L’uscita nelle sale cinematografiche de L’ora più buia, il film dedicato alla figura di Winston Churchill e al ruolo decisivo giocato nel rafforzamento della posizione della Gran Bretagna e del morale dei suoi cittadini nella fase più critica della seconda guerra mondiale, è stata accompagnata da una messa in stato d’accusa della figura del celebre Primo Ministro da parte dell’immancabile falange di censori del “politicamente corretto”.

Chi attacca Churchill non conosce lo spirito del suo tempo

Dopo Cristoforo Colombo e Thomas Jefferson, anche Winston Churchill rimane vittima di un meccanismo oramai rodato: la rimozione del contesto di formazione e sviluppo di un personaggio storico e la rilettura del suo pensiero e delle sue azioni nell’ottica “politicamente corretta” di oggi, come testimoniato da un articolo di Zing Tsjeng su Vice che si ripropone di portare allo scoperto il “lato oscuro” di Churchill attraverso la riproposizione di dichiarazioni in cui egli manifestava sentimenti che potrebbero essere definiti, allo stato attuale delle cose, razzisti.

L’autrice ignora come la formazione del Primo ministro ebbe luogo in un ambiente fortemente condizionato da ideali imperialisti, che ebbe i suoi grandi cantori in autori come Rudyard Kipling, il quale coniò la celebre espressione del “fardello dell’uomo bianco” e fu tra i principali propugnatori del “destino manifesto” di cui si sentiva investito il Regno Unito o, meglio, l’Impero Britannico, che nei primi decenni del Novecento conobbe il suo apogeo.

Inoltre, paragonando Churchill a Saddam Hussein per l’appoggio dato al bombardamento con gas mostarda e armi chimiche contro le popolazioni curde dell’attuale Iraq nel 1920, Zing Tsjeng non sembra contestualizzare quanto riportato in un’epoca che aveva visto orrende carneficine condotte con tali dispositivi sui campi di battaglia europei, da Verdun alla Somme, nel corso della Grande Guerra e non era ancora giunta ad elaborare codici per la loro limitazione o messa al bando.

Churchill rubricato come razzista e imperialista

Richard Seymour di The Jacobin ha invece prodotto un lunghissimo quanto dispersivo articolo di definizione del “vero Winston Churchill”, nella cui premessa si chiarisce la volontà di definire il Primo Ministro che fermò Hitler come “un vile razzista fanatico e uno strenuo sostenitore dell’imperialismo”. In questo contesto, le sue visioni sull’Impero Britannico si fonderebbero coerentemente con alcune esternazioni favorevoli all’operato di Benito Mussolini nei primi anni di governo e con la condotta “imperialista” del secondo conflitto mondiale.

Se nell’articolo di Vice l’intento era la presentazione del “lato oscuro” di Churchill, in questo caso l’impianto unilaterale squalifica completamente la lunga critica. Churchill si dichiarava, senza farne mistero, un fiero sostenitore della continuità dell’Impero Britannico: tuttavia, siglando la Carta Atlantica non ebbe remore a sancirne di fatto il declino in nome della vittoria sull’Asse nella seconda guerra mondiale.

Né del resto fu l’unico leader europeo a mostrare tra gli Anni Venti e Trenta, ammirazione per la figura di Mussolini: come ha spiegato uno storico di livello come Arrigo Petacco, negli anni precedenti l’involuzione finale del Duce in molti, tra Francia e Gran Bretagna, speravano che un suo intervento moderatore contribuisse a stemperare il revanscismo di Hitler.

L’ora più buia riflette in maniera chiara il ruolo giocato dalla vulcanica e strenua persona di Churchill nelle ore terrificanti e gloriose del Blitz, l’offensiva aerea tedesca sulla Gran Bretagna, quando il Primo Ministro fu chiamato da Giorgio VI a prendere le redini del futuro del Paese. Come scrive Gianmaria Tammaro suIl Post, “nelle sue parole e nei suoi discorsi, si ricorrono sofferenza, lacrime e sudore; non c’è spazio per un futuro luminoso, ma solo per un presente sofferto, combattuto, strappato con le unghie e con i denti ai propri nemici”.

Churchill è l’icona del Novecento anche in virtù dei suoi errori

Lo sbarco fallimentare a Gallipoli nella Grande Guerra, la suddivisione mandataria del Medio Oriente alla fine del conflitto, l’ottusa decisione di ritorno al gold standard ferocemente criticata da John Maynard Keynes: nel corso della sua carriera politica Winston Churchill è incorso in rovinosi errori di valutazione che sicuramente hanno prodotto conseguenze negative per la Gran Bretagna. Tuttavia, l’impetuosità che tante volte gli fu fatale risultò decisiva quando Churchill, uomo di mentalità e istinto guerrieri, fu chiamato a reggere le sorti, apparentemente disperate, della Gran Bretagna.

Furono proprio i cinque, lunghi anni tra il 1940 e il 1945 che videro Churchill Primo Ministro nel pieno dell’uragano del conflitto a sublimare la sua figura di gigante politico del Novecento; rare volte è capitato che un solo uomo avesse tanta influenza nel raddrizzare le sorti della Storia. “Mai così tanti dovettero così tanto a così pochi”, disse Churchill nel 1940 in riferimento all’eroismo dei piloti della Royal Air Force. Mai così tante generazioni, gli si può fare eco, dovettero così tanto a uno solo, rispondiamo noi, consci della portata storica della decisione di continuare ad affrontare la marea montante del nazismo.

Churchill, nel corso della sua carriera, ha avuto modo di prendere decisioni più o meno felici; tuttavia, è stata la fase più alta della sua carriera a trasformarlo nell’unico leader dell’era moderna capace, in campo occidentale, di creare una vera e propria mitologia attorno alla sua figura. Egli fu grande proprio perché seppe mediare con sé stesso e prendere coscienza degli errori di valutazione del passato.

Timoniere navigato ad affrontare le tempeste, diede il meglio nell’ora più buia per la Gran Bretagna e fece sì che il suo successore laburista Clement Attlee, a sua volta uno dei giganti della storia britannica, si trovasse nella condizione giusta per “vincere la pace”, edificando la socialdemocrazia britannica postbellica. Del resto la lunga epopea di Churchill finì proprio con le elezioni dell’estate 1945, che videro la sua sconfitta e il passaggio di consegna ad Attlee, sublimando di fatto la coincidenza tra la sua storia personale e la parabola del Regno Unito nella guerra mondiale.