Trump, invece, ipotizzava un’ibridazione tra nazionalismo economico basato sul rifiuto dei trattati di libero scambio, investimenti per infrastrutture interne e stimoli fiscali per creare un mix economico mirante soprattutto al ritorno in patria delle grandi produzioni manifatturiere. Di questi tre pilastri, l’unico veramente edificato è stato quello della riforma fiscale.

La pandemia accelera il cambio di paradigma

L’ultima fase della presidenza Trump, segnata dallo scoppio della pandemia di Covid-19, ha in un certo senso accelerato un cambio di paradigma che sempre più esperti e esponenti politici, tra Democratici e Repubblicani, ritenevano necessario.

A marzo 2020 il presidente ha siglato un pacchetto bipartisan di aiuti dal valore complessivo di oltre 100 miliardi, che – tra le altre cose – prevede tamponi gratuiti, sussidi di disoccupazione e potenziamento del programma sanitario Medicaid. A questo progetto ha fatto seguito il primo maxi piano da 2.000 miliardi di dollari, anch’esso approvato a larghissima maggioranza dal Congresso. Si tratta dello stimolo economico più corposo che la storia americana ricordi. Una cifra di molto superiore ai 700 miliardi di dollari, stanziati da George W. Bush per salvare le banche dalla crisi finanziaria nel 2008, e agli oltre 800 miliardi di Barack Obama, per contrastare la Grande Recessione nel 2009. In tutto questo, non dobbiamo neppure trascurare che Trumpper potenziare la produzione di materiale sanitario, ha sdoganato leggi belliche, come il Defense Production Act del 1950. Apice dell’intervento pubblico nell’economia è stata l’operazione Warp Speed che ha posto gli Usa all’avanguardia nella corsa al vaccino a colpi di finanziamenti miliardari.

La sintesi di Biden

La pandemia ha dunque reso necessaria una svolta keynesiana fondata su politiche anti-cicliche volte a tamponare gli effetti sanitari, economici e politici della crisi e una tensione generalizzata manifestatasi vivamente nella seconda metà del 2020 e a inizio 2021, con i mesi di fuoco andati dalla morte di George Floyd all’assalto dell’Epifania a Capitol Hill.

Per rispondere a queste istanze Biden, scavalcando Sanders nelle primarie dem, ha fatto suo un approccio più interventista verso le dinamiche dell’economia per rafforzare la possibilità, poi realizzata, di strappare alle elezioni di novembre a Trump i decisivi Stati della Rust Belt.

Negli Usa assieme a Keynes è tornato il ricordo di Franklin Delano Roosevelt, fautore del New Deal dopo la Grande Depressione, e assieme a loro è tornato Karl Polanyi, il sociologo austro-americano che nella prima metà del Novecento teorizzava come inevitabile il primato della politica sull’economia nelle fasi di crisi del capitalismo. Primato ulteriormente reso manifesto dalla guerra tecnologica con la Cina, fattore scatenante assieme al Covid-19 delle manovre massicce che Biden intende operare in termine di ristrutturazione delle catene del valore industriali, rilancio dell’innovazione e della produzione tecnologica a stelle e strisce, difesa di asset critici (come i semiconduttori), contrasto al protagonismo cinese in questi settori.

Una sintesi tra Obama e Trump, dunque, con un’attenzione al contesto commerciale globale più spinta rispetto al predecessore repubblicano e più vicina alla sensibilità del leader di cui Biden fu vice presidente che si unisce a un piano d’azione sull’industria interna e gli investimenti strategici che appare ancora più “trumpiana” dell’agenda del tycoon newyorkese. Cambiano i colori delle amministrazioni ma non cambia una dinamica di fondo: quando uno Stato è una superpotenza, un vero e proprio impero, non può mai lasciare il primato all’economia, ma deve governarla. Sul fronte interno e globale. Gli Usa, con modalità e esiti diversi, non hanno mai cessato di farlo. Sono cambiate le retoriche, le visioni del mondo, i leader. Ma non la strategia di fondo di usare le istituzioni e l’economia nazionali per preservare la leadership statunitense nel pianeta.

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