Una pandemia da coronavirus che avrebbe colto di sorpresa interi sistemi sanitari dopo un grosso processo di sottovalutazione del rischio. No, non è una semplice descrizione di quello che sta avvenendo, ma lo scenario di un rapporto che il Center for Strategic and International Studies aveva compilato a ottobre e che aveva presentato direttamente al Congresso degli Stati Uniti. Un rapporto estremamente simile a quanto avvenuto in queste settimane nel mondo ma che lo stesso Congresso Usa aveva sottovalutato, considerandolo sì importante ma non certo alla stregua di un’emergenza da prendere in seria considerazione.

Eppure il rapporto era non solo molto dettagliato, ma anche (purtroppo) decisamente realistico. Innanzitutto, si è considerato il coronavirus come possibile ceppo che avrebbe innescato la pandemia. Una scelta che si è rivelata perfettamente in linea con quanto avvenuto e che nasce dal fatto che il board di esperti che si era riunito a Washington aveva previsto la possibilità di una nuova epidemia proprio in virtù del fatto che le ultime due (Mers e Sars) avevano la stessa famiglia di origine.

Chiaramente lo scenario non era esattamente identico a quello che poi è avvenuto. Ma alcuni dati fanno riflettere. L’allarme era stato lanciato proprio su un coronavirus: e così avvenuto. Si prevedeva come questo virus sarebbe stato altamente trasmissibile e con un tasso di mortalità superiore al 3%. E si spiegava la possibilità di un’enorme espansione del virus soprattutto grazie alla globalizzazione e ai grandi mezzi di trasporto. Su questo punto è interessante notare che in base allo scenario previsto dal Csis non era la Cina la terra d’origine dell’epidemia, ma la Germania. Un’ipotesi non troppo distante da quanto scoperto dai ricercatori del New England Journal of Medicine che hanno identificato proprio in territorio tedesco il possibile focolaio dell’epidemia europea (e non in Italia). La differenza è che l’inizio di tutto sarebbe stato a Berlino, precisamente nell’aeroporto Tegel, con un solo uomo infetto che viaggiando per il mondo avrebbe via via contagiato indirettamente milioni di persone. Il tutto partendo dall’idea che il virus fosse stato rilasciato accidentalmente da un laboratorio di ricerca.

Ma le similitudini con la realtà che viviamo in questi giorni non finiscono qui. Innanzitutto, quello che gli analisti avevano previsto e confermato ai deputati statunitensi era il rischio di risposte tardive e soprattutto incapaci di limitare il rischio di contagio. Lo scenario prevedeva infatti il blocco dei voli aerei come soluzione istantanea, ma avvertiva anche che a quel punto per gli Stati sarebbe già stato troppo tardi perché, spiega il rapporto, “come nel mondo reale Covid-19, che stiamo combattendo ora, la nostra ipotetica malattia era trasmissibile prima che i portatori mostrassero sintomi gravi, quindi le autorità – come ora – si sono ritrovate a recuperare”. Con il rischio soprattutto del blocco delle merci come effetto disastroso nei confronti dell’economia già messa a dura prova dal virus e dalle misure messe in campo dai governi per fermare il contagio.

E la questione economica, anche in questo caso, non è da sottovalutare. Il rapporto del Csis auspicava la possibilità di misure fiscali e monetarie messe in atto dalla Banche centrali (come poi avvenuto con la Fed). Ma soprattutto metteva in guardia dal fatto che il mondo si sarebbe reso conto della pandemia tre mesi dopo circa la sua esplosione: un’immagine che vediamo chiaramente di fronte ai nostri occhi.

L’importanza di questo rapporto non è nell’idea complottistica che qualcuno sapesse dell’imminente esplosione di una pandemia. In realtà, come ampiamente spiegato anche da numeri testi scientifici, in molti temevano e continuano a temere che l’evoluzione della nostra società (globalizzazione, creazione di megalopoli, estensione dell’essere umano in ogni angolo del globo) possa condurre a un aumento di potenziali pandemie. E il fatto che recentemente Mers, Sars e Ebola siano apparse (o riapparse) con violenza nel mondo è un segnale eloquente di cosa significhi non mantenere alto il livello d’allerta.

L’importanza di questo rapporto è la capacità di prevedere due profili – sottovalutazione e corsa ai riapri – che si sono dimostrati estremamente deleteri. E la politica non ha saputo dare ascolto all’allarme lanciato da un gruppo di venti esperti di sicurezza nazionale. Un fenomeno che non sembra essere così differente da quanto avvenuto anche in Italia e in Europa, dove molto spesso la comunità scientifica si è divisa e dove i messaggi delle autorità sono apparsi o altalenanti o completamente contrari alle richieste lanciate non dall’uomo qualunque, ma da esperti virologi e biologi che avevano avvertito sulla reale portata del coronavirus.

Se lo scenario era questo, cosa è stato fatto? Difficile da dire. Di certo l’Italia e tutti i Paesi europei sono in affanno. Le misure draconiane poste dall’Italia e che forse verranno seguite dagli altri Stati del Vecchio continente servono non a fermare il virus, ma evitare il più possibile un picco repentino che faccia collassare il sistema sanitario. Ma quello che interessa è anche capire cosa abbiano fatto gli Stati Uniti per evitare il rischio che l’epidemia di coronavirus sfociasse anche lì. Per ora poco, anche se l’amministrazione Trump si trova per certi versi isolata. Il Pentagono, ad esempio, ha già avvertito dei rischi di una pandemia (come riportato da Newsweek) ed è vicina ad azionare i piani ad hoc anche senza la dichiarazione dell’Oms. E le forze armate americane studiano anche come si possa blindare il Pentagono in caso di focolaio. Misure restrittive che fanno comprendere come il Covid-19 sia un problema: ma forse, l’errore, è stato sottovalutare gli esperti, quelle Cassandre che oggi vengono considerate stregoni, ma che hanno semplicemente sfruttato la conoscenza scientifiche e tecniche.